Quello della fede sembra il campo più minato. Ci sembra di individuare un pericolo, quello di dar sempre meno importanza alla fides quae, per una più vaga soggettivistica fides qua. In teologia per fides quae si intende il contenuto oggettivo delle verità rivelate: cioè ciò che siamo chiamati a credere, con la mente, l’intelligenza. Per fides qua si intende invece il modo in cui credo, la mia interiore adesione a queste verità, la mia capacità di entrare in relazione con Dio che mi si è rivelato. È ovvio che siano due aspetti della fede inscindibili e ambedue importanti. Oggi però si continua a parlare del modo soggettivo (la fides qua) di aderire alla fede, e si dà sempre meno importanza al contenuto oggettivo delle Verità che si debbono credere. Anzi: addirittura si guarda con disprezzo
[…]
Credere di possedere la verità è divenuto un atteggiamento arrogante, non una virtù da custodire; confessare la propria fede senza sicurezza, invece, è visto come atteggiamento di umiltà. È vero l’esatto contrario, perché quando io faccio la mia professione di fede, non esprimo me stesso, le mie personali opinioni, ma aderisco a una Verità che mi trascende, piego me stesso e la mia intelligenza a Qualcuno che mi supera. È quello, quindi, il vero atto di umiltà.
Oggi si cerca continuamente di colpevolizzare chi professa la fede cattolica con sicurezza e convinzione, e si inneggia invece a che cammina verso una verità da scoprire (magari col contributo di altre religioni).
È il ribaltamento assoluto di tutta la dottrina cattolica che ha sempre esaltato e incoraggiato a credere in modo totale, a professare con certezza delle precise verità. San Paolo non avrebbe percorso mezzo mondo per andare a proclamare una vaga fiducia in qualche Dio sconosciuto; i martiri non avrebbero dato la vita se non avessero avuto la sicurezza di ciò che credevano e professavano: rifiutando di sacrificare all’imperatore proclamavano una precisa verità: Cristo è l’unico Signore; i missionari non sarebbero partiti per terre lontane, sacrificando tutto, rischiando la vita, per andare a confessare i loro dubbi e le loro insicurezze; e nessuno si seppellisce per sempre in un monastero se non crede fermamente in Colui che lo ha chiamato. Fides quae e fides qua sono inscindibili, la seconda senza la senza la prima diviene solo inganno soggettivo.
La vita del monaco si conforma e si plasma sulla Verità creduta, pronto a morire pur di non rinnegarla. Il monaco vero non è il teologo post-conciliare idolatra delle proprie idee e disobbediente al Magistero, ma è teologo nel senso che prega. La preghiera infatti è immersione nella Verità oggettiva di Dio, nella preghiera liturgica e la ripetizione dei salmi, laddove il bene viene chiamato bene e il male viene chiamato male, laddove si implora la giustizia di Dio e il giudizio di Dio sul mondo. La fede cristiana è una virtù soprannaturale, che si comunica al prossimo con la preghiera accompagnata da una parola che tocca i cuori perché attinge senza paura dalla Verità che è Cristo. Gli esperimenti ecumenici sincretisti (Camaldoli e altrove) non convertono nessuno semplicemente perché la conversione non è in programma, non è prevista. Ma questa desistenza è un venir meno alla fede nel Salvatore Gesù Cristo e nella Chiesa. Convertirsi, invece, e convertire gli altri significa portare tutti a Cristo, fuoco divorante, impeto della gioia.
Il monaco vero esercita la fede in continuazione perché deve credere in un Dio che si comunica e non cede nulla ai sentimenti e agli stati emotivi; egli sa che la fede non è un’emozione, ma una illuminazione, una trasformazione: è Dio che vive nel cuore dell’uomo. Proprio per questo la fede del monaco è un atto eroico, una sorta di martirio quotidiano, che porta necessariamente in sé anche una morte. L’uomo che vive di pura fede (e il monachesimo conduce su questa via) è trascinato continuamente fuori dalla mondanità per vivere la gratuità dell’amore di Dio senza sentire nulla, senza risultati apparenti. Deve arrivare il giorno in cui il monaco si sente totalmente inutile, al mondo, a Dio, a se stesso. Toccato questo punto terribile, potrà iniziare a vivere la gratuità della propria esistenza e conoscere l’amore di Dio, a patto che non “cerchi altro”.
[…]
L’eremita è isolato, nascosto, perché realizza l’unione con Dio nell’atto di fede per il quale raggiunge il mondo intero. Il termine “dialogo” non è mai esistito nella cultura monastica. Il monaco di sempre annuncia la fede che professa, sia ai non cattolici (chiamati eretici nella terminologia classica) sia ai non cristiani (chiamati pagani, senza che questi termini siano offesa per alcuno). Sant’Antonio abate, primo monaco, lasciò la solitudine del deserto due volte sole nella vita: la prima sperando di subire il martirio, quando un imperatore pagano aveva cominciato a perseguitare i cristiani, la seconda per andare a confutare l’eresia degli ariani. Ecco il “dialogo” del primo grande monaco con gli uomini del mondo!”
Ci salverà il monachesimo di Beniamino Lucis
Editore: Fede & Cultura
Pagine: 224
I libri del ritorno all’Ordine n. 12
ISBN : 9788864094342
ISBN eBook: 9788864094359
Data di pubblicazione: Ottobre 2015
Fonte:
https://www.facebook.com/paolodiscete/posts/1887101361534626