E lì il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè e Elia e parlavano del suo esodo. Pietro, frastornato, disse a Gesù: «Maestro è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne». Ma — commenta il Vangelo — «non sapeva quello che diceva». Mentre parlava ecco l’ombra avvolgente della nube, la paura e la voce: «Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo». Il grande iconografo, Teofane il Greco, nel 1378, a Novgorod (Russia), ha rappresentato la scena della Trasfigurazione con una icona di straordinaria bellezza e di ineffabili suggestioni. Non può sfuggire come sia Teofane che altri iconografi portino sul monte il peso che è proprio dell’umanità, il richiamo della pianura e la fatica della “metamorfosi”. All’inizio della Quaresima Benedetto XVI compie il gesto sorprendente e deciso di “rinunciare”, con piena libertà, al ministero di Vescovo di Roma, Successore di san Pietro. Poi, all’Angelus della domenica della Trasfigurazione, colloca questo gesto, con la sua gravità e novità, nel «continuo salire sul monte» che qualifica l’esistenza cristiana. Colui che ha chiamato il Papa a «salire sul monte» e ha trovato risposta generosa, libera e senza riserve, è per tutta la Chiesa appello a salire. Solo lassù la Chiesa sarà «senza macchia né ruga o alcunché di simile» (Efesini, 5, 27), ma ora, quaggiù, camminando nella tribolazione è chiamata a lavare le sue vesti, «rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Apocalisse, 7, 14).Lorenzo Chiarinelli
© www.osservatoreromano.va - 8 maggio 2013