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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Pubblichiamo l’editoriale del numero di marzo del mensile dei gesuiti italiani «Popoli», scritto dal suo direttore.

papa-abbraccio-4di STEFANO FEMMINIS

Il breve messaggio con cui l’11 feb-braio Papa BenedettoXVIha sorpre-so il mondo e cambiato la storia della Chiesa, annunciando la sua decisione di «rinunciare al ministero petrino», si caratterizza — oltre che per lo stile sobrio tipico del Pontefi-ce — per una densità di contenuti e di sfumature su cui certamente oc-correrà riflettere a lungo. A caldo, mentre il numero di «Popoli» che avete tra le mani sta per andare in stampa, a noi piace vedere questo messaggio come la sua ultima enci-clica, ovvero — letteralmente — come una “lettera circolare” inviata a tutti, credenti e non.
Tre passaggi ci sembrano partico-larmente significativi. Il Papa confi-da di avere «ripetutamente esamina-to la (sua) coscienza davanti a Dio» e di essere «pervenuto a una certez-za». Si moltiplicano commenti e confronti, talvolta polemici, sulla di-versa scelta compiuta da Wojtyła e da Ratzinger di fronte al venire me-no della salute fisica. Quasi che, da-vanti al bivio che entrambi hanno incontrato, esista un’unica scelta giusta. Ebbene, Papa Benedetto ri-mette al centro il primato della co-scienza. Ci dice che non è anzitutto l’obbedienza a fattori esterni, non è una prassi, non sono — in ultima analisi — le tradizioni, pur millena-rie, a dover guidare un pontefice, così come qualunque altro cristiano, ma la voce della propria coscienza, rettamente orientata da un’intensa frequentazione di Dio nella preghie-ra. Non solo, il Papa testimonia che dall’ascolto di questa voce nasce una «certezza». Si tratta di un mes-saggio di speranza che dovrebbe scuotere il mondo: non è infatti pro-prio lo smarrimento di ogni certez-za, il grigiore indistinto in cui tutto si confonde, il vero dramma della società contemporanea? Il secondo passaggio chiave ci pa-re il riferimento al «mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti». È, in-sieme, una lezione e un richiamo. Una lezione, definitiva, che lascerà senza argomenti chi accusa la Chie-sa e i suoi pastori di essere sempre e comunque fuori dal tempo, immobi-li, sordi alle richieste di cambiamen-to che arrivano dal contesto. Ma è anche un richiamo a quella parte di Chiesa, che pure esiste, la quale ve-de il cambiamento con timore e so-spetto. In questo senso, possiamo dire che la clamorosa decisione di Benedetto XVIsi iscrive pienamente nell’eredità conciliare, se è vero che al cuore del concilio Vaticano II vi fu la «riconciliazione» tra Chiesa e mondo. Infine, la richiesta finale del Pa-pa: «Chiedo perdono per tutti i miei difetti». Anche queste parole spazzano via fiumi di inchiostro sul-la presunta freddezza e austerità del Papa tedesco. Ma soprattutto illu-minano il senso autentico che do-vrebbe animare ogni esercizio dell’autorità, non solo religiosa. Pensiamo ai discorsi di addio dei “grandi della Terra”, solitamente fo-calizzati sulla rivendicazione dei successi ottenuti ed eventualmente sulla autogiustificazione dei propri fallimenti. Qui, nel momento in cui sa di scrivere un messaggio che farà il giro del mondo, l’uomo che pure ebbe qualche dubbio sulla richiesta di perdono per gli errori della Chie-sa voluta da Giovanni Paolo II nel giubileo non esita a riconoscere i propri, di difetti, non pensa a «tute-lare» il proprio lavoro, non ne ap-profitta per togliersi qualche sassoli-no dalla scarpa. Ci saluta nell’essen-zialità estrema, in una nudità inte-riore che colpisce e commuove.

© Osservatore Romano - 10 marzo 2013