Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
frate e fratinodi FRANCO GIULIO BRAMBILLA

Il dialogo è indicato da Paolo VI anzitutto come “metodo” del rapporto col mondo e spiega l’architettura di Ecclesiam suam. Le vie del dialogo indicate dal Papa sono tre. A esse corrispondono anche le tre parti dell’enciclica.
La prima è spirituale, oggi diremmo “teologica”: essa riguarda la coscienza che la Chiesa deve avere di se stessa e deve alimentare nel suo corpo. Qui il Papa riprende la passione costante, di derivazione guardiniana, che ha acceso tutta la sua esistenza. Così diceva il cardinale Montini in uno degli interventi preparatori al concilio: «Il concilio è una straordinaria occasione e uno stimolo potente per aumentare in tutta la cattolicità il “senso della Chiesa”. Sembra pronunciata per questa circostanza la memorabile parola di Romano Guardini: “Si è iniziato un processo di incalcolabile importanza: il risveglio della Chiesa nelle anime”» («I concili nella vita della Chiesa», in Discorsi e scritti sul Concilio [19591963] , 109-124: 114). Basterebbe leggere l’ispirato numero 37 dell’enciclica: «Il primo frutto della approfondita coscienza della Chiesa su se stessa è la rinnovata scoperta del suo vitale rapporto con Cristo. Notissima cosa, ma fondamentale, ma indispensabile, ma non mai abbastanza conosciuta, meditata, celebrata. Che cosa non si dovrebbe dire su questo capitolo centrale di tutto il nostro patrimonio religioso?». E, per renderla concreta, il Papa cita i due campioni che hanno illuminato con i loro bagliori il mistero della Chiesa: «Non abbiamo noi davanti alla mente tutta la ricchissima dottrina di san Paolo, il quale non cessa dal ricordarci: “Vo i siete una cosa sola in Cristo” e dal raccomandarci: “...che cresciamo sotto ogni aspetto verso di Lui, che è il Capo, Cristo; dal quale tutto il corpo...” e dall’a m m o n i rc i : “Tutto e in tutti è Cristo?” Ci basti, per tutti, ricordare fra i maestri sant’Agostino: “...Rallegriamoci e rendiamo grazie, non solo per essere divenuti cristiani, ma Cristo. Vi rendete conto, o fratelli, capite voi il dono di Dio a nostro riguardo? Siate pieni di ammirazione, godete: noi siamo divenuti Cristo. Poiché se Egli è il capo, noi siamo le membra: l’uomo totale, Lui e noi... La pienezza dunque di Cristo: il capo e le membra. Cosa sono il capo e le membra? Cristo e la Chiesa”» ( Ecclesiam suam , 37). La seconda via è “morale” e riguarda «il “rinnovamento” ascetico, pratico, canonico, di cui la Chiesa ha bisogno per essere conforme alla coscienza sopraddetta» ( L’attività della Santa Sede nel 1964 , 287). Qui Montini riprende il grande tema della “riforma della Chiesa”. Anche se non entra negli aspetti che sono lasciati al lavoro del concilio, mette in luce la profonda consapevolezza di una trasformazione strutturale della Chiesa, senza la quale essa non può incontrare la modernità. La riforma della Chiesa sarà la croce di Paolo VI , che però egli perseguirà in modo sofferto, tenace ed equilibrato. Nella lucida consapevolezza che senza un rinnovo dalle forme pratiche della vita cristiana, personale ed ecclesiale, non è possibile rendere trasparente il volto della Chiesa che — come abbiamo ascoltato già nella lettera Pensiamo al concilio — deve «“aggiornarsi” spogliandosi, se occorre, di qualche vecchio mantello regale rimasto sulle sue spalle sovrane, per rivestirsi di più semplici forme reclamate dal gusto moderno». Sullo sfondo c’è il riferimento a Congar, dal quale s’era fatto mandare il volume Vera e falsa riforma della Chiesa , ma anche gli altri nomi di Adam e Guardini e, forse, von Balthasar che nel preconcilio avevano parlato di una «riforma dalle origini». La terza via del dialogo è quella “ap ostolica”: è qui che la parola dialogo assume il significato di un “meto do” di incontro della Chiesa con il mondo. Sentiamolo dalla sua voce: «Riguarda cioè questa via il modo, l’arte, lo stile che la Chiesa deve infondere nella sua attività ministeriale nel concerto dissonante, volubile, complesso del mondo contemporaneo» ( L’attività della Santa Sede nel 1964 , 287). L’enciclica prende il suo ritmo tipicamente montiniano, quasi liberandosi in un cantus firmus che farà ascoltare le armoniche di uno stile apostolico che sappiamo appartenere al cuore più segreto di Montini Paolo VI . Forse, a tanti anni di distanza, si potrebbe parlare della valenza pastorale del “dialogo”. È strano che questo termine non sgorghi spontaneamente dalla penna di Paolo VI nel richiamo all’indole “pastorale” che Giovanni XXIII aveva affidato al concilio. In ogni caso, Montini ne ricupera totalmente il senso, attribuendo a questo terzo significato della metodologia “dialogica” della Chiesa l’intenzione ultima dell’enciclica. Come è stato detto efficacemente: «Il fine [del dialogo], ultimo nell’esecuzione, è il primo nell’intenzione» (Giovanni Colombo, Genesi, storia e significato dell’Ecclesiam suam ). La Chiesa e la sua missione, allora, hanno natura dialogica. La Chiesa parla di Cristo agli uomini e conduce gli uomini a Cristo. Il dialogo definisce ciò che essa è e quanto fa.

© Osservatore Romano - 22 novembre 2018