Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

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santa trinità icona antica«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11, 25-27)

Incompiutamente ed erroneamente si pensa ai “piccoli” del Vangelo pensando esclusivamente ai bambini. I piccoli per il Vangelo sono coloro che vivono abbandonati nelle mani del Padre.
In tal senso il piccolo tra i piccoli, il piccolo unico che ci rende piccoli è Lui, il Figlio.

Il Figlio infatti sembra danzare contemplando la piccolezza di del Padre facendosi Lui piccolo a misura della Piccolezza umile e amorosa dello Spirito Santo.

Itane magnum est esse parvum, ut nisi a te qui tam magnus es fieret, disci omnino non posset? Ita plane.
O dovremo proprio ritenere che l'essere piccoli sia una cosa talmente grande che, se non si fosse realizzata in te, non avremmo avuto altra maniera d'impararla? Proprio così. (Agostino, De s. virg. 35)

L’essere piccoli nel Piccolo ci porta, dunque, ad una peculiarità unica: veniamo immersi nel rapporto Trinitario.
Egli qui si svela.
Veniamo dunque immersi nelle processioni interne della Trinità, e si diventa, per Grazia di Dio, immanenti nella SS. ma Trinità. Ora solo come pre-gustazione per il futuro che potrà essere di conferma se l'uomo obbedisce alla piccolezza nel Piccolo.

Non solo Dio abita nei piccoli ma rende i piccoli immersi in Sé: Egli si schiude ai piccoli, si svela e ivi si fa comprendere.
Egli svela il mistero di Sé ai piccoli che vengono immersi nel Suo seno. Qui il piccolo scopre e svela tutte le contraddizioni presenti nell'immanente, ferito dal peccato, e le orchestra nel senso Scientifico di Dio. Cioè vede le contraddizioni nello Sguardo della Trinità:

«Quando si agitava il mio cuore
e nell'intimo mi tormentavo,
io ero stolto e non capivo,
davanti a te stavo come una bestia.
Ma io sono con te sempre:
tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai con il tuo consiglio
e poi mi accoglierai nella tua gloria.
 
Chi altri avrò per me in cielo?
Fuori di te nulla bramo sulla terra.
Vengono meno la mia carne e il mio cuore;
ma la roccia del mio cuore è Dio,
è Dio la mia sorte per sempre.
Ecco, perirà chi da te si allontana,
tu distruggi chiunque ti è infedele.
Il mio bene è stare vicino a Dio:
nel Signore Dio ho posto il mio rifugio,
per narrare tutte le tue opere
presso le porte della città di Sion.» (Sl. 73, 22-28)

Non è solo l'Eterno che abita nel tuo cuore ma tu che vieni immerso immanentemente nell'Eterno.
Ed ogni sforzo nella Grazia deve e può portare a questo. Questo è il "dovere nello Spirito Santo" (Rm 8, 9. 11-13), è la necessità ontologica a cui è chiamato il fedele che ha ricevuto il santo Battesimo.

Questo non è un dato acquisito ma un dono da far germogliare, un habitus da custodire sommamente come l’evento più importante dell’Io e del Noi.
Quando celebriamo la santità di una sorella o di un fratello celebriamo l'azione di Dio in quella creatura amata sommamente ed unicamente, per lei e per noi. Nessuno è santo per sé stesso e nessuno è piccolo per sé stesso.
Non si diventa santi per sé stessi ma per danzare della danza di Cristo davanti al Padre nello Spirito Santo, per il mistero che Egli compie rivelandosi nei piccoli.
La santità, dunque, è mistero ecclesiale, dove il triplice bisogno fondante, il bisogno di identità, il bisogno di essere amato e il bisogno di amare, si compie ad immagine della Santissima Trinità.

Nulla è più grande di questo. Ed ogni Vocazione, sia fondante che specifica, sia vocazione definitiva che  transeunte, può essere compresa solo alla Luce di questa Luce.

La Sacra Liturgia, ad esempio, richiamata nella Sacrosanctum Concilium, compie questo, ci immette nell’Opera di Dio (Ergon tou Theou), nella Sua immanenza.

Questo è il principio e il compimento della vita cristiana ed per questo che la Sacra Liturgia, meglio l'Ergon tou Theou, è culmen et fons (S.C. 10).
Se la Sacra Liturgia non ha, non riprende, nella coscienza dei fedeli, nella Chiesa e non rivivifica il posto che le è proprio, gli altri aspetti della Vita Cristiana, anch’essi necessari, sbiadiscono e pian piano muoiono nel culto dell’ombelico.
E non c'è alcuna Chiesa in uscita ma proprio la Chiesa che vive di isterie, di muffa o che amplifica e asseconda, per puro disordinato piacere, le vanità di questo mondo. Smettendo di salare.
E occore essere molto attenti perché anche il convenire "sinodale" può essere foriero di vanità e di fuga da questa ineludibile piccolezza fondante.
E, se questo essere piccoli, avviene patinatamente, non si cerca più Dio ma le mode. Non si esce più dalle sagrestie ma vi si rientra in una forma ancor più raffinata e sostanzialmente empia:

«Ecco, l'empio produce ingiustizia,
concepisce malizia, partorisce menzogna.
Egli scava un pozzo profondo
e cade nella fossa che ha fatto;
la sua malizia ricade sul suo capo,
la sua violenza gli piomba sulla testa.» (Sl. 7,15-17)
E ben venga il caldo, affettuoso e doloroso rimprovero del Signore: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc. 8,33).

Vivere immersi nella SS ma Trinità, per il Battesimo, diventando figli e fratelli, è dunque “già e non ancora” da coltivare come opera e lavoro più importante della nostra vita.

Perché l’Eternità ci significa e, come diceva Chiara Corbella, evangelicamente:
«.. siamo nati e non moriremo mai più!»
e possiamo aggiungere:
siamo piccoli nel Piccolo e qui solo siamo, perché il Piccolo ci costituisce nella Sua inenarrabile piccolezza.

Paul Freeman