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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
papagiovannipaolo4Venerdì 22 giugno a Roma, a Palazzo Altieri, verrà presentato il libro La fine e l'inizio. Giovanni Paolo II: la vittoria della libertà, gli ultimi anni, l'eredità (Siena, Cantagalli, 2012, pagine 624, euro 29). Interverrà, fra gli altri, il cardinale Camillo Ruini, vicario generale emerito per la diocesi di Roma e presidente del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana. Anticipiamo stralci dal prologo del libro.



di George Weigel
Il fatto che Giovanni Paolo II avesse un ruolo di capitale importanza nel crollo del comunismo in Europa non fu quasi mai compreso durante e subito dopo la rivoluzione del 1989 e la fine dell'Unione Sovietica; di questa visione miope vi fu un presagio nell'editoriale del "New York Times" del 5 giugno 1979, in cui si dichiarava che se da una parte i Nove giorni di Giovanni Paolo II (che erano in corso il giorno di pubblicazione dell'articolo) avrebbero "rinvigorito e ispirato la Chiesa cattolica in Polonia", il pellegrinaggio del Papa certamente non "minacciava l'ordine politico del Paese o dell'Europa dell'Est". Venticinque anni dopo, il vero quadro veniva messo a fuoco più nitidamente. John Lewis Gaddis di Yale, il più importante storico della guerra fredda e non certo interessato a promuovere la causa cattolica, giudicò la situazione in modo assolutamente chiaro: «Il 2 giugno 1979, baciando il suolo all’aeroporto di Varsavia, [Giovanni Paolo II] diede inizio al processo attraverso il quale il comunismo in Polonia, e in ultima analisi ovunque in Europa, sarebbe finito» (La guerra fredda. Cinquant’anni di paura e di speranza, Milano, Mondadori, 2007, p. 206). Naturalmente Gaddis non stava dicendo che Giovanni Paolo II riuscì a mettere in ginocchio il comunismo da solo; al contrario, Giovanni Paolo II fu uno dei tanti uomini di potere che ebbe l’acume e il coraggio di guardare a una situazione nuova e di cogliere l’o ccasione. Fu solo nei primi anni Ottanta — scrive ancora Gaddis — che «le forme materiali del potere cui Stati Uniti, Unione Sovietica e relativi alleati avevano dedicato tanta attenzione per così lungo tempo — armi nucleari e missili, forze militari convenzionali, strutture d’intelligence, industrie degli armamenti, macchine propagandistiche — cominciarono a perdere efficacia. Durante l’ultimo decennio di guerra fredda, il vero potere passò nelle mani di uomini come Giovanni Paolo II, leader ai quali la maestria nella gestione dei beni immateriali — coraggio, eloquenza, immaginazione, determinazione e fede — consentì di mettere a nudo le disparità tra ciò in cui la gente credeva e i sistemi sotto i quali la guerra fredda l’aveva costretta a vivere. Il divario risultava più ampio ed evidente nel mondo marxista-leninista, al punto che, una volta evidenziato, non fu più possibile colmarlo se non smantellando il comunismo stesso, ponendo così fine alla guerra fredda» (ibidem, pp. 208- 209). La conclusione a cui giunse Gaddis secondo cui «per ampliare la gamma delle possibilità storiche ci volevano visionari, sabotatori dello status quo» è chiara e si può applicare a un numero di personalità degli anni Ottanta tra cui, oltre al Papa, vengono elencati Lech Wałęsa, Margaret Thatcher, Deng Xiaoping, Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. Quale fu dunque la differenza fatta da Giovanni Paolo II nell’ultima fase della guerra fredda? E in qual modo Giovanni Paolo II era diverso per poter fare la differenza a livello internazionale? Guardando ora in retrospettiva, sembra probabile che a un certo punto il comunismo sarebbe crollato per la sua incapacità di competizione in un ambito economico internazionale dominato dalla tecnologia informatica. Ma perché allora il comunismo crollò nel 1989 e non nel 1999 o nel 2009 o nel 2019? E perché crollò in quel modo, evitando in gran parte i massacri di massa, che erano la procedura normale del XX secolo per ottenere grandi cambiamenti sociali? Nessuna spiegazione del crollo del comunismo che avvenne nel 1989 per lo più in modo pacifico (e non nel 1999, 2009 o 2019) risulterà completa o soddisfacente se non si prende in considerazione la rivoluzione delle coscienze che il Papa avviò nel giugno del 1979. I Nove giorni di Giovanni Paolo II innescarono tutto il resto. E, naturalmente, senza Giovanni Paolo II niente Nove giorni. Per quanto riguarda invece l’aspetto interiore di Giovanni Paolo II — ossia quello che dà ragione della differenza che fece la sua presenza nel mondo —, forse la diversità cruciale fu che il Papa conobbe il comunismo dal di dentro: aveva preso accuratamente le misure di tutti i suoi difetti teoretici e dei suoi fallimenti pratici; aveva resistito alla sua seduzione e alla sua violenza; aveva superato la prova della battaglia come leader, dal punto di vista sia strategico che tattico. Fu un intellettuale profondamente convinto dell’integrità e della forza della pietà popolare e delle tradizioni della cultura polacca. Tuttavia il suo nazionalismo non fu limitato o limitante, ma al contrario lo portò a valorizzare gli altri Paesi e le loro culture. Per questo fu un patriota polacco che apprezzò e riuscì a vedere le possibilità di un cambiamento nella lotta per preservare l’identità nazionale in Lituania e in Ucraina (Paesi disprezzati da tanti polacchi) e che ammirò profondamente la spiritualità russa da lungo tempo repressa (odiata da tanti polacchi). Fu un uomo che seppe prendere decisioni dopo aver pensato molto e dopo aver pregato ancora di più; ma allo stesso tempo fu disposto a fidarsi delle proprie intuizioni e della propria esperienza, anche quando entravano in collisione con la cautela della diplomazia vaticana. Seppe essere astuto, schierando i suoi diplomatici e avvalendosi di una Ostpolitik che non condivideva per conquistare qualsiasi brandello di vantaggio tattico che tale schieramento poteva concedere. Tuttavia insistette nel continuare il suo ministero di testimone morale molto più di quanto i diplomatici ritenessero conveniente, o magari prudente, anche se egli seppe essere cauto laddove la cautela era richiesta. Portò sul soglio pontificio una combinazione unica e straordinaria di intuito, esperienza e coraggio. Queste doti fecero di lui il personaggio chiave nella sconfitta del comunismo europeo. Simili qualità intellettuali e spirituali gli avrebbero permesso negli ultimi quindici anni di pontificato di offrire al mondo una potente e singolare testimonianza della verità dell’uomo, una verità che si raggiungeva più pienamente attraverso la fede della Chiesa cattolica; la verità sulla vita e infine la verità sulla morte, ossia la verità sull’inizio e sulla fine, e sulla fine e sull’inizio.

(©L'Osservatore Romano 21 giugno 2012)