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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

s. Francesco scrittore da P. Mocciaro Illuminans tu mirabiliter a montibus eternisDal 17 al 19 aprile si è svolto a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il convegno internazionale "Giullare di Dio. Il rovesciamento francescano dello sguardo sul mondo" di cui si pubblicano stralci della relazione di Pietro Messa.

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Per comprendere la vicenda di Francesco d’Assisi non secondaria è la questione, tanto dibattuta quanto importante, delle sue capacità culturali. Anche quando ci si fa riferimento c’è da prendere atto che è facile cadere nelle estremizzazioni per cui o le si sminuiscono, se non persino banalizzano, quasi fossero unicamente aspetti folclorici per non dire magico superstiziosi oppure vengono enfatizzate fino a renderle proprie più di un acculturato che un semplice alfabetizzato.

A questo proposito illuminanti sono alcune espressioni di Jacques Dalarun: «Prima del 1206, il giovane mercante d’Assisi si muove nell’ambito di un’ideologia cavalleresca che comporta necessariamente una conoscenza non trascurabile della cultura cortese; s’intenda dell’epica, della “finn’amor” e dei romanzi di cavalleria. Non era stato del tutto impermeabile a quel poco che un giovane del ceto mercantile poteva aver sentito della Bibbia e in particolare del Vangelo. Dal 1208, o circa da allora, è il Libro che diviene la fonte primaria, viva, vitale. Ma dal 1209 in poi, più massicciamente ancora nel decennio successivo, Francesco si è inevitabilmente confrontato con quei testi pregnantissimi, testi letti insaziabilmente da tutti quelli che si credono in grado di ricominciare l’eterna storia della tentazione nel deserto: le Vitae Patrum». Precedentemente sempre a proposito della famiglia d’origine e quindi cultura mercantile dell’Assisiate scrisse Roul Manselli: «a questa mentalità “capitalistica” dovette corrispondere una cultura, la cui ampiezza ignoriamo, ma che dovette includere una capacità di leggere, scrivere e far di conto, accompagnata da una conoscenza, sia pure elementare, del latino».

Nell’identificare tali capacità culturali di Francesco una pietra miliare è certamente la sua capacità grafica ben analizzata da Attilio Bartoli Langeli nei suoi studi sugli autografi: «L’educazione grafica di Francesco ne conferma la mediocritas culturale e la sua condizione di illitteraturs, ossia l'appartenenza allo strato culturale intermedio tra l’analfabetismo e l’alfabetismo alto e pieno. Congruente con questa valutazione è l’appartenenza originaria di Francesco al ceto mercantile [...] L’assisano – riteniamo – imparò a scrivere e leggere da bambino o da ragazzo, prima dell’uscita dal secolo, in ambiente ecclesiastico, ossia da un prete della città che scriveva allo stesso modo; non studiò da amanuense o da chierico, ma da laico qual era [...] Francesco era, per condizione e non per scelta, un illitteratus, un idiota, un uomo sine litteris, ma alfabetizzato». Preso atto che gli scritti dell’Assisiate sono fondamentalmente degli ultimi anni della sua vita risulta importante quanto scrisse sempre Manselli: «la lettura quotidiana dell’ufficio e la restante liturgia della messa come delle altre funzioni sacre esercitarono una notevole importanza per la formazione di una modesta cultura teologica e scritturale sia per il santo, sia per i suoi compagni».

A distanza di anni da tale affermazione nel 1994 su indicazione di Luigi Padovese – nominato nel 2004 Vicario Apostolico dell’Anatolia e ucciso in Turchia nel 2010 a İskenderun, l’antica Alessandretta – mi cimentai in un confronto tra gli scritti dell’Assisiate e i testi patristici presenti nel breviario della curia romana e di cui è in corso la pubblicazione per opera di padre Danimir Pezer dell’edizione diplomatica di quello usato dallo stesso frate Francesco. Da un confronto tra gli scritti di frate Francesco e tali testi si riscontrano varie citazioni, reminiscenze, assonanze; emerge pure che a volte anche la conoscenza dei testi biblici sono mediati dalla liturgia. Infatti vi sono casi in cui espressioni e frasi che erano considerate frutto dell’assemblaggio di versetti biblici operato dall’autore ad un’analisi più attenta risultano nient’altro che la citazione di antifone, responsori o altri testi presenti nei libri liturgici a loro volta formati dall’unione di espressioni bibliche. In poche parole si deve parlare di un uso di seconda mano e citazioni indirette.

Ora uno degli scritti fondamentali è il Testamento composto pochi mesi prima della morte in cui frate Francesco al principio ricorda e rilegge gli inizi della fraternitas minoritica riproponendola per i frati. E così narra del suo cambiamento di vita: volutamente sulla scia di quanto scritto da André Vauchez si usa la parola “cambiamento” anche per fedeltà al dettato dell’Assisiate che inpega il termine “conversione” in riferimento non a se stesso ma all’amaro che gli procurava vedere i lebbrosi.  

Considerando quanto espresso precedentemente circa la formazione culturale di Francesco alcune nuove delucidazioni emergono dal confronto tra i testi liturgici – segnatamente il breviario da lui usato – e quanto scritto nel Testamento. Innanzitutto c’è da prendere atto che la realtà storica è quella dei lebbrosi, compresi nell’amarezza sociale dell’esclusione e non in quella simbolica che vedeva nella lebbra un’immagine del peccato, come fa ad esempio sant’Agostino in un’omelia presente nel breviario quale lettura dell’ufficio della tredicesima domenica dopo Pentecoste. In tale scritto il vescovo d’Ippona commentando la guarigione da parte di Gesù di dieci malati di lebbra afferma: «Non è quindi assurdo identificare i lebbrosi con coloro che, non conoscendo la vera fede, professano svariate dottrine erronee».

Presente nel Testamento dell’Assisiate è il cambiamento dell’amaro in dolcezza che ha certamente un’origine biblica. A questo proposito in Avvento la lettura per eccellenza è Isaia; e così all’inizio del breviario corrispondente alla «Dominica prima de adventu» la rubrica dice: «Hac nocte ponitur liber Ysaye prophete qui legendus est usque ad nativitatem Domini tam in dominicis quam in ferialibus diebus». E così dopo la seconda domenica d’Avvento alla feria seconda come prima lettura del mattutino vi è Is. 5,20-23 in cui si accenna allo scambio tra amaro e dolcezza.

Per Francesco la conversione dell’amaro in dolcezza coinvolge anima e corpo, ossia tutta la persona. Nella liturgia, sebbene sia soprattutto la mente ad essere associata al corpo, il coinvolgimento dell’anima e del corpo è presente nelle letture della feria sesta successiva alla prima domenica di quaresima in cui si afferma che il Signore è «medicus animarum et corporum».

Come narra frate Francesco pochi mesi prima del suo transito il figlio del mercante nel momento che circa vent’anni prima cambiò vita l’amaro si convertì in dolcezza d’anima e di corpo, il fare penitenza nel fare misericordia, e tutto ciò lo condusse a uscire dal secolo con la conseguenza di altri capovolgimenti. Una cartina tornasole di questo è che gli agiografi fondamentalmente non li recepirono ma questa è un’altra storia.

Pietro Messa

Pontificia Università Antonianum