di CYRIL HOVORUN Dall’illuminismo, è diventata convinzione diffusa che il cristianesimo come religione monoteista con pre- tese universali fosse di norma intol- lerante e coercitivo verso le altre re- ligioni. Questa convinzione, tuttavia, è un’estensione anacronistica al cristianesimo delle origini dell’atti- tudine che la Chiesa aveva alla vigi lia dell’illuminismo. Il fatto che i cristiani ritengono di essere i soli detentori della piena verità non im- plica né deve implicare automatica- mente la loro intolleranza verso altri credi e il ricorso al potere coercitivo dello Stato per indurre gli altri a cambiare le loro convinzioni, per quanto possano essere erronee. Questo fu in particolare il caso della Chiesa primitiva. Questo dimostra che la confusione posteriore del non relativismo con l’intolleranza non può reggere il confronto con l’evi- denza storica.
La coercizione è emersa nella Chiesa cristiana nel IV secolo. Prima di allora, l’attitudine della Chiesa verso la coercizione è difficilmente identificabile, e questo per la sem- plice ragione dell’ostilità tra la Chie- sa e lo Stato. Persino se la Chiesa avesse voluto, non avrebbe potuto impiegare il potere dello Stato per i propri fini. L’attitudine della Chiesa verso la coercizione potrebbe essere rappresentata attraverso la sua posi- zione nei confronti della violenza e più specificatamente verso il servizio militare, poiché la coercizione è par- te della violenza organizzata dallo Stato. Questo non significa che i cristiani non prestassero servizio nell’esercito, ma almeno teoricamen- te il servizio militare era considerato non normativo e ci doveva essere qualche argomento teologico per ammetterlo. L’ethos militare era po- polare tra i cristiani nell’era preco- stantiniana, ma era di tipo diverso rispetto all’epoca che seguì. Era l’ethos dell’autosacrificio e di una vera lotta in scala cosmica contro le potenze diaboliche. Non presuppo- neva la violenza contro coloro con cui i cristiani erano in disaccordo. La situazione tuttavia cambiò do- po la riconciliazione della Chiesa con l’impero e dopo l’adozione di un modello sinfonico di relazioni tra i due. L’ethos militare del cri- stianesimo delle origini fu degrada- to dal livello cosmico a quello poli- tico, dalla battaglia contro le poten- ze diaboliche alla lotta contro i ne- mici dello Stato e della Chiesa. La natura del potere imperiale di Roma era coercitiva, si fondava sui domini militari dell’impero ed era centrata sull’ethos del dominio e della sottomissione. La coercizione toccava tutti gli aspetti della vita pubblica e privata dei romani, inclu- sa la religione. Il sistema e la cultu- ra romana della coercizione furono gradualmente adottate dalla Chiesa come lo studioso di letteratura clas- sica di Princeton, Brent Shaw, ha dimostrato nella sua recente volumi- nosa ricerca. Quanto più la Chiesa trovava il suo contesto nell’ambiente romano tanto più diventava intolle- rante e coercitiva. Questo finì col creare il sistema legale che permise alla Chiesa di lottare contro le ere- sie, di assicurare la propria unità, e di compiere missioni con l’aiuto del potere coercitivo dello Stato. Que- sto portò inevitabilmente a un con- flitto tra due sistemi etici di convin- zioni: quello cristiano, che valoriz- zava il consenso personale, e il siste- ma romano, che non teneva conto della libertà umana nel trattare le credenze imposte dallo Stato. La Chiesa spesso integrò nelle proprie strutture ed ethos modelli tratti dal mondo esterno. Nella si- tuazione di sinfonia o di cristianità, la soggettività della Chiesa si confu- se con la soggettività dello Stato: la loro autoconsapevolezza non era co- sì distinta l’una dall’altra come sia- mo abituati a credere nel nostro temp o. Nell’Africa settentrionale non fu- rono i cattolici ma i donatisti a con- trapporsi alla tendenza a confondere le due identità: ecclesiale e politica. Si dice che Donato, nella sua pole- mica con i vescovi locali, avesse po- sto loro una