di ENRICO REGGIANI Romanzo apocalittico? Narrazione profetica della venuta dell’anticri-sto? Sono queste solo due delle numerose defi-nizioni possibili di Lord of the World (Signore del Mondo), opera narrati-va del sempre sorprendente Robert Hugh Benson (1871-1914), figlio mi-nore dell’arcivescovo anglicano di Canterbury (Edward White Benson, 1829-1896) e sacerdote cattolico dal 1904. Non v’è dubbio che le defini-zioni citate colgono almeno in parte nel segno; tuttavia, chi scrive osa proporre quella di «classico proietta-to in un futuro che ora è il nostro passato», in quanto, forse più delle precedenti, in grado di indicare la capacità di Benson di attingere a quell’amore per la realtà dell’umano che, comprendendolo a fondo, sa leggervi e pre-vedere con chiarezza (spesso scambiata per profezia e sempre politicamente scorretta) sia la certezza del baratro, sia la speran-za della conversione.
È davvero da leggere tutto d’un fiato Lord of the World, del quale non si svelerà ovviamente la trama. Nei suoi tre libri dopo il prologo, popolati anche dai membri della fa-miglia (“a scadenza”) Brand e da una nutrita costellazione di altre fi-gure, fluiscono e si rincorrono gli eventi di tre fasi narrative assai av-vincenti: The Advent, l’i r re f re n a b i l e “avvento” delle nuove, magnifiche, umanitaristiche sorti e progressive; The Encounter, più efficacemente in-teso come folgorante «incontro» tra Franklin e Felsenburgh che come ge-nerica designazione dello «scontro» finale (visto il significato dell’unica occorrenza di encounter nel testo del romanzo); The Victory, termine di im-mediata evidenza, che il testo decli-na sia variamente, sia come indica-zione precisa di un esito apparentemente favorevole all’anticristo Julian Felsenburgh (chi leggerà, in realtà, vedrà…): costui — come l’8 febbraio 1992 disse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano il cardi-nale Joseph Ratzinger — p ro t a g o n i -sta di una «civiltà unificata», dotata del «potere di distruggere lo spiri-to», e «rappresentato come grande portatore di pace in un siffatto ordi-ne mondiale». Si comprende pienamenteLord of the World se lo si inserisce in un dit-tico narrativo con il successivo Th e Dawn of all(Alba di tutto) in cui lo stesso Benson lo colloca, stando a quanto si legge nella prefazione a questo secondo romanzo, pubblicato nel 1911: «in un precedente volume, intitolato Lord of the World, ho cer-cato di tratteggiare il tipo di sviluppi che, da qui a cent’anni, mi pare pos-sano essere ragionevolmente previsti se le attuali linee del cosiddetto “pensiero moderno” dovessero pro-trarsi per un periodo di tempo appe-na sufficiente; e sono stato ripetuta-mente informato dell’effetto eccessi-vamente depressivo e scoraggiante prodotto da quel libro sui cristiani inclini all’ottimismo». Per esplicita indicazione di Benson, dunque, questi due romanzi vanno pensati, compresi, gustati in sequenza, in quanto emblematici della constatazione che «ogni perio-do è un periodo critico, giacché ogni periodo ha in sé il conflitto tra due forze inconciliabili», alla cui tempo-ranea ed incostante tirannide si è spesso piegata l’esperienza umana nei secoli dei secoli. In Lord of the World— uscito a Londra nel 1907 e a New York l’an-no successivo — tali forze hanno li-neamenti che Benson riassume in un prologo sapiente e discreto. Lo acco-stiamo ignorando un’annotazione in-troduttiva dell’autore, troppo di fre-quente dimenticata nelle versioni ita-liane, che pare, in realtà, pensata per invitarci all’esercizio di quel «non conformismo cristiano [che] è il vero amore del mondo» di cui ha detto Benedetto XVIdurante una visita al Pontificio Seminario Romano Mag-g i o re . Eccola: «Le persone che non gra-discono i prologhi noiosi, non devo-no leggere questo. È essenziale solo per comprendere la situazione, non la storia». A dire il vero, non è poi così “noioso”, nel prologo, il dialogo tra il «vecchio venerando dalla fac-cia vigorosa» Mr Templeton, il tren-tacinquenne padre Percy Franklyn ed il più giovane padre Francis (che fa John di nome, ma solo per Percy e solo nel momento del loro definiti-vo distacco). Al contrario, le parole di tutti e tre sono assai istruttive e strategiche per il resto del romanzo e vengono pronunciate nella cornice di una Londra — non casualmente — cap o-volta, in