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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Papa Benedetto XV 1Pubblichiamo stralci da un articolo che esce sull’«Anuario de Historia de la Iglesia».

di CATERINA CIRIELLO

Se qualcuno dei grandi ministri o diplomatici del passato — p ersonaggi come un Talleyrand o un Bismarck, ai quali si ispiravano come a modelli i ministri degli Esteri e i diplomatici delle nazioni europee — si fosse levato dalla tomba per osservare la prima guerra mondiale, si sarebbe certamente chiesto perché degli statisti intelligenti non avessero deciso di trovare una soluzione di compromesso ai conflitti internazionali, prima che il conflitto distruggesse il mondo del 1914. Giacomo Della Chiesa — ovvero Benedetto XV — eredita dal suo predecessore una Santa Sede indiscutibilmente inclinata verso la pace e alla più assoluta e doverosa imparzialità. Lo stesso non si poteva dire riguardo alla condotta di molti suoi membri, che palesemente si schieravano, con esasperato patriottismo e senso nazionalistico, a favore di un intervento italiano nel conflitto mondiale. Il diffondersi del nazionalismo in Italia, sviluppatosi specialmente con la guerra di Libia, aveva acceso ancora di più gli animi, in particolare nelle regioni meridionali, ed esercitava un certo fascino su molti cattolici, attirati dagli aspetti superficiali di questa ideologia, cioè l’ordine, la difesa dell’autorità, la necessità dei sacrifici per la difesa di un sommo ideale (la patria), l’aspirazione a una salda unione tra trono e altare. Una della manifestazioni più eclatanti del nazionalismo fu la creazione degli imperi coloniali, in particolare inglese e francese, e la corsa affannosa degli altri Stati alla conquista dei territori rimasti. I cattolici, in genere, si allinearono facilmente a questo tipo di imprese, accettandone senza problemi le giustificazioni, convinti di avere una grande missione civilizzatrice da svolgere. Benedetto XV era sicuramente un Papa che amava l’Italia e aveva un leale senso dello Stato: su di lui non hanno mai attecchito le accuse di essere filo austriaco. E Antonio Scottà scrive ne La Conciliazione ufficiosa : «Non c’è dubbio che anche Benedetto XV amasse l'Italia, ma prima e più dell'Italia amava la Chiesa senza opposizione. Sforzo costante di Benedetto però è quello di liberare la vita e l'esperienza religiosa dai possibili inquinamenti derivanti da forme esaltate di patriottismo o peggio di nazionalismo». Il Pontefice si prodigò sino all’ultimo al fine di scongiurare l’entrata in guerra italiana ed evitare al Paese e alla popolazione danni materiali e morali. Ma dal lato opposto non poteva ignorare, come capo della Chiesa cattolica, le spaccature che sarebbero derivate dallo sfaldamento dell’impero austro-ungarico unico baluardo della cattolicità. Ed in questo è molto vicino al pensiero del suo p re d e c e s s o re . Nella mente del popolo italiano, soprattutto di coloro che vivevano nei territori naturalmente italiani, ma politicamente appartenenti all’Austria, la guerra era divenuta il mezzo più opportuno per soddisfare la legittima aspirazione di un ritorno alla patria nativa, visto che le vie diplomatiche, anche e soprattutto quelle messe in atto dalla Santa Sede, non avevano dato i frutti sperati. Così il 24 maggio 1915 l’Italia entrava in guerra contro l’Austria. Il giorno seguente Benedetto XV esprimeva con forza ed amarezza la sua più ferma condanna della guerra, dalla quale, però, non si dichiarava “estraneo”. Il Pontefice voleva affermare la piena ed attiva presenza del Vaticano — della sua persona in primis — per «un’azione diplomatica di pacificazione» e per offrire «tutta l’influenza spirituale, l’aiuto morale e materiale in favore delle vittime del conflitto». Benedetto XV condannava la guerra e manteneva un atteggiamento di imparzialità nonostante gran parte dei cattolici non si fossero tirati indietro al richiamo della patria in guerra. E il Papa, da buon pastore, non esitò ad inviare un commosso messaggio di augurio e di preghiera ai giovani di Azione Cattolica che avevano abbracciato le armi e si mostravano con «fermezza e coraggio figli devoti della Patria».
