di JEAN-PIERRE DERYCKE Girolamo è il santo umanista per eccellenza, dunque particolarmente stimato nel Rinascimento, in quanto incarna non solo la curiosità intellettuale universale, ma anche l’associazione della cultura classica romana con l’insegnamento cristiano di cui è uno dei padri. Il minuscolo dipinto su legno — circa 20 centimetri per dodici — di Detroit, di attribuzione controversa e un tempo conservato in Italia, rappresenta il santo con l’abito cardinalizio. Un biglietto piegato sul bordo della tovaglia che ricopre il suo scrittoio menzionerebbe il cardinale titolare della chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, al quale sarebbe dunque dedicato, come l’intero dipinto. Secondo Panofsky potrebbe trattarsi del celebre cardinale Niccolò Albergati che aveva proprio questo titolo e che entrò in contatto con Van Eyck durante le sue missioni come legato pontificio.
Uno degli oggetti raffigurati nel dipinto reca a sua volta la data 1435, anno del trattato della pace di Arras, ottenuto grazie all’intervento di Albergati nel conflitto che opponeva il duca di Borgogna Filippo il Bello e la Francia. Girolamo appare seduto all’interno di una stanza che rassomiglia a uno studiolo. Il suo atteggiamento è quello del pensatore, la guancia appoggiata sulla mano, proprio come quello immortalato più tardi da Rodin. In questo caso, è più sereno. Assiso su una specie di cattedra sul cui schienale si legge ancora distintamente la data 1442, sembra assorto nella lettura di un manoscritto dispiegato davanti a lui su un leggio ligneo. Tutt’intorno, una moltitudine di oggetti — pretesti per la passione dell’accumulazione di dettagli, di cui i pittori fiamminghi divennero specialisti — rimanda all’attività intellettuale del modello e appassionato ricercatore di spiritualità: un calamaio, alcune penne o calami, una clessidra, un righello. Dietro di lui, un piccolo scaffale parzialmente rivelato da un tendaggio blu coronato da galloni, mostra altre testimonianze del suo status e della sua erudizione: codici rilegati e muniti di fermaglio, ammucchiati in modo un po’ casuale e disordinato sulla mensola superiore, un astrolabio e, appeso, un rosario dai grossi grani rossi. La tradizione dice che Girolamo conosceva perfettamente il greco, il latino e l’ebraico. Forte delle sue conoscenze linguistiche, Girolamo è noto soprattutto per esser stato il primo traduttore e unificatore della Bibbia universale, detta Vu l g a t a . Accanto a un’ampolla di vetro chiusa da un tappo, dal riflesso cristallino tipicamente eyckiano, contenente ancora un po’ di liquido, si distingue pure una sorta di albarello in ceramica con sopra un frutto con un’iscrizione enigmatica: Tyriaca. Attraverso un’allusione non priva di umorismo, il pittore indicava probabilmente la famosa “teriaca”, pozione leggendaria ereditata dall’antichità che serviva da antidoto ai veleni, ma che era anche, a quanto pare, di uso comune contro il mal di testa nel medioevo e persino nei tempi moderni, per le sue virtù; veniva prodotto in grande quantità a Venezia, soprattutto all’epoca in cui fu realizzato il dipinto. Ed è ben noto che uno dei mali a cui sono spesso esposti quanti praticano esclusivamente un’attività intellettuale è l’emicrania. Accucciato docilmente ai piedi del santo e appoggiato al bellissimo pannello laterale dello scrittorio abbellito da un motivo a spirale e da bandelle — cerniera e serratura — in ferro battuto, il leone è l’attributo più celebre e identificabile di Girolamo. Come un enorme gatto, addolcito dalla benevolenza del suo padrone sembra a sua volta meditare in un’atmosfera di dolce sogno e di contemplazione. Magia del comfort domestico di cui gli artisti nordici, abituati ai rigori del clima, avevano il dono segreto. La sorte di questo dipinto fu importante in Italia e in particolare a Firenze, dove una versione molto simile servì da modello al Ghirlandaio e a Botticelli per le loro evocazioni negli affreschi di Ognissanti. Vicino a Van Eyck e a Robert Campin per la sua meticolosa fattura, il dipinto potrebbe anche essere accostato al corpus del misterioso Barthélemy d’Eyck, attivo in Italia al seguito del re Renato d’Angiò a partire dal 1440, la cui parentela plausibile con l’illustre pittore di Bruges non è mai stata chiaramente stabilita. Almeno due indizi stilistici nell’evocazione dello studio del santo sembrano però indicarla: il caratteristico strizzare degli occhi presente in diverse opere attribuite a questo maestro, ma soprattutto l’accumulo ossessivo di libri che si ritrova sia nei pannelli laterali dell’Annunciazione di Aix conservati a Bruxelles, Rotterdam e Amsterdam, sia nel San Girolamo di Napoli (museo di Capodimonte), a nostro avviso erroneamente attribuito al misterioso Colantonio.
© Osservatore Romano - 30 settembre 2014