Il 6 aprile 1969 andava in onda la prima puntata degli «Atti degli apostoli»
Una narrazione didattica, pedagogica, quella televisiva di Roberto Rossellini. Senza acrobazie né accelerazioni. A passo d’uomo, potremmo dire, per osservare nei particolari, e senza fretta, la storia e alcuni grandi esseri umani in questa immersi. Dal 1964, per circa una decina d’anni, Rossellini utilizzò il piccolo schermo per una sorta di ricostruzione enciclopedica della civiltà umana.

Fu un esperimento organizzato per capitoli, un progetto tanto ambizioso quanto sentito e appassionato, che voleva essere un percorso di conoscenza e formazione accessibile a tutti: da L’età del ferro (1964) a La presa del potere da parte di Luigi XIV (1966), da Socrate (1970) a Pascal (1971), da Agostino d’Ippona (1972) a L’età di Cosimo de’ Medici (1973), fino a Cartesius (1974) e alle cinque puntate di circa un’ora l’una (l’ultima più lunga di mezz’ora) che compongono Atti degli apostoli, in onda cinquant’anni fa precisi, dal 6 aprile al 4 maggio del 1969.
Il racconto degli apostoli, da dopo la morte e la resurrezione di Cristo fino all’arrivo a Roma di Paolo, è reso assai dinamico dalla costante relazione tra ambiente e personaggi, dalla fusione tra le parole dei protagonisti e lo sfondo attivo in cui si muovono. Basti pensare alle tante sequenze che si aprono fotografando lentamente un quotidiano di mestieri, usanze, oggetti e strumenti del tempo: elementi di uno spazio visivo lavorato, carico di informazioni e già di per sé comunicante.
Un paesaggio brullo di cicale e greggi, quello di Atti degli apostoli, di case, strade e vesti, sempre vivo e sempre al servizio degli uomini narrati, per offrire al pubblico, alle persone, un sostegno storico (e morale) per mezzo delle immagini, nel cui potere persuasivo — e quindi educativo — Rossellini credeva molto. Perciò le usò con sapienza, con rispetto e con passione per il prossimo, rendendo istruttivamente piacevole — anche se con risultati non sempre dello stesso livello — il racconto di temi e figure complesse e importanti.
Mezzo secolo fa, dunque, un attimo prima che l’uomo salisse sulla Luna e che su Piazza Fontana scendessero il buio e l’assurdo, il regista di Roma città aperta descriveva con efficacia la diffusione del cristianesimo, raccontando la fede, il coraggio e la forza scaturita negli apostoli dalla profonda relazione con Dio.
La sceneggiatura era di Vittorio Bonacelli, di Jean-Dominique de La Rochefoucauld e di Luciano Scaffa, accompagnati dalla consulenza biblica di Stanislas Lyonnet e di Carlo Maria Martini, il quale, molti anni dopo, in un’intervista televisiva del 1987, in un programma della Rai che a dieci anni dalla morte rendeva omaggio a Rossellini, ricordava con affetto e trasporto Atti degli apostoli: «Alcune scene, per esempio quella della cena eucaristica della prima comunità cristiana — osservava l’allora arcivescovo di Milano nella trasmissione dal titolo Rossellini 10 anni — sono un vero capolavoro di rappresentazione di una comunità popolare in preghiera. Io la ricordo come momento ispirativo e quando penso alle comunità di oggi mi rifaccio a questo quadro ideale splendido. Oppure la scena della predica di Paolo ad Atene, dove si coglie la tensione di un passaggio tra culture».
«Tutte queste cose — aggiungeva Carlo Maria Martini nell’intervento poi citato nel libro Vita di Rossellini di Maurizio Giammusso — erano raccontate in maniera molto semplice, in modo che ciascuno poteva coglierle con la stessa forza che hanno nel testo biblico. Attraverso la sua attenzione allo storico, all’archeologico, al dettaglio». «Rossellini — concludeva il teologo piemontese — riusciva a entrare in un testo che ancora oggi vibra di grande commozione ed è aperto alle interpretazioni del futuro».
Un’opera divulgativa, certamente, Atti degli apostoli, illustrativa nel senso migliore del termine, costruita su dialoghi scorrevoli ma al tempo stesso densi di contenuto e impegnativi. E questa corposa leggerezza, questo sforzo di rendere popolare e pulsante di vita l’origine del cristianesimo, cercando sempre un equilibrio tra spiritualità, storia e umanità, rende l’affresco del regista ancora oggi attuale, ancora valido e prezioso esempio per il nostro presente.
Pietro, Paolo e gli altri apostoli sono intensamente umanizzati e questo li rende vicini e familiari oltreché straordinari esempi di cristianità. Atti degli apostoli restituisce l’energia della Chiesa delle origini, i valori e la bellezza del cristianesimo, anche se Rossellini non si dichiarava credente. La sua filmografia, però, parla di una grande attenzione e partecipazione verso le figure cristiane. Lo dicono le due puntate di Agostino d’Ippona, lo dicono i film Francesco Giullare di Dio (1950) e Il Messia (1975); lo dice lo stesso Roma città aperta (1945) in cui il don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi è modellato sulle figure di don Giuseppe Morosini e di don Pietro Pappagallo, due sacerdoti uccisi dai nazisti. Lo dice anche una frase di Roberto Rossellini in un’intervista col gesuita e suo amico padre Virgilio Fantuzzi (sempre ripresa dal libro di Giammusso). Era il marzo del 1975 e il pezzo, sulla «Rivista del cinematografo», si intitolava Il Gesù di Rossellini. In quell’occasione il regista dichiarò: «Non c’è messaggio più necessario e attuale di quello dei Vangeli».
di Edoardo Zaccagnini
© Osservatore Romano -6 aprile 2019