Ma bisognava che nella Chiesa tutti, a cominciare dai vertici, seguissero un’unica linea di azione. Qualcuno appariva già smarrito ed indeciso sul da farsi. Il 26 maggio 1915 la Segreteria di Stato inviava a tutti i vescovi delle direttive precise: «1. Non devono pronunciarsi discorsi in occasione della partenza o dell’arrivo di truppe, dei funerali per i caduti in guerra o di simili avvenimenti e cerimonie pubbliche. 2. I Vescovi eviteranno in ogni eventualità di farsi iniziatori di pubbliche manifestazioni. Per ciò, poi, che concerne l’esporre la bandiera nazionale, l’illuminare gli edifici episcopali ecc…(nel caso che simili manifestazioni divenissero generali in tutta la città) non è lo ro vietato di farlo, ma si regoleranno secondo le circostanze, tenuto conto specialmente delle ubicazioni degli edifici stessi, i quali in alcune città trovansi molto in vista, in altre non lo sono. 3. Parimenti i Vescovi, ed in genere gli ecclesiastici non si faranno promotori di funerali per i caduti, di funzioni per rendimento di grazie ecc; ma se ne vengano richiesti, non si oppongano. Abbiano, tuttavia, presente che i Te Deum solenni debbono riservarsi per le vittorie decisive; come pure che a queste e simili funzioni non è opportuno che intervenga il vescovo, se può astenersene senza serio pericolo di gravi inconvenienti. 4. Quanto alla scelta della colletta pro-pace, che sinora è stata recitata, è l’altra Tempore belli , da alcuni ora proposta, è lasciato ai vescovi il determinarla per la rispettiva Diocesi». La richiesta di Benedetto XV non era certamente facile da esaudire. In primo luogo perché ogni vescovo aveva a che fare con fedeli di diverse inclinazioni politiche, ma soprattutto insediati in un territorio spesso direttamente coinvolto nel conflitto, come Veneto, e le terre irredente. Questo li metteva nella condizione di doversi barcamenare tra il dovere di obbedire al Papa e la necessità di mantenere salda la fede della gente, ma pure di evitare attacchi violenti nei confronti delle loro persone e dei sacerdoti in caso di prese di posizione contrarie allo spirito patriottico dei fedeli, i quali, il più delle volte, desideravano ricevere la benedizione di Dio per i loro cari in partenza per il fronte. La crudezza dell’evento bellico cambiò molte vite, insinuò sospetti, spaccò in due le comunità, la società intera. L’intento del Papa fu quello di limitare il più possibile i danni della guerra ed assicurare ai fedeli la maggiore assistenza possibile. Molti vescovi furono solo pastori impegnati a curare il proprio gregge mettendo da parte i sentimenti patriottici; altri furono malvisti per la loro ostinazione ed inflessibilità nella celebrazione delle esequie ai soldati morti in guerra, causando non pochi problemi alla Santa Sede. Benedetto XV ebbe a che fare con pastori spesso ingenui e con altri fin troppo scaltri; a tutti però, da autentico padre — come si può vedere annotato nelle numerose lettere inviate ai prelati — consigliava prudenza e saggezza, rinuncia e sacrificio per il bene del popolo, dell’Italia e della Chiesa specialmente «affinché, non trattenuta da ulteriori impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare agli uomini conforto e salute». Ma questo Papa è stato un “profeta inascoltato”, come lo definisce Mauro Letterio, che qualcuno voleva condannare al silenzio. Che almeno oggi il suo monito alla pace possa essere raccolto e fatto fruttificare.

© Osservatore Romano - 27-28 ottobre 2014