P. Pietro Messa, ofmMentre si vanta di aver beneficiato della consulenza storica di Chiara Frugoni la regista Susanna Nicchiarelli nel film Chiara mette in bocca alla protagonista il canto Le cose rare di Cosmo, nome d’arte del cantautore Marco Jacopo Bianchi. Certamente tale scelta è un vero e proprio anacronismo che fa arricciare il naso a più d’uno; e poi un testo simile è proprio distante dal linguaggio e pensiero di Chiara in cui linguaggio e gestualità sono fortemente influenzati dalla liturgia.
Ora la suddetta canzone parla di morte, dissolvimento e dimenticanza; anche se il funerale con corone di fiori fa rammentare miliardi di pensieri alla fine rimane solo il silenzio. E qui s’innalza il grido che non vuol morire e domanda come sopravvivere; proprio l’affermazione che si è finiti fa emergere che si è fatti per l’infinito, ossia qualcosa che all’orizzonte non abbia fine. Tutto è coinvolto, dal profumo del mare ai dettagli più belli fino alle cose più rare; solo al tramonto, cioè al termine della giornata, si potrà capire come tutto sopravvive scomparendo il dolore e restando solo un tratto di colore e i suoni più caldi nel desiderio del reincontro finale. Il canto di tale testo – che per le sue menzioni sembra riecheggiare il Cantico delle creature di frate Francesco d’Assisi – appare come un vero e proprio grido simile a quello di Paolo nel deserto al termine del film Teorema di Pier Paolo Pasolini, anch’esso menzionato da Comso. E tale voce che grida implorando la vita era ben presente nella comunità di San Damiano presso Assisi non solo nei momenti più tragici come quando alcune truppe al soldo di Federico II stavano assaltando il monastero ma nella liturgia di ogni giorno che allora come oggi inizia invocando “O Dio vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto”. E la preghiera è essenzialmente un grido che viene ascoltato da Qualcuno che è una presenza che fa nuove tutte le cose proprio come in un certo qual senso descrive Pasolini nel suddetto film. E allora il silenzio non è più sinonimo di morte ma di ascolto reciproco e incontro, proprio come avvenne ad Assisi nel XIII secolo per Chiara e le sorelle di San Damiano.