Dall’ultimo numero del «Notiziaio» dell’Istituto Paolo VI pubblichiamo uno degli interventi alla tavola rotonda svoltasi lo scorso 14 aprile a Concesio, in occasione dell’uscita della raccolta di testi di Montini «Un uomo come voi. Testi scelti 1914-1978» (a cura di Giovanni Maria Vian, Genova, Marietti, 2016, pagine 212, euro 16). di FERRUCCIO DE BORTOLI
Ciò che colpisce in questi testi scelti da Vian è la moderna semplicità del linguaggio di Montini. Un linguaggio che non muta dopo l’elezione al soglio pontificio. Assume certo una sua rotondità solenne, ma non perde in chiarezza e sincerità. È un eloquio elegante ma nello stesso tempo popolare. Una scrittura colta ma non cattedratica. Il suo è un discorso pubblico che resiste all’usura del tempo. Ed è la prima sorpresa di questo libro.
Condizionati dall’immagine storica che abbiamo di Paolo VI, un po’ distante, algida, professorale, fatichiamo a credere che sia proprio lui a rivolgersi agli artisti, in un incontro naturadel 7 maggio del 1964, con queste parole. «Ci permettete una parola franca? Voi ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane». Il Papa non blandisce i suoi ospiti, li sfida. Così: «Qualche volta non si sa che cosa dite. Lo sapete anche voi. Una babele, una confusione. Allora dov’è l’arte?». «Ma per essere sincero e ardito — continua il Pontefice — anche noi vi abbiamo fatto tribolare». Ecco un verbo lombardo, che fa tenerezza. E conclude con un appello agli artisti. «Facciamo la pace? Vogliamo ritornare amici? Qui?». Francesco usa normalmente questo tono colloquiale, diretto, amichevole. Non ci stupiamo più. È lessico quotidiano. Siamo abituati a un Pontefice che parla in prima persona, che dice «chi sono io per giudicare? ». Ma, pensare che queste parole siano state pronunciate più di mezzo secolo fa, quando anche la società laica era molto più ingessata e formale — e forse anche più educata — ci fa un certo effetto. Ha ragione Vian nel dire che «i contorni del suo pontificato e della sua figura sembrano lontanissimi e sbiaditi», stretti fra Roncalli e Wojtyła, se si accettua il breve interregno di Luciani. La causa di canonizzazione avviata da Bergoglio farà risaltare ancora di più il ruolo storico di profondo rinnovatore di Paolo VI e forse lo risarcirà anche dei troppi silenzi e dei vuoti di memoria della Chiesa. Quando, il 4 ottobre del 1958, guida il pellegrinaggio lombardo ad Assisi, Montini rappresenta una grande diocesi, la più grande, ma anche la Milano del miracolo economico. I pericoli della ricchezza «che si impadronisce delle anime» e che «toglie la libertà interiore» sono descritti con la consueta lucidità, ma non vi è alcuna concessione pauperista o anticapitalista. Ricorda che san Francesco si priva di ogni personale proprietà ma «non la condanna in altri». Dice: «Non si vive per l’economia anche se si deve vivere di economia » e chiede che i lavoratori non si sentano estranei nelle aziende, ma chiamati a far parte di un progetto, artefici di un comune interesse, nel rispetto della loro dignità. Siamo negli anni Cinquanta. Lo statuto dei lavoratori sarà legge nel 1970. Cardinale da poco più di due anni, nel 1961 nel Duomo di Milano, parla del valore del tempo e della frenesia di viverlo con bulimia, pensando sia infinito, con l’ansia di moltiplicarlo. Allora non esistevano (per fortuna?) i social network, che estendono artificialmente le nostre giornate, ma nel testo scelto da Vian è come se in qualche modo ci fossero già. Montini ricorda che san Paolo raccomandava di non sprecarlo, arriva a dire che si ha la sensazione, nel Vangelo, che Gesù abbia sempre l’orologio in mano. E se c’è un tempo per prendere il cibo materiale, vi deve essere anche un tempo per il cibo spirituale. L’unico che dia senso e valore alle nostre giornate. C’è in questo scritto anche una delle non poche riflessioni critiche di Montini. «Dobbiamo dirlo con amarezza: anche noi cristiani abbiamo spesso laicizzato il giorno festivo». Cioè usiamo quel tempo in maniera sbagliata. E il conto ci verrà presentato «il giorno finale, alla sera della nostra vita». «E se abbiamo dimenticato questo, figli miei, abbiamo perduto il tempo, abbiamo perduto tutto». Mi soffermo ancora un attimo su questo passaggio del pensiero di Montini perché mi ha fatto riflettere sull’esperienza di volontariato che sto facendo come presidente di Vidas, associazione che assiste i malati terminali di cancro. E la mia domanda, suscitata da questa lettura, è la seguente: «Quanto valore ha il tempo di chi sa di averne pochissimo davanti? E quanto deve essere l’impegno degli altri a riempirlo di vita, di ricordi, di affetto? E quanto si dilata, con l’amore degli altri, il tempo che scade di chi soffre?». Questa riflessione sul tempo è ripresa da Montini, forse non casualmente, il 7 dicembre del 1965, nell’omelia in occasione dell’ultima sessione del concilio. Il tempo della Chiesa si confronta con il tempo della società circostante. L’antica storia del samaritano è il paradigma della spiritualità del concilio. E se leggete quelle righe, avendo presente alcuni passaggi di Am o r i s laetitia, ci si può accorgere di quanto respiro abbia ancora il verbo conciliare, quanto profonde siano le sue radici. Montini afferma che la Chiesa, sfidando le accuse di anacronismo e di estraneità, «si è sollevata con questo Concilio in mezzo all’umanità». Non ha risolto tutti i problemi urgenti della vita moderna. «Alcuni di questi — dice il Papa — saranno riservati all’ulteriore studio che la Chiesa intende farne». Francesco ha richiamato l’Humanae vitae più volte anche nei cambiamenti che Paolo VI aveva in animo di introdurre ma poi non fece. Ecco quella lettura del 1965 è di straordinaria attualità. Il testo più conosciuto di questa raccolta è la lettera scritta il 21 aprile del 1978 agli “uomini delle Brigate Rosse”. In prima persona. Il titolo che gli ha dato l’autore è «Vi prego in ginocchio». Una lettura drammatica. La lettera risente, anche sotto il profilo stilistico, dell’emozione e del dolore che Montini provava per la condizione di Moro. Forse fu scritta più volte, forse qualche parola saltò. A quella lettera segue l’omelia dei funerali del 13 maggio del 1978. E l’invocazione al Signore «tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Moro» appare, riletta oggi, addirittura risentita, come se Dio si fosse assentato in quei giorni. È un documento che lascia sgomenti. Ed è forse in quel momento che il Papa sente avvicinarsi la morte. Il libro termina con l’omelia della celebrazione dei santi Pietro e Paolo il 29 giugno del 1978. «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede». È un pensiero, quello della morte, che compare in altre lettere, anche successive al testamento del 1965. «Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte». Affiorano l’ansia di sfruttare l’undicesima ora, la fretta di fare qualcosa d’importante, la preoccupazione per quello che verrà dopo. Ma con la necessaria leggerezza. E in quelle parole c’è un grande inno alla vita, alla bellezza della natura, alle meraviglie del cosmo. Con la consapevolezza di essere stato, come dice il titolo del libro curato da Vian “uno come voi” ma senza la libertà di una persona comune.
© Osservatore Romano - 6 agosto 2016