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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

giglio castita"Questa fede della castità, come da Sant’Agostino è giustamente chiamata, risulterà più facile, anzi molto più piacevole non meno che nobile per un altro pregio importantissimo: per l’amore coniugale, cioè, che pervade i doveri tutti della vita coniugale e nel matrimonio cristiano tiene come il primato della nobiltà.

«Richiede inoltre la fede del matrimonio che il marito e la moglie siano fra loro congiunti di un amore singolare, santo e puro, e non si amino fra di loro come gli adulteri ma in quel modo che Cristo amò la Chiesa; perché questa regola prescrisse l’Apostolo quando disse: Uomini amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa, e certo Egli l’amò con quella sua carità infinita, non per un vantaggio suo, ma solo proponendosi l’utilità della Sposa». Parliamo dunque di un amore non già fondato nella inclinazione sola del senso che in breve svanisce, né solo nelle parole carezzevoli, ma nell’intimo affetto dell’anima e ancora — giacché la prova dell’amore è l’esibizione dell’opera — dimostrato con l’azione esterna. Questa azione, poi, nella società domestica non comprende solo il vicendevole aiuto, ma deve estendersi altresì, anzi mirare soprattutto a questo: che i coniugi si aiutino fra di loro per una sempre migliore formazione e perfezione interiore, in modo che nella loro vicendevole unione di vita crescano sempre più nelle virtù, massimamente nella sincera carità verso Dio e verso il prossimo, da cui alfine «dipendono tutta la legge e i Profeti». Possono insomma, e debbono tutti, di qualunque condizione siano e qualunque onesta maniera di vita abbiano eletto, imitare l’esemplare perfettissimo di ogni santità, proposta da Dio agli uomini, che è N. S. Gesù Cristo, e con l’aiuto di Dio giungere anche all’altezza somma della perfezione cristiana, come gli esempi di molti santi ci dimostrano."

(Pio XII, Casti Connubi)



C’è da chiedersi, davvero, se ciò che pubblicamente ci è dato di fare e scrivere sia casto e nobile per l’edificazione e la perfezione interiore del mistero grande – come Paolo lo chiama nella lettera alla comunità di Efeso – che il Signore ci ha donato.

C’è il rischio, talvolta, che sia solo un riverbero di soggettivistica vanità e non lo schiudersi di un mistero grande che ci precede, ci fonda e ci significa.

Per cui siamo infedeli anche senza esserlo affatto, per mancanza di gratitudine e di lode.

E poco attingiamo alla Grazia donata e poco custodiamo la Grazia donata.

PiEffe