di HERMANN GEISSLERIn un sermone tenuto il 5 febbraio 1843, dal titolo Il cristiano apostolico, John Henry Newman si interroga su come i primi cristiani abbiano vissuto la loro specifica missione nel mondo. Pur nella consapevolezza che i fedeli di oggi non possono semplicemente copiare i primi cristiani, il predicatore invita gli ascoltatori a volgere lo sguardo verso l’immagine dei cristiani biblici, con lo scopo di lasciarsi ispirare da loro.
Cita una grande quantità di passi biblici e mette in evidenza tre caratteristiche che, secondo lui, distinguono i discepoli del Signore Gesù. La prima è l’orientamento verso il cielo: «Il cristiano vive nel mondo ma non gli appartiene, perché, secondo san Paolo, “la nostra patria è nei cieli” (cfr. Filippesi, 3, 20): chi fa professione di cristianesimo è cittadino di un altro mondo, quello soprannaturale. Cosa significhi essere cittadini di questo mondo, lo sappiamo: vuol dire avere interessi, diritti, privilegi, doveri e relazioni in una determinata città o in un determinato Stato, farne parte insomma. Ora, è proprio un complesso del genere che lega il cristiano al cielo; il cielo, non la terra è la sua patria». Per i cristiani, poi, il cielo ha un nome e un volto: quello cioè di Gesù Cristo. Newman può quindi affermare che «la definizione più profonda che possa venir data del cristiano» è questa: «Il cristiano è colui che attende il Cristo; che non attende vantaggi, distinzioni, poteri, piaceri o consolazioni, ma unicamente nostro Signore Gesù Cristo, il Salvatore». Da questo sguardo verso il Signore Gesù si possono dedurre alcuni atteggiamenti che sono tipici dei cristiani del tempo apostolico. Tra questi, Newman mette in luce soprattutto la vigilanza, menzionata dal Vangelo in molti passi, e la disponibilità alla preghiera continua: «Cristo abitava nei loro cuori e tutto quanto dai loro cuori usciva, pensieri, parole e azioni, non poteva non portare l’impronta di Lui». La religione cristiana, secondo Newman, «incomincia con la conversione da un ideale terreno a un ideale soprannaturale». Questo orientamento interiore dei cristiani verso il cielo comporta poi una seconda caratteristica: il distacco dalle cose di questo mondo. Secondo la testimonianza del Nuovo Testamento, i primi cristiani erano convinti «che nulla vale la vita terrena di fronte all’assoluto valore di quella che ci attende». Molti di essi lasciavano quindi i loro parenti per seguire il Signore, rinunciavano ai loro beni condividendoli con gli altri, erano disposti a essere insultati, calunniati e perseguitati a causa di Gesù. I primi cristiani confessavano di portare l’amore alla verità nei loro cuori e condividevano volentieri la sorte del Signore, bevendo il suo calice e accettando il suo battesimo. Da queste due caratteristiche segue, secondo Newman, un terzo elemento distintivo per i primi cristiani: «Dovevano rallegrarsi di essere considerati veri cristiani». Newman descrive la vera gioia cristiana con parole commoventi: «Non solo la purezza del cuore, non solo la rettitudine dell’agire, ma anche la letizia del volto doveva regnarvi. Parlo della gioia in tutte le sue manifestazioni, perché, quando essa è sincera, porta con sé numerosi doni di grazia. La gioia, se scaturisce dalla fede, la gioia perfetta nata dalle tribolazioni e dalla persecuzione, rende pacifici e sereni gli uomini, li rende riconoscenti, gentili, affezionati, pieni di dolcezza, di bontà e di speranza; è cortese, delicata, toccante e avvincente. Ecco la gioia che caratterizzava i cristiani dei tempi neotestamentari, gli uomini che avevano ottenuto quanto desideravano. Coloro i quali avevano visto il Cristo, che lo avevano amato, che avevano creduto in Lui e in Lui si erano rallegrati, avevano anche scelto di sacrificare il mondo con tutti i suoi beni per amore del Maestro». Questa gioia ha riempito il cuore dei cristiani del tempo apostolico, anche nelle persecuzioni e nelle sofferenze subite per la fede, come dimostrano tante pagine del Nuovo Testamento. Newman chiede ai fedeli di meditare questa immagine dei cristiani apostolici, di non chiudere gli occhi davanti alla sfida che rappresenta, di non avere paura di lasciarsi entusiasmare e incoraggiare. Dato che i tempi cambiano e la sequela del Signore può assumere forme assai diversificate, questa immagine dei cristiani deve essere tradotta e aggiornata continuamente, ma rimane un modello valido per i fedeli di tutti i tempi e dovrebbe svegliare anche noi. In questo sermone, infatti, Newman ci presenta una specie di “carta d’identità cristiana”, mettendo in evidenza che il cuore dei cristiani è radicato in Cristo che li invita, secondo la vocazione di ciascuno, a distaccarsi dallo spirito del mondo e a trovare nella sua vicinanza e nella comunità della Chiesa già ora la vera gioia. «Rallegratevi nel Signore, sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino» (Filippesi, 4, 4-5).
© Osservatore Romano - 14 settembre 2016