Accogliere, contemplare, fare. Sono i tre verbi chiave legati intimamente al rapporto del cristiano con la parola di Dio. Li ha spiegati padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, durante la seconda predica di quaresima, svoltasi, alla presenza del Papa, venerdì mattina, 26 febbraio, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico. Con questa riflessione il cappuccino ha voluto proporre una riflessione sulla costituzione dogmatica Dei Verbum, continuando a illustrare i principali documenti del Vaticano II che sono al centro delle prediche della Quaresima di quest’anno. Padre Cantalamessa ha fatto notare come la Dei Verbum sia l’unica costituzione, insieme con la Lumen gentium, ad avere la qualifica di dogmatica. Ciò si spiega con il fatto che «con questo testo il concilio intendeva riaffermare il dogma della ispirazione divina della Scrittura e precisare, nello stesso tempo, il suo rapporto con la tradizione ». Dopo aver ricordato che «il Dio biblico è un Dio che parla» e lo fa attraverso la bocca del profeta e con il fiato dello Spirito Santo, il predicatore ha parlato della parola di Dio come cammino di santificazione personale. E ha ricordato che nella Scrittura troviamo la proposta di un metodo di lettura della Bibbia accessibile a tutti. Infatti, da un passo della lettera di san Giacomo (1, 18-25) «ricaviamo uno schema di lectio divina fatto di tre tappe od operazioni successive ». La prima tappa è l’ascolto della parola: in questa fase «bisogna guardarsi da due pericoli». Il primo è quello di «fermarsi al primo stadio e di trasformare la lettura personale della parola di Dio in una lettura impersonale». Questo pericolo è «molto forte, soprattutto nei luoghi di formazione accademica». L’altro rischio, invece, è «il fondamentalismo: il prendere tutto quello che si legge nella Bibbia alla lettera, senza alcuna mediazione ermeneutica». In effetti, ha osservato il predicatore, «solo apparentemente i due eccessi, dell’ipercriticismo e del fondamentalismo, sono opposti: essi hanno in comune il fatto di fermarsi alla lettera, trascurando lo Spirito». La seconda tappa suggerita da san Giacomo «consiste nel “fissare lo sguardo” sulla parola, nello stare a lungo davanti allo specchio, insomma nella meditazione o contemplazione della parola ». I padri, ha ricordato il cappuccino, «usavano a questo riguardo le immagini del masticare e del ruminare». Inoltre, ha aggiunto, nello specchio della parola «non vediamo soltanto noi stessi e la nostra deformità; vediamo prima di tutto il volto di Dio; meglio, vediamo il cuore di Dio». La terza tappa consiste, infine, «nell’obb edire alla parola». Infatti, le parole di Dio, «sotto l’azione attuale dello Spirito, diventano espressione della vivente volontà di Dio per me, in un dato momento». Se ascoltiamo con attenzione, ha aggiunto, «ci accorgeremo con sorpresa che non c’è giorno in cui, nella liturgia, nella recita di un salmo, o in altri momenti, non scopriamo una parola della quale dobbiamo dire: “Questo è per me! Questo è quello che oggi devo fare!”». Obbedire alla parola significa, in pratica, «seguire le buone ispirazioni». Per questo, il progresso spirituale personale «dipende in gran parte dalla sensibilità alle buone ispirazioni e dalla prontezza con cui vi rispondiamo». Il predicatore ha concluso con un pensiero di un antico padre del deserto, Giovanni Cassiano, il quale diceva che la nostra mente è come un mulino. «Il primo grano che vi viene messo al mattino — ha spiegato — quello continua a macinare per tutto il giorno». Perciò è necessario mettervi, «fin dal primo mattino, il buon grano della parola di Dio, altrimenti viene il demonio e vi mette la sua zizzania e per tutto il giorno la mente non farà che macinare zizzania».
© Osservatore Romano - 27 febbraio 2016