Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
cristo annuncio«La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt. 9,37-38).

Certamente il vangelo di oggi si preoccupa di ricordarci che il lavoro nella "messe" è tanto e che c'è bisogno di operai; molti operai. Fratelli e sorelle che abbiano a cuore "la messe" e che non solo siano "specializzati" per "titolo". Un invito esteso a ciascun battezzato e non solo alle nostre amate e preziose guide, i Vescovi e i Sacerdoti, ma che ovunque, sempre e comunque, sappiano essere annunciatori.
C'è però una propedeutica che riguarda i tempi della Chiesa ad-intra. L'invito che il Risorto farà dopo gli eventi pasquali non è più circoscritto alle "pecore perdute della casa di Israele" ma è per tutta la terra («Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura», Mc. 16,15); ma qui Gesù, propedeuticamente, ai suoi, invita così: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.». E lo fa dopo averli istruiti (παραγγείλας) con autorità di comando e dopo aver vissuto un congruo tempo con loro, un bagno di Grazia per i discepoli. Attenzione, tuttavia, a ridurre l'Istruzione ad "indicazioni d'uso". Sono piuttosto il continuum di quanto i discepoli hanno vissuto con Cristo e coltivato nell'intimità con Lui. Non sono "modalità esterne" ma estrinsecazione del dono di Grazia vissuto rafforzato da un comando divino:
Cristo prepara i suoi con l'intimità vissuta e con il comando che compie ciò che chiede.

C'è il rischio, e di fatto è sovente accaduto nella storia, con tanti "movimenti" di riforma, sino ad alcune derive nelle riunioni sinodali recenti, che si tenti di annunciare senza aver ricevuto prima una "istruzione", cioè un vissuto adeguato e nel contempo il comando di Cristo. Istruzione che non è solo conoscenza intellettiva (sempre che essa ci sia) ma biblica e non è solo garantita da un "moto" ed una intuizione pastorale. Come è possibile annunciare se non si vive l'Istruzione di Cristo, cioè il Catecumenato che è azione di Grazia e formazione piena?

Per essere "popolo di Dio", il Battesimo e il Suo tesoro ineasuribile di Grazia necessita di essere vissuto, riconosciuto, accresciuto, slegato. Altrimenti il «sensus fidei fidelium», intuizione di Scienza, non avviene ma avviene un grande inganno carnale. Si riveste di democraticità ciò che è movimento di alcuni o di un consenso. Non vi è dunque Istruzione di Cristo ma volontà mondana di imporre e diffondere una "agenda ideologica". 

Sarebbe (e lo è) un grande inganno; inganno a sè e ai fratelli. Perché non c'è più una Chiesa in uscita e lo slegamento autentico dell'instinctus fidei ma discepoli non formati, e sovente pieni di "carnalità", che portano sé stessi e non il Vangelo.
Ricorda la Commissione Teologica internazionale nel 2014 ai numeri 44 e 45:

L’insegnamento del concilio Vaticano II riflette ampiamente il contributo di Congar. Il primo capitolo della Lumen gentium, sul «mistero della Chiesa», insegna che lo Spirito Santo «dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio». «Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cf. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cf. Ef 4,11-12; 1Cor 12,4; Gal 5,22)».Il capitolo II prosegue trattando la Chiesa come un tutto, «il popolo di Dio», prima di ogni distinzione fra laici e clero. Il passaggio che cita il sensus fidei (Lumen gentium, n. 12) insegna che avendo «l’unzione che viene dal Santo (cf. 1Gv 2,20.27)» la «totalità dei fedeli (...) non può sbagliarsi nel credere». «Lo Spirito di verità» suscita e mantiene un «senso soprannaturale della fede [supernaturali sensu fidei]», che si manifesta «quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in materia di fede e di morale». Grazie al sensus fidei, «sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cf. 1Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla “fede trasmessa ai santi una volta per sempre” (Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita». È il mezzo attraverso il quale il popolo prende parte all’«ufficio profetico di Cristo».

La Lumen gentium descrive poi, rispettivamente ai capitoli III e IV, come Cristo esercita il suo ufficio profetico non soltanto per mezzo dei pastori della Chiesa, ma anche dei fedeli laici. La costituzione insegna che «fino alla piena manifestazione della gloria» il Signore adempie il suo ufficio «non solo per mezzo della gerarchia, che insegna in nome e con la potestà di lui, ma anche per mezzo dei laici», «che perciò costituisce suoi testimoni provvedendoli del senso della fede e della grazia della parola [sensu fidei et gratia verbi instruit] (cf. At 2,17-18; Ap 19,10), perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale». Fortificati dai sacramenti, «i laici diventano araldi efficaci della fede in ciò che si spera (cf. Eb 11,1)»; «i laici (...) possono e devono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo».Qui, il sensus fidei è presentato come un dono di Cristo ai fedeli, e ancora una volta è descritto come una capacità attiva mediante la quale i fedeli sono resi capaci di comprendere, vivere e annunciare le verità della rivelazione divina. È la base della loro opera di evangelizzazione.

