Oggi più che mai si sente il bisogno di recuperare il senso carismatico del sacerdozio, ed è doveroso farlo nel contesto di questo Anno sacerdotale. Celebrare la dignità di tanti presbiteri dediti al ministero e alla missione pastorale vuol dire saper vigilare sul dono di questa vocazione, con un atteggiamento di conversione e di rinnovamento che tenga conto anche delle emergenze educative che a volte affiorano nel loro stile di vita.
Gli episodi delle problematiche affettive, come anche le difficoltà psichiche derivanti da una maturazione umana frammentaria e discontinua, fanno supporre che la psicologia e le scienze umane devono essere saggiamente integrate nel processo di strutturazione della personalità presbiterale (cfr. Pastores dabo vobis, n. 71) per aiutare ogni singolo a essere fedele al progetto di Dio.
"A volte, come già osservava san Carlo Borromeo, siamo sommersi da troppe richieste, troppe cose contemporaneamente, troppo poco tempo per prepararsi, troppe emozioni da vivere...!", diceva un giovane prete indiano, indaffarato dalla mattina alla sera con le tante emergenze del suo lavoro pastorale tra i poveri della sua parrocchia. Tornano però in mente le parole di Carlo Borromeo ai presbiteri: "Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso".
Vigilare sulla propria storia vuol dire custodire un atteggiamento di gratitudine verso Colui che chiama al servizio dell'amore pastorale. Ma, vuol dire anche, saper guardare alle proprie difficoltà psichiche con un'ottica di crescita e di maturazione, prendendo sul serio la propria storia psichica e vocazionale, per assumersi la responsabilità d'uno stile di vita che sia coerente con la scelta presbiterale.
Sacerdoti a rischio d'immaturità psico-affettiva
È possibile parlare di disagio psichico nella vita sacerdotale? È possibile che quanti hanno accolto l'invito del Signore a vivere un amore perfetto, sull'esempio di Cristo buon pastore, vivano un'affettività malata?
A sollevare questi interrogativi concorrono non solo le notizie di cronaca, ma anche molti studi relativi all'affettività dei preti nel campo della pastorale. Già da tempo si sottolinea l'urgenza d'una formazione adeguata che tenga conto non solo del cammino spirituale, ma anche della maturazione umana che deve continuare lungo tutta la loro esistenza. Tutti possono avere delle carenze o dei disturbi nel loro sistema di personalità, ma tali fragilità psichiche certamente s'acutizzano in alcuni contesti specifici, come quando la persona è sottoposta a condizioni stressanti, oppure nei contesti relazionali difficili e competitivi.
Alcuni disturbi psicologici dell'area affettiva o dell'umore sono particolarmente accentuati quando i soggetti si trovano a vivere condizioni relazionali o pastorali che mettono a dura prova la struttura psichica della loro personalità e lo stesso processo di maturazione umana. Inoltre, se la persona ha una storia psichica di vulnerabilità e di disagio, essa s'abituerà ad attivare dei meccanismi nevrotici particolarmente negativi. Facciamo un esempio emerso durante un workshop di formazione permanente con alcuni parroci di una diocesi della regione dei Grandi Laghi in Africa. Immaginiamo un sacerdote che, abituato nel contesto culturale d'appartenenza, riconosce di essere piuttosto autoritario nel modo con cui gestisce i gruppi della sua parrocchia. Le persone dicono che è un tipo che vuole sempre avere ragione, ma anche lui s'accorge del suo bisogno di dominazione, perché gli dà fastidio quando gli altri non capiscono quello che dice.
Imponendosi nel lavoro pastorale, agli occhi degli altri egli ne ricava il vantaggio d'essere ascoltato, anche se spesso deve vivere le relazioni con gli altri in modo conflittuale. "Non so perché non mi capiscono, sembra che lo facciano apposta a mettersi contro di me!", commentava sconsolato.
Se la persona non è consapevole di tali reazioni, rischia logorarsi o d'irrigidirsi in uno stile di vita che acutizza le sue problematiche psichiche. Infatti, per difendersi dall'ansia dei suoi vissuti emotivi, l'individuo si rifugia in comportamenti disfunzionali, di ritiro emotivo, negativismo, insoddisfazione continua, dipendenza affettiva, depressione; tutte soluzioni difensive che servono a giustificare, ma anche a normalizzare il senso d'inadeguatezza interiore, nell'illusione di poter comunque corrispondere a un ideale che vorrebbe preservare, anche se a caro prezzo. Inoltre, quando questi comportamenti disfunzionali sono associati ad altri disturbi psichici presenti nella struttura di personalità del soggetto, il disagio che ne deriva può manifestarsi in un'incongruenza profonda che si riflette sulla stessa identità presbiterale.
In tutto questo l'approccio della psicologia è essenziale, perché permette di contenere le situazioni patologiche e di canalizzare la funzionalità del soggetto verso un campo d'azione propositivo che riguarda l'intero sviluppo individuale. Infatti, ci sono situazioni di particolare fragilità psichica, che destabilizzano le persone e ne limitano la funzionalità. In questi casi, ricorrere all'intervento psicologico non solo è utile, ma è anche doveroso per non protrarre i problemi all'infinito.
Allo stesso tempo, è necessario ricordare che l'intervento dello specialista in queste situazioni particolari non può essere avulso dal processo di crescita e di conversione della persona. In effetti, molti documenti del magistero sollecitano un'apertura equilibrata e costante all'apporto delle scienze umane nei diversi settori della vita presbiterale, in particolare per sostenere il cammino maturativo e di formazione necessari per cambiare e rinnovarsi in ogni stagione della propria vita (cfr. Pastores dabo vobis, n. 53).
Spesso però, quando la persona presenta delle difficoltà psichiche, non è facile dare una risposta univoca ai suoi bisogni di cambiamento. Per esempio, un sacerdote che suppone d'essere più capace e disinvolto degli altri nell'attività pastorale, o che deve dimostrare a tutti che lui vale, può ovviamente convalidare questa convinzione enfatizzando i suoi attributi positivi, ma anche amplificando le carenze delle persone che collaborano con lui. Se non coglie l'occasione del disagio che emerge nel suo rapporto con gli altri, rischia di perpetrare dei comportamenti disfunzionali che necessitano l'intervento d'una psicologia intesa a "riparare" il suo malessere.
L'esigenza di guardare ai fenomeni psichici da una prospettiva propositiva e teleologica, ridà alla persona, anche quella malata, la dignità della sua condizione.
(©L'Osservatore Romano - 18 febbraio 2010)