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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
nativitydi INOS BIFFI

Uno della Trinità, il Figlio di Dio, si è incarnato. E ci imbatteremmo in lui, se ci fosse possibile risalire la china solo di qualche secolo. Forse ci siamo abituati, e l’originalità inattesa e inimmaginabile dell’avvenimento che la Chiesa commemora nella festa del Natale s’è un poco appannata e usurata. E, pure, per poco che ci riflettiamo, è difficile non rimanere smarriti ed estatici: il figlio di Dio ha assunto la natura umana e l’ha unita indissolubilmente a sé, legandola e collocandola nell’intimo della Trinità. Secondo la fede cristiana Gesù di Nazaret è personalmente Dio.
Paradossalmente il figlio di Dio, eterno e immenso, assume il tempo e si dispone nello spazio. L’incarnazione non è un mito senza data, o un fenomeno ciclico prevedibile e necessariamente ricorrente. Si dovrebbe, anzi, dire che tempo e spazio nel disegno divino sono ideati a motivo e a servizio di Cristo, nel quale trovano il loro senso originario. Se non ci fosse dovuto essere Gesù, il tempo e lo spazio non sarebbero esistiti e sarebbero stati inutili. È con la sua apparizione che il mondo prende coscienza della ragione del loro ess e rc i . A questo punto il pensiero va a Maria. Grazie alla discesa dello Spirito Santo e alla potenza avvolgente dell’Altissimo, quell’“Uno della Trinità” veniva umanamente concepito nel grembo della Vergine, che lo avrebbe dato alla luce e che poteva in tutta verità volgersi a Lui con le parole: «Tu, che sei il mio Dio, sei mio Figlio». Vengono in mente i versi di Dante, il più alto poeta e teologo mariano: «Vergine madre, figlia del tuo figlio» (Paradiso , XXXIII, 1). Elisabetta, incontrandola, la chiama: «La madre del mio Signore» (Luca, 1, 43): per Elisabetta Gesù è «il Signore», e «Signore» è il titolo divino di Gesù risorto. Chi era eterno e infinito nasceva nella finitezza di una vera natività umana. La relazione umana più stretta e singolare col figlio di Dio e quindi con la Trinità era in atto in Maria di Nazaret, che in maniera unica e incomparabile entrava in comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo. La divina maternità è la sorgente e il fondamento dell’ammirata devozione della Chiesa per la Vergine. Rimuoverla o contestarla comprometterebbe irrimediabilmente o non lascerebbe intatto il dogma cristologico. Il mistero più alto, incommensurabile, era silenziosamente racchiuso in questa fanciulla, «Piena di grazia», che nel canto del Magnificat ci lascia intuire i pensieri e i sentimenti che intimamente la animavano. Essa si proclama, come nell’Annunciazione, un’umile serva a cui il Signore si è degnato di volgere lo sguardo. Sa che sono avvenute in lei «grandi cose», e che lungo i secoli la chiameranno beata, ma non per suo merito, poiché tutto risale alla misericordia dell’O nnip otente. Ma importa un’altra considerazione, che non manca di lasciarci stupiti: il figlio di Dio, nella sua “uscita”, per così dire, dalla Trinità, ha fissato la sua scelta e la sua preferenza sull’umanità e non su un’altra creatura, come potrebbe essere l’angelica. «Si fece carne e si attendò in mezzo a noi» (Giovanni, 11, 14). A Dio è piaciuta l’umanità. Verrebbe da dire che l’umanità lo ha attratto. In realtà, e più esattamente, l’umanità è concepita e voluta originariamente per il Figlio, chiamato ad assumerla personalmente. Propriamente, non noi abbiamo dato al Figlio di Dio l’umanità, ma lui l’ha iniziata in sé e quindi l’ha comunicata a noi come umanità in grazia. Noi siamo stati preceduti, e infatti, «per mezzo di lui», «in lui» e «in vista di lui», «Primogenito di tutta la creazione», «furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra» (Colossesi, 1, 15-16). Se scomparisse Cristo, l’umanità semplicemente si sfascerebbe e scomparirebbe, per la sottrazione del suo fondamento, del suo principio e della sua ragione. Non è mai esistita un’umanità, “neutra” o “indip endente”, o che non fosse quella destinata e deliberata per lui. Ma, se è così, noi non possiamo sapere che cosa e come sarebbe stata un’umanità diversa; anzi, a rigore, neppure la potremmo chiamare umanità. Una “umanità pura” non solo è un’ipotesi, ma non è neppure contenutisticamente rappresentabile. Quello di umano che esiste è, in ogni caso, tutt’altra cosa. A Natale nel Verbo incarnato appare l’unica umanità conforme al disegno trinitario, l’umanità gestita divinamente e, perciò, la sola valida al giudizio di Dio. In Gesù di Nazaret noi troviamo come Dio si comporta da uomo, o come si è uomini. L’antrop ologia reale si ritrova nella cristologia. Di conseguenza, le azioni di Cristo sono la descrizione della condizione umana o l’attuazione storica dell’essere uomo. Esse rappresentano le vicissitudini esemplari o paradigmatiche che l’uomo è chiamato a rivivere, per essere autenticamente uomo. I misteri singolari di Gesù elaborano la sua vita, ma intenzionalmente intessono anche la nostra, in quanto sono destinati a essere rivissuti da ogni uomo. Essi offrono il vissuto ontologico umano. Ma qui sorge la domanda: se l’umanità concreta è connessa a Cristo così intimamente o creativamente, che non è pensabile di fatto un’umanità non connessa a lui, possiamo ancora parlare di “grazia”? Certamente, e nel modo ancor più assoluto, dal momento che, in questa prospettiva, l’umanità è in grazia — cioè in Cristo — non perché questo le sia sopraggiunto a un certo momento, ma perché tale umanità fu costitutivamente e radicalmente suscitata da Cristo e per Cristo, e non per un’esigenza dell’umanità, ma per una gratuita deliberazione o per una scelta d’amore da parte di Dio, il quale volle in Gesù una umanità da amare paternamente e volle tutti gli uomini come figli adottivi. Com’è detto in Efesini: in Cristo Dio «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere figli adottivi mediante Gesù Cristo» (1, 4-5). A ben vedere, la grazia è lo stesso Cristo e la gratuità della grazia è il dono dell’incarnazione del Figlio di Dio, e quindi la sua impronta in noi (la grazia creata). Siamo, così, di fronte a un eccesso di grazia, fin dal principio, e questo va oltre la stessa convinzione di Tommaso d’Aquino secondo il quale l’uomo, come l’angelo, è stato «creato in grazia» (Summa Theologiae, I, 62, 3; 95, 1). Noi siamo stati pre-creati nell’umanità originariamente istituita per il Figlio di Dio incarnato, nel quale siamo resi uomini e portati al Padre, il quale, avendo immensamente a cuore il Figlio, ha immensamente ha cuore tutti noi. In ogni uomo, da sempre, si riflette l’umanità del Figlio di Dio, presente e interessato là dove appaia un uomo. Gesù l’uomo se lo ritrova in sé, essendone lui l’iniziatore e l’immagine. Dove c’è un uomo, là c’è la propensione del Padre celeste e l’inclinazione di Cristo.

© Osservatore Romano - 23-24 dicembre 2013