L'instinctus fidei non è staccato dal Magistero, non è opinione pubblica, non è statistica, non insegue criteri democratici, non trama conquista di spazi e visibilità, non brama di avviare neo-processi, capitolerebbe in una dimensione "carnale" e non avrebbe compreso la Grazia ricevuta, insomma cessa di operare come Instictus fidei se non opera come catecumenato e discepolato continuo, appunto come sensu fidei et gratia verbi instruit.

Costoro che hanno al centro sé stessi, non riconoscono (né potrebbero) le pecore perdute, non guariscono gli infermi, non risuscitano i morti, non sanano i lebbrosi, non cacciano i demòni. Anzi essi stessi si comportano come tali, come demòni, non avendo ricevuto una adeguata Istruzione ma essendo sottoposti al proprio "ombelico" ego-riferito.

La Grazia di stato e la Grazia della Chiesa spesso sopperiscono alle nostre deficienze ma non sostituiscono una formazione catecumenale, anzi la suppongono. Lo stichwort tommasiano ce lo ricorda Gratia supponit naturam et perfecit eam, dove la "natura" non è solo l'umanità ma il cammino di discepolato ineludibile del fedele con Cristo.

Non riconoscerlo è un grande inganno.
Infatti il proselitismo può avvenire in tanti modi, anche, e soprattutto, dove si cerca un "nuovo paradigma", con criteri più vicini ai demòni che agli angeli. Come Giuda si pensa di servire la causa ma si sta vendendo Cristo per degli spiccioli. L'Avarizia e la Vanità, infatti, si travestono assai bene per angelo di luce.

Chi è dunque l'operaio per "la messe"?
Anzitutto uno che ha sperimentato che l'Amore di Cristo lo ha reso amico di Dio, immeritatamente e gratuitamente. Vive di Dio, respira Dio, si sottopone a Dio. Uno che sa concretamente che non era meritevole di nulla e che aveva bisogno di essere salvato e che Cristo, morto e risorto, lo ha salvato e reso "amico di Dio", figlio del Padre nel Figlio. Una salvezza, tuttavia, che non è una conferma di Grazia e che necessita con gioia, sempre, della medicina della Penitenza.
Pertanto l'operaio non dona qualcosa a Dio con il suo lavoro costante e feriale ma restituisce tutto ciò che ha ricevuto. Lo fa con il cuore e le membra e come può; con tutte le sue forze, con gratitudine. Nella gioia e nella danza del cuore. Eh sì, il cuore qui danza.

Sa di non essere migliore degli altri ma anzi è consapevole di essere il più grande peccatore a cui Dio si è compiaciuto di fare grazia di salvezza, prima ed ora.
Per questo lavora di buona lena e infaticabilmente senza attendere un riconoscimento.
Sa che colui che lo ha amato ha messo tutta la fatica e le energie per farne un uomo, un adulto nell'amore. Sa che ogni respiro è un regalo.


Non vive più per sé stesso ma per colui che morto e risorto, risorto per lui e per ogni uomo.
Poiché vive per Cristo, agisce per Cristo e fa le cose che Cristo gli comanda di fare; annunciare, guarire, sanare, caricare di speranza per la vicinanza del Regno, ridare la luce ai ciechi e la vita ai morti, cacciare i demòni.
Per questo il battezzato è anche un sacerdote, figlio di una nazione santa, capace di portare il peso dell'uomo davanti a Dio e le "cose di Dio" davanti agli uomini; con preghiera e digiuno.
Non cerca ruoli, successo, protagonismo; cerca piuttosto di piacere a Cristo e di restituire, per quanto può, tutto l'amore che ha sperimentato nella propria carne e di cui è debitore.
Gioiosamente debitore.
Questo è l'unico debito che dona gioia e che moltiplica il credito, se viene restituito. Qui il sé trova senso e compimento.

Ecco perché il battezzato è missionario sin da quell'immersione antica che ha ricevuto nella vita divina.
Prende infatti su di sé il mandato di Dio ad uscire fuori e a proclamare che Dio è gioia, vita e speranza.
La sua credibilità è nella gioia e nel perdono; frutto dell'Istruzione e dell'Intimità con Cristo. Nella Chiesa, per la Chiesa, con la Chiesa.

Da quel momento non si appartiene più ma è, sacerdotalmente, tutto di Dio e tutto dell'uomo, nella particolare storia in cui è immerso, per puro dono.

Paul & Salvatore