Cerimonia di benvenuto e Visita di Cortesia al Presidente della Repubblica dell’Angola nel Palazzo Presidenziale
Al Suo arrivo, all’aeroporto internazionale di Luanda, il Santo Padre è stato accolto dal Presidente dell’Angola, S.E. il Signor João Manuel Gonçalves Lourenço. Due bambini gli hanno offerto un omaggio floreale al Pontefice.
Dopo l’esecuzione degli Inni, l’Onore alle Bandiere e il passaggio della Guardia d’Onore, ha lavuto luogo avuto la presentazione delle rispettive Delegazioni.
Al termine della cerimonia di benvenuto, alle ore 15:30 locali, il Santo Padre si è trasferito in auto al Palazzo Presidenziale per la Visita di Cortesia al Presidente della Repubblica dell’Angola.
Giunto al Palazzo Presidenziale, dopo aver attraversato la Guardia d’Onore, il Papa è stato accolto dal Presidente. Insieme sono entrati nella Hall principale per la foto ufficiale e hanno raggiunto poi il Gabinete do Presidente dove ha avuto luogo l’incontro privato.
Successivamente, il Papa e il Presidente hanno raggiunto il Salão Nobre per lo scambio di doni.
Infine, il Papa e il Presidente si sono trasferiti in auto al Padiglione Protocollare per l’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Alle ore 16.15, presso il Padiglione Protocollare del Palazzo Presidenziale, ha avuto luogo l’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.
Dopo le parole del Presidente della Repubblica S.E. il Signor João Manuel Gonçalves Lourenço, il Santo Padre ha pronunciato il Suo discorso.
Al termine dell’incontro, alle ore 16:45 locali, il Papa si è trasferito alla Nunziatura Apostolica per un incontro privato con i Vescovi dell’Angola.
Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Leone XIV ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:
Signor Presidente,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,
Signore e Signori!
È motivo di grande gioia per me essere in mezzo a voi. Grazie, Signor Presidente, per l’invito a visitare l’Angola e per le Sue parole di benvenuto. Vengo a voi per incontrare il vostro popolo, come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata.
Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case. So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite.
Desidero incontrarvi nella gratuità della pace e riconoscere che il vostro popolo possiede tesori non vendibili, né derubabili. In particolare, ha in sé una gioia che neppure le circostanze più avverse hanno saputo spegnere. Tale gioia, che conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte, resiste e rinasce fra chi ha mantenuto liberi cuore e mente dall’inganno della ricchezza. Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.
L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù “politiche”, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona. La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale. Sono qui, tra voi, a servizio delle energie migliori che animano le persone e le comunità di cui l’Angola è un mosaico coloratissimo. Desidero ascoltare e incoraggiare chi già ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza, la riconciliazione. Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà che sono la prima ricchezza di questo Paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno.
Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile. Il santo Papa Paolo VI, interpretando acutamente le inquietudini del mondo giovanile, già sessant’anni fa denunciava «l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica, che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire». E osservava: «Contro questa illusione, la reazione istintiva di numerosi giovani, pur nei suoi eccessi, esprime un valore reale. Questa generazione è in attesa di qualche altra cosa» (Esort. ap. Gaudete in Domino, VI). Voi siete testimoni, grazie alle antichissime sapienze che nutrono il vostro pensare e il vostro sentire, che la creazione è armonia nella ricchezza della diversità. Il vostro popolo ha sofferto ogni volta che tale armonia è stata violata dalla prepotenza di alcuni. Porta le cicatrici sia dello sfruttamento materiale, sia della pretesa di imporre un’idea sulle altre. L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione. Solo nell’incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo. Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto.
Il mio venerato predecessore, Papa Francesco, ce ne ha offerto un’indimenticabile lettura: «Di fronte al conflitto – osservava – alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). L’Angola può crescere molto, se prima di tutto voi, che nel Paese avete autorità, crederete alla multiformità della sua ricchezza. Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile.
Ho parlato della gioia e della speranza che caratterizzano la vostra giovane società. In genere le si considera sentimenti personali, privati. Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi. Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario. Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà. Come osservava ancora Papa Francesco: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare» (Lett. enc. Fratelli tutti, 15).
Da questa alienazione ci libera la vera gioia, che non a caso la fede riconosce come dono dello Spirito Santo. E, come scrisse San Paolo, «il frutto dello Spirito […] è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). La gioia è infatti ciò che intensifica la vita e sospinge nel campo aperto della socialità: ciascuno gioisce mettendo a frutto le proprie capacità relazionali, accorgendosi di contribuire al bene comune e vedendosi riconosciuto come persona unica e degna, in una comunità di incontri che si moltiplicano e allargano lo spirito. La gioia sa scavare traiettorie anche nelle zone più buie di stasi e di angustia. Esaminiamo dunque il nostro cuore, carissimi, perché senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia.
Insieme, potete fare dell’Angola un progetto di speranza. La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie. Solo insieme potremo moltiplicare i talenti di questo popolo meraviglioso, sin dentro le periferie urbane e le più remote regioni rurali in cui pulsa la sua vita e si prepara il suo futuro. Eliminiamo gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, lottando e sperando insieme a coloro che il mondo ha scartato, ma Dio ha scelto. Così, infatti, è sorta la nostra speranza: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22), Gesù Cristo, pienezza dell’uomo e della storia.
Dio benedica l’Angola!
Grazie.
© Bollettino Santa Sede - 18 aprile 2026