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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
300px-Rosso Fiorentino - Madonna dello Spedalingo - Google Art Projectdi SILVI A GUIDI

Arte e fede, progetti umani e azione dello Spirito, mistero e segno si so-no intrecciati e fusi  inseparabiliter nella storia: Ecclesiae historiam esse quoque inseparabiliter culturae et artium historiam («la storia della Chie-sa è anche, inseparabilmente, storia della cultura e dell’arte») si legge nel motuproprio Pulchritudinis fidei con cui la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa vie-ne unita al Pontificio Consiglio della Cultura. Approvato lo scorso 30 luglio da Benedetto XVIe pubblicato sugli «Acta Apostolicae Sedis» del 3 agosto, il documento pontificio en-trerà in vigore il prossimo 3 novembre.

Abbiamo chiesto al cardinale Gianfranco Ravasi di parlarci dei motivi e delle conseguenze di questa fusione.

L’esigenza di un coordinamento unico è cresciuta negli anni, si legge nel documento: perché?
Qualche nota storica: PioXI nel 1924 creava la Pontificia Commissio-ne Centrale per l’Arte Sacra in Ita-lia, specificatamente deputata alla cura del patrimonio storico-artistico della Chiesa, ma con esclusiva com-petenza per il territorio italiano. Giovanni PaoloII da parte sua, con la costituzione apostolica Pastor bo-nus(28 giugno 1988) l’aveva poi tra-sformata nella Pontificia Commissione per la Conservazione del Patri-monio Artistico e Storico della Chie-sa, collegandola alla Congregazione per il Clero. Lo stesso Pontefice la trasforma successivamente nella Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa con il motupro-prio Inde a pontificatus (25 marzo 1993). Giovanni Paolo II, unificando il Pontificio Consiglio della Cultura e il Pontificio Consiglio per il Dialogo con i Non Credenti, sottolineava contestualmente l’esigenza di «uno stretto rapporto tra il lavoro di code-sto Pontificio Consiglio e l’attività a cui è chiamata la Pontificia Commis-sione per la Conservazione del Patri-monio artistico e Storico della Chiesa», da allora denominata Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Nello stesso documento si dispone che la Commissione «non sarà più stabilita presso la Congregazione per il Clero, ma sarà autonoma, con un proprio presiden-te che farà parte dei membri del Pontificio Consiglio della Cultura, con il quale manterrà contatti perio-dici, in modo da assicurare una sin-tonia di finalità e una feconda reci-proca collaborazione». L’unificazione dei due organismi suggella, così, un percorso di convergenza, attuato anche negli ordinamenti di molte Nazioni — è un uso diffuso, penso all’Italia e al Consiglio d’Europa — verso una visione culturale ampia e articolata nella sua organicità e uni-tarietà, in cui anche lo straordinario patrimonio storico-artistico della Chiesa, prodotto lungo i secoli, con le sue più specifiche esigenze di tu-tela, conservazione e valorizzazione, riceve una sua più degna collocazio-ne nell’ambito delle attività culturali promosse dalla Santa Sede.

La commissione diventerà quindi un dipartimento all’interno del Pontificio Consiglio per la Cultura?
Sì, come Fede e arte, il Cortile dei Gentili o quello appena costituito dedicato allo Sport. Anche l’Unesco, oggi protegge la «cultura immateria-le»; alla base del nuovo concetto di cultura non c’è più l’idea settecente-sca di una aristocrazia intellettuale, ma un concetto antropologico, l’ela-borazione cosciente di ogni opera della creatività umana; l’arco delle attività non si può selezionare a bra-ni, serve una simbolica d’insieme. Tra le aree di competenza del dipar-timento c’è ovviamente anche la col-laborazione con la Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa.