domanda che era per lui retorica: «Che cosa ha a che fare l’imperatore con la Chiesa?». Nelle condizioni della sinfonia avanzata, la risposta dei vescovi cattolici avrebbe dovuto essere come suggeri- sce Brent Shaw: «Quasi tutto». “Quasi tutto” includeva il sacrosan- to dominio della dottrina che era normalmente considerato esclusiva responsabilità della Chiesa. La cul- tura romana della coercizione tutta- via entrò nelle relazioni tra Chiesa e Stato nella tarda antichità così in profondità che lo Stato non esitò a intervenire in materia dottrinale. A un certo punto, il diritto dello Stato di proteggere la dottrina fu interpre- tato come il diritto di interferire nel- la dottrina. Si trattava di una chiara violazione del principio sinfonico, che non fu purtroppo l’unica. L’idea della sinfonia rimase solo un ideale, non la realtà della società bi- zantina. Qualcuna delle eresie più impor- tanti nel periodo dopo Costantino fu resa possibile dal fatto di aver ot- tenuto il supporto politico dello Stato. Ci furono eresie “inventate” dall’ordine immediato dello Stato, come il monoergetismo e il monote- lismo, che divennero un progetto politico dell’imperatore Eraclio. Questa fu una forma molto radicale di coercizione quando lo Stato non solo sostenne una dottrina con stru- menti politici e militari, ma arrivò a inventarne una e a imporla con la forza alla Chiesa. Questa forma di coercizione fu rifiutata da Massimo il Confessore, il quale si oppose all’idea che lo Stato potesse definire i criteri dell’ortodossia e quindi im- porli con la forza, e difese l’autono- mia della Chiesa in materia di fede. Più radicale nella difesa dell’autono- mia della Chiesa fu Giovanni Criso- stomo. A differenza di Massimo, egli rifiutò chiaramente la coercizio- ne. Analogamente ad Agostino e ad altri contemporanei, Crisostomo ri- teneva fermamente che ci fosse una sola verità, e rimproverava senza esi- tazioni giudei, pagani ed eretici. Nonostante voci quali quelle di Massimo e di Crisostomo, la Chiesa sia in Oriente sia in Occidente alla fine cedette alle pratiche e alle teo- rie della coercizione che divennero una parte essenziale dell’ethos eccle- siale durante il medioevo. Solo con il processo di secolariz- zazione inaugurato dall’illuminismo le teorie e le pratiche della coerci- zione cominciarono a declinare. Una delle ragioni per questo fu l’emancipazione dello Stato dalla Chiesa, e in seguito della Chiesa dallo Stato. La Chiesa fu privata del supporto dello Stato nell’e s e rc i z i o della coercizione. Persino quando la Chiesa voleva praticare la coercizio- ne, non lo poteva fare. Come conse- guenza della sua emancipazione dallo Stato, la Chiesa cominciò a rendersi conto della propria identità in modo più chiaro: la chiara sog- gettività della Chiesa riemerse dalle ombre dello Stato. Un altro fattore che costrinse la Chiesa a liberarsi della coercizione fu la società plura- listica. Non c’è possibilità che la Chiesa possa esercitare la coercizio- ne in una società pluralistica, poiché il monopolio in questo campo non le appartiene. Infine, ultimo ma di non minor importanza, i progressi nella comprensione della persona umana e della libertà, della loro fondamentale importanza nei siste- mi democratici moderni, che sono basati sul libero consenso dei citta- dini, ha collocato la coercizione nel- la categoria dei mezzi inaccettabili di persuasione, anche da una pro- spettiva teologica. Miroslav Volf de- finisce una fede coercitiva «una fede con gravi disfunzioni». La condan- na della coercizione, sia nel sapere comune sia nella teologia, ha aiuta- to la Chiesa a scoprire il suo specifi- co modo di considerare la fede: non obbligando, ma dialogando con le persone. Proprio come l’ambiente romano aveva fatto sì che la Chiesa nella tarda antichità accettasse stru- menti coercitivi, la modernità ha aiutato la Chiesa a liberarsene, e a valorizzare i mezzi della comunica- zione della fede offerti dal Vangelo.
© Osservatore Romano - 6 settembre 2014