di MICHELE GIANOLAIl Catechismo della Chiesa cattolica insegna che l’ordine e il matrimonio sono sacramenti che «se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri». Come dire che chi diventa prete e chi si sposa realizza la propria vocazione, trova pienezza di vita, gode i frutti della grazia soltanto impiegandosi nell’opera per la quale ha ricevuto il sacramento, la sua identità e la sua missione: far crescere ed edificare il popolo di Dio.
La sinergia tra il prete e la coppia di sposi presente al “Sicomoro” offre a quest’opera, dedita a coltivare i germi di vocazioni presenti nei giovani e negli adolescenti, un terreno ancora più fertile: il clima familiare e fraterno che si crea all’interno della comunità, le relazioni di amicizia e di scambio fecondo costruite all’interno dell’équipe, lo sguardo educativo reso ancor più completo dalla presenza femminile, la maggiore sintonia indotta nelle famiglie dei ragazzi dalla presenza di due sposi sono soltanto alcuni dei pregi e delle potenzialità di questa scelta. Le coppie vengono individuate — al momento senza particolari difficoltà — a partire dal confronto con il presbiterio locale, attraverso alcuni incontri previ da parte del responsabile del progetto e scelti con nomina ufficiale del vescovo che affida all’intera équipe la formazione dei seminaristi. Sono uomini e donne credenti, di qualche anno più adulti dei genitori dei ragazzi non solo per evitare una qualsivoglia forma di identificazione, peraltro mai avvenuta, ma anche per godere della sapienza pratica di chi vive una stagione della vita nella quale ha già saputo far crescere. Tra questi qualcuno lavora, altri sono in pensione, tutti hanno figli già grandi che hanno compiuto le loro scelte di vita (nel matrimonio e nel presbiterato) o che ancora vivono in casa e sono coinvolti nella decisione dei loro genitori di dedicare un tempo cospicuo alla crescita di altri “fratelli” più giovani. Grazie alla presenza della coppia, la relazione con le famiglie dei ragazzi percorre anche canali informali: abitando tutti lo stesso territorio è normale scambiare quattro chiacchiere “tra genitori” quando ci si incontra per strada o al supermercato e far crescere quelle fondamentali relazioni di autentica collaborazione. Meno che in altre zone d’Italia ma anche sulle terrazze delle pendici retiche della Valtellina crescono viti che danno un ottimo prodotto e ogni viticoltore o appassionato del frutto della vigna sa bene che uno stesso vitigno può portare a vini differenti in relazione al luogo e alle modalità in cui viene coltivato. Anche il “S i c o m o ro ” è così e, sebbene abbia una struttura propria, un progetto e un’identità comune, cresce e matura a partire dal contesto nel quale viene seminato. Iniziare una nuova comunità è un’operazione corale che interessa il presbiterio locale, i consigli pastorali del territorio, le famiglie dei ragazzi interessati al progetto. La proposta non viene quindi percepita come un’iniziativa estrinseca ma è assunta e curata come propria. A inizio anno ciascuna delle équipe calibra — nel confronto costante con l’animatore vocazionale del seminario, responsabile del progetto — il percorso formativo comune secondo le esigenze e le caratteristiche della propria comunità. Durante la settimana i ragazzi sono invitati ad avere un colloquio personale con il sacerdote responsabile per verificare il proprio cammino di fede e discernere il progressivo orientamento vocazionale. A tale discernimento intervengono — in foro esterno — anche la coppia di sposi e il responsabile del progetto che, in ultima istanza, accoglie o decide l’eventuale dimissione dei ragazzi dal percorso formativo. Agli adolescenti che decidono di iniziare il percorso e prima della loro accoglienza formale da parte del responsabile del progetto si domanda che l’intenzione sia seria: non è possibile frequentare una settimana in prova ma si chiede che la scelta comporti l’adesione a tutto il cammino annuale. Evidentemente, la libertà di interrompere il cammino in qualsiasi momento è garantita a tutti; in questi anni nessuno ha lasciato l’itinerario durante l’anno, alcuni hanno compreso che il loro orientamento vocazionale si indirizza verso altre prospettive e hanno compiuto altre scelte, qualcuno è stato invitato a interrompere l’esp erienza per il venir meno delle condizioni essenziali (il desiderio di conoscere la propria vocazione e l’accoglienza del percorso vocazionale del seminario) per il cammino insieme. Il legame con il territorio consente di accompagnare i ragazzi nel loro cammino di fede anche durante le altre tre settimane in cui la vita trascorre in famiglia. Chi vive al “S i c o m o ro ” sa che in un mese ci sono quattro settimane e anche a casa si può pregare, studiare, mettersi al servizio, stare con gli altri, frequentare le attività della propria parrocchia e trovare un momento di confronto con il “don”. Il colloquio con le famiglie, mantenuto costantemente dalla équipe e in tre incontri annuali con la presenza anche del responsabile del progetto, oltre a offrire a tutti elementi utili per la crescita dei ragazzi, sviluppa piacevoli relazioni di amicizia, di confronto e di condivisione anche tra gli adulti.
© Osservatore Romano - 10 gennaio 2015