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Adinolfi Popolo della FamigliaAdriano Virgili via facebook

Chi mi segue da molto, sa che c’è stato un tempo in cui stimavo Mario Adinolfi. Poi diverse sue scelte di carattere politico e alcuni tratti della sua personalità mi hanno indotto a prenderne sempre più le distanze e a diventare persino molto critico nei suoi confronti (specie in questi ultimi tempi). Ora, fatta salva la presunzione di innocenza, perché per quanto ne sappiamo le accuse mossegli potrebbero (e lo spero sinceramente) risolversi in una bolla di sapone, una delle cose che per prima mi spinsero a dubitare della lucidità (parlo di lucidità, non di buona fede, perché all’epoca quest’ultima la davo per scontata) del leader del Popolo della Famiglia fu proprio questa cosa delle scommesse collettive che lui, di tanto in tanto, proponeva anche per tramite dei suoi canali social.
Tralasciando ogni considerazione di carattere etico sulla questione, come sa chiunque non sia un completo analfabeta funzionale, un sistema che si proponga di raccogliere fondi con l’intendo di farli fruttare tramite le scommesse sportive, magari puntando su squadre dal rendimento costante, non può funzionare per principio. Molti credono che con un metodo rigoroso si possa battere il sistema, ma dal punto di vista statistico è letteralmente impossibile. Qualsiasi progetto di questo tipo, anche se avviato nella più totale buona fede, è strutturalmente condannato al fallimento.
Alla base di questa certezza c'è un malinteso fondamentale su come funzionino realmente le scommesse, a partire dalla natura stessa delle quote.
Le quote che vediamo sui tabelloni non rappresentano la reale probabilità oggettiva che un evento sportivo si verifichi, ma riflettono principalmente una dinamica finanziaria: la previsione di come si muoveranno i soldi degli scommettitori. Il vero obiettivo del bookmaker non è indovinare chi vincerà la partita, ma bilanciare i volumi di gioco su tutti i risultati possibili. Modificando continuamente le quote in base a dove viene puntato il denaro, il banco fa in modo che siano i giocatori a scommettere gli uni contro gli altri. Questo meccanismo permette al bookmaker di incassare matematicamente la sua commissione su ogni transazione, azzerando il proprio rischio a prescindere dal risultato sul campo.
Chi scommette parte quindi con uno svantaggio strutturale incolmabile, sfidando un sistema progettato per fare profitti sui flussi di denaro, non sullo sport. Inoltre, puntare sulle grandi favorite per aggirare l'ostacolo crea solo un'illusione di sicurezza. Si rischiano grossi capitali per vincere quote minime: servono decine di vittorie consecutive per accumulare un profitto tangibile, ma basta un singolo e normalissimo imprevisto sportivo per bruciare capitale.
Tutto questo ci porta al vero nodo della questione, ovvero la differenza tra il caso isolato e l'operatività di un fondo. Con un po' di fortuna, un approccio del genere può effettivamente funzionare nel breve termine. Se si fanno poche giocate, la varianza statistica è altissima e una striscia di vittorie può regalare la convinzione di aver trovato il metodo perfetto. Ma se si gestisce un capitale e si effettuano centinaia o migliaia di operazioni, sul lungo termine entra in gioco l'inesorabile Legge dei Grandi Numeri. All'aumentare delle puntate, l'impatto della fortuna si annulla gradualmente e il vantaggio matematico del banco prende il sopravvento. Su grandi volumi, il fallimento non è più un'eventualità sfortunata, ma una certezza statistica.
È proprio in questa fase che avviene l'inevitabile mutazione genetica dell'operazione. Quando il gestore inizia fisiologicamente a perdere i soldi, si trova le spalle al muro. Per onorare le promesse di rendimento, pagare i primi investitori e mantenere viva la facciata di un sistema vincente, l'operatore è costretto a utilizzare i capitali freschi versati dai nuovi arrivati.
Non ha alcuna importanza se all'inizio vi fosse la genuina e onesta convinzione di poter generare profitti: è la meccanica stessa delle scommesse a impedire la creazione di plusvalenze reali nel lungo periodo, forzando l'intera struttura a collassare su se stessa come il più classico, e tragico, degli Schemi Ponzi.
Ricordo che, quando ancora lo seguivo con assiduità, feci presente questa cosa in un commento ad un un post in cui lui proponeva tale sua iniziativa, che comunque ritenevo avesse uno scopo ludico non che fosse intesa come una forma di investimento. Ovviamente fui subissato dalla critiche e dagli insulti dei suoi più affezionati tifosi.
A margine di tutto ciò e nella sincera speranza che, come ho accennato sopra, la cosa si risolva da un punto di vista legale in una bolla di sapone, non posso però che esprimere la mia assoluta indignazione verso i tanti che in queste ore stanno riversando il loro livore su Adinolfi. L’ultimo post da lui pubblicato qui su Facebook parlava dell’imminente compleanno di sua figlia sedicenne e dei problemi di salute da questa affrontati. Il post di un padre premuroso che ama sua figlia e che le promette di starle vicino nelle avversità future così come ha fatto per quelle passate. Ecco, sotto lo stesso si sono scatenati i leoni da tastiera, i mastini dell’insulto, che non hanno risparmiato di riversare il loro disgustoso veleno anche sulla incolpevole ragazza.
È agghiacciante constatare come il giustizialismo e l'odio ideologico riescano a spazzare via ogni residuo di decenza, calpestando senza pietà non solo un principio cardine della nostra civiltà giuridica (la presunzione di innocenza, che in questo Paese sembra valere sempre e solo a targhe alterne), ma persino il dolore e la vulnerabilità di una minorenne.
Ma ciò che rende questa gogna mediatica ancora più squallida è il subdolo tentativo di usare questa inchiesta giudiziaria come una clava culturale. In molti, troppi, stanno sventolando questa indagine per quello che si profilerebbe eventualmente come un reato di tipo finanziario come se fosse la "prova provata" che i valori della famiglia, di cui Adinolfi si è sempre fatto fautore (anche se in modo spesso terribilmente contraddittorio), siano in sé una gigantesca farsa, un'ipocrisia da smascherare e deridere.
È un sillogismo tanto meschino quanto disonesto. Si può criticare severamente l'uomo pubblico, se ne possono e se ne devono evidenziare le infinite e palesi contraddizioni, ma utilizzare le ipotetiche colpe legali di un singolo individuo per delegittimare un intero sistema di valori è un'aberrazione logica. L'importanza dell'istituzione familiare e la dignità di quei princìpi mantengono un loro valore assoluto e autonomo, che non viene certo scalfito o invalidato dalle umane miserie (reali o presunte che siano) di chi pretende di esserne il portavoce.
Utilizzare un'indagine ancora in corso per massacrare un padre e trascinare nel fango una ragazza che lotta con la malattia non dimostra alcuna superiorità morale o intellettuale da parte dei detrattori. Dimostra soltanto che, accecati dalla foga di distruggere l'avversario politico di turno, molti hanno smarrito del tutto la propria umanità.