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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
san Francesco in Cristo Gesu in Mariadi INOS BIFFI
Al santo d’Assisi nel suo poema liturgico — Corona benignitatis anni Dei — Claudel dedica tre inni: San Francesco d’As s i s i ; A lode dell’ordine dei cappuccini;e La rinuncia di san Francesco. Ci fermiamo sul primo, tra i più belli in assoluto, che nasce e si svolge mentre il poeta tiene gli occhi ininterrottamente fissi sulla figura del santo: «A chi guarda Francesco, non è più possibile volgere ad altro il suo pensiero».
«Egli è il nostro campione, e rimane saldo là dove noi saremmo arrivati, solo per precipitare dopo un istante». Certamente colpiscono e suscitano reazione i suoi gesti, come «Quando strappa le sue vesti e si mette tutto nudo»; «Quando porta delle pietre, una per una, a questa Chiesa tutta traballante e dissolta»; o «Quando tutto solo parte per la crociata a predicare il Vangelo»; «Invano però tu tenti di fare questo o quello: il bersaglio sei solo tu, povero piccolo fratello». Ed ecco allora «Francesco con la bocca aperta come un morto che è morto nella collera di Dio!», e che scuote con violenza la nostra immobilità. Così è veramente povero: «Non c’è povertà maggiore di quella d’essere morto», e «Francesco ha talmente donato la sua anima, da non conservare il proprio corp o». Sarebbe, per altro, inutile chiedergli una spiegazione: «non ha più nulla da dirci»: ormai «è la proprietà di uno che non sa spiegare ma riempire»; egli «non è che intera donazione, una specie di sposa e di neonato». Claudel vede Francesco trasferito in un altro mondo, collocato in un al di là che già gli anticipa nel tempo i beni eterni. A tutti appare muoversi «come uomo ebbro»: «Una specie di sposo, che geme, ride, caracolla, ferito dalla gloria di cui è l’inspiegabile consorte». Egli non ha più bisogno di nulla. «La Prudenza gli ha aperto la sua casa, la Sapienza lo ha invitato alla sua tavola. Egli non ha bisogno di vesti o di denaro; non ci sono bisogni per colui che possiede eternamente oggi quelle cose che sono preparate per domani». A profusione sono apparecchiati sulla sua tavola frutti dolcissimi e dilettevoli, ma «chi abita la Gloria non ha bisogno di mangiare. Egli ha compreso il mondo adesso che gli è divenuto estraneo». E proprio per questo tutte le cose sono attratte da lui e gli si affidano: «Ora che le cose non hanno nulla da temere da lui; ora che non servon più a nulla ed egli non ha nulla da chiedere loro, come si aprono dinanzi a lui, come gli diventano trasparenti e fraterne!». In Francesco è scomparsa ogni brama di possesso. Ed ecco che «Dio lo fa passeggiare come in paradiso nel mistero delle creature naturali». Ma tutte queste a che cosa possono servire «se non a dilatare in noi l’inso ddisfazione e il desiderio? Come potremmo gioire della vita, quando l’eternità è assente? Come potremmo gioire della vita, quando il nostro amore è assente? Senza posa la colomba geme nel fondo della foresta». Ma proprio questa «piaga dell’assenza» e «la sete che grida dal fondo del nostro essere» e l’«espansione» della «nostra preghiera e del nostro peccato» «è ciò che ha strappato potentemente Gesù dislocato nell’intimità di Dio». Nel bosco venne prelevato il legno perché servisse a crocifiggere il Figlio di Dio; nel caso di Francesco avviene di meglio: egli «è requisito perché serva nella sua carne al Crocifisso»: Cristo è inchiodato alla carne di Francesco. Per questo, «ciò che discende barcollando dalla Verna e che mostra in segreto a Chiara questa piaga e questa cicatrice è Gesù Cristo con Francesco, una cosa sola vivente e sofferente e redentrice». Una visione poetica potente e emozionante, ma soprattutto il ritratto più puro e più vero del santo di Assisi.

© Osservatore Romano - 4 ottobre 2013