Le priorità in agenda?
Dobbiamo procedere a un’analisi dell’applicazione dei documenti già pubblicati nella Chiesa universale in tema di biblioteche, inventariazione e catalogazione, archivi e musei. Un grande artefice, in questo, è stato il cardinale Francesco Marchisano, e di questo si occuperà in modo partico-lare monsignor Carlos Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consi-glio della Cultura. Servono modelli concreti e indirizzi di metodo per offrire elementi di gestione culturale, che permettano di trovare risorse fi-nanziarie, e per adattare a una gra-dualità realista ed efficace gli orien-tamenti esistenti secondo le possibi-lità delle diverse chiese. Gli esempi di questo potrebbero essere moltissi-mi: penso al caso di Arequipa in Pe-rú, dove sono conservati migliaia di volumi provenienti dalle biblioteche dell’ordine dei recolletti, o al patri-monio librario a rischio dispersione in Salvador. Sono beni che vengono feriti inesorabilmente dall’ambiente climatico e necessitano di rapidi in-terventi di tutela. In questo l’informatica ci può aiutare molto, per rendere accessibili a tutti, ad esempio, i tesori nascosti in una piccola parroc-chia isolata sulle Ande. Dopo l’attenzione alla salvaguardia dei beni culturali dobbiamo sviluppare la lo-ro valorizzazione e il loro godimento al servizio della nuova evangelizza-zione e della dimensione estetica nel pensiero contemporaneo. Bisogna evitare una impostazione solo con-servatrice dei beni, è fondamentale una fruizione che generi gusto, che sia capace di «lavare gli occhi» a chi è abituato a vedere solo cose brutte, palazzi orrendi, immagini banali.

«La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere» scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti, citando un verso del poeta polacco Cyprian Norwid. Cosa ne pensa?

Il lavoro non manca. Arte e fede devono ricordarsi di nuovo di essere sorelle e la Chiesa non deve dimenti-care l’importanza dell’elemento sim-bolico nell’annuncio della fede, nel presente, continuando a fare quello che ha sempre fatto in passato. Basti pensare all’esplosione di bellezza delle chiese romane, dalle più famose alle più dimenticate, come Santa Bibiana, inglobata e resa quasi invi-sibile dai binari della stazione Ter-mini: chi conosce le sue bellissime colonne di spoglio e la statua del Bernini al suo interno? Fruizione e tutela, nel lungo periodo, sono stret-tamente legate; in fondo, si protegge solo ciò che si ama, quindi far cono-scere e apprezzare è anche il modo migliore per tutelarli. I due terzi di una pinacoteca possono essere letti solo se si conosce la Bibbia; in uno statuto senese del Trecento, gli arti-sti parlano di se stessi come di «pre-dicatori per immagini» con il compi-to di mostrare i grandi misteri della salvezza a chi non li potrebbe conoscere altrimenti. La Bibbia è anche una miniera inesauribile di narrazio-ni suggestive, di «versetti che valgo-no più di un’opera di Shakespeare», come scrive George Steiner parlando della notte della pitonessa di Endor e il crollo finale di Saul nel primo li-bro di Samuele(28, 7-25). Alla Bien-nale di Venezia cercheremo di conti-nuare a fare quello che la Chiesa ha sempre fatto: dialogare con gli arti-sti, proponendo loro in questo caso di lasciarsi ispirare dalla potente nar-razione della Genesi. Tanto desiderio di offendere, nell’arte contemporanea, è il segno di una nostalgia vio-lenta per il divino. Il Crocefisso è ancora percepito come un simbolo potentissimo in mezzo a tante altre immagini inerti a livello della comu-nicazione.

E la musica sacra?
Dopo il successo del concorso sul Credo alla Sagra Musicale Umbra, in cui sono arrivate oltre duecento partiture, vorrei seguire il consiglio di Muti e Chailly, recuperando il pa-trimonio del barocco italiano; come Porpora, ad esempio: i Wiener Phi-larmoniker, dopo un recente concer-to, si sono stupiti della qualità della sua musica. Lo Stabat mater, segno luminoso di un senso religioso pro-fondo, è stato scritto da un ragazzi-no (Pergolesi era giovanissimo quan-do l’ha composto). Con la struttura del dittico potremmo recuperare un grande testo sacro e musicale con-nettendolo a qualcosa di contempo-raneo, in modo che ci sia una mutua intercessione tra passato e presente. Anche i testi di tante canzoni di mu-sica leggera sono intrisi di un anelito spirituale molto forte; non a caso i ragazzi investono i loro soldi nel biglietto di un concerto, perché sentono che la musica mette a tema, fa affiorare in superficie ed esprime la loro domanda di significato se-polta o dimenticata. E lo stesso dramma personale di tanti artisti — per fare un esempio tra i tanti possi-bili, la morte prematura di Amy Winehouse, dei cui album mi ha parlato recentemente il nunzio in Guatemala — deve fare riflettere: ci fa capire quanto concreto sia nella nostra epoca lo scontro tra la spe-ranza e il desiderio di vita e l’an-nientamento come conseguenza estrema e tragica del nichilismo.

© Osservatore Romano - 18 ottobre 2012