cui si vive sottoterra e si fa-tica a distinguere il giorno dalla not-te. Il «vecchio statista conservatore» Templeton tratteggia un mondo in cui «vi sono tre forze religiose: il cattolicesimo, l’umanitarismo e le re-ligioni d’Oriente» e dà conto delle conseguenze del conflitto tra le pri-me due sulla convivenza umana e la sua declinazione sociale e politica, aggiungendo che «delle ultime nulla posso dire, sebbene inclini a credere che il Sufismo resterà vincitore». Padre Francis, dal canto suo, ma-nifesta, con i suoi lineamenti ordina-ri e malinconici, quella superficiale inclinazione a ritenere che «comples-sità meccanica» sia «sinonimo di grandezza vera» e a non comprende-re che «nell’esteriorità più fastosa si nasconde più sottile l’insidia». Ben diverso, invece, da entrambi è padre Percy Franklin, il vero protagonista del romanzo, «uno di quegli uomini che non si possono guardare una so-la volta». Fin dalle prime battute del prolo-go, non si può non ammirare la ge-nialità letteraria che ne crea alcuni dei tratti più evidenti: primo fra tut-ti, il nome Percy, che potrebbe essere inteso come forma breve di Percival — proprio lui, il leggendario e visio-nario protagonista della ricerca del Sacro Graal — e che trova simbolico completamento in una personalità dotata anche di «uno spirito d’osser-vazione acutissimo». In secondo luogo, quel «singolare aspetto» e quei «capelli tutti bian-chi» che egli condivide con il suo te-mibile antagonista, di cui verrà per-sino sarcasticamente definito «curio-sa parodia»: indizio, questo, persino fisicamente riscontrabile, del mistero di una natura umana che può farsi dannata o beata a seconda che — si potrebbe dire riecheggiando un pas-so folgorante del romanzo di Benson — scelga il fertile orizzonte teologale prospettato dal trittico “carità, spe-ranza, fede” o lo sterile territorio umanitaristico circoscritto della tria-de “filantropia, soddisfazione, cul-tura”. Anche il temibile antagonista di Percy Franklin — colui che verrà proclamato Lord of the World da folle estatiche e adoranti — ha un nome e un cognome come ogni essere umano, di cui rappresenta l’assur-da e crudele divinizzazione. Il suo nome è Julian, come l’imperatore ro-mano del IV secolo poi definito dai cristiani l’Ap ostata. Il cognome suona Felsenburgh e se ne potrebbe azzardare la tradu-zione con “castello/fortezza sulla ro ccia/rup e”: scelta doppiamente emblematica, da un lato, in quanto arguto e paradossale stravolgimento della house built on rock, la casa co-struita sulla roccia di Ma t t e o , 7, 24; dall’altro, come imprevista eco del titolo della prima parte (Die Felsen-b u rg ) di un romanzo dal titolo inequivocabile (Satan und Ischariot), scritto nel 1893-1894 dallo scrittore tedesco Karl May (1842-1912), assai ap-prezzato da Adolf Hi-tler negli anni a venire. Fino a qualche tempo fa, i lettori italiani po-tevano apprezzare Lord of the World nella traduzione con ti-tolo Padrone del Mondo di Paola Eletta Leoni — oggi docente presso un’università messicana, nonché re-sponsabile delle iniziative culturali del Centro Studi di Tonalestate — ri-vista da Severina Oleari Forti: l’ave-va pubblicata nel 1977 la casa editri-ce Città Armoniosa (che oggi non è più in attività) a Reggio Emilia, ov-vero — come ha acutamente osserva-to la traduttrice — nella «Mosca ita-liana, dove da vent’anni non si vede vano altro che balletti russi e mostre di pittrici cecoslovacche». Robert Hugh Benson faceva così la sua felice apparizione in quel vita-le contesto editoriale, il cui nome «era preso da Charles Péguy, il so-cialista cristiano, morto nella battaglia della Marna». All’incirca dieci anni dopo, l’avrebbe poi ristampata senza sostanziali modifiche Jaca Bo ok. Nel corso del 2011, invece, l’edito-re veronese Fede&Cultura ha meritoriamente riproposto il capolavoro bensoniano (con il titolo assai simile di Il Padrone del Mondo) recuperan-do la storica prima versione italiana del figlinese don Corrado Raspini (1908-2010), ma senza riportarne, ahimé, l’arguta prefazione. Originariamente pubblicata come Il Domi-natore del Mondoper i tipi della fiorentina Vallecchi nel 1921, quella pri-ma edizione nostrana apparve grazie all’interessamento dello scrittore Do-menico Giuliotti (1877-1956). Davvero emblematica — per cogliere il rilievo attribuito all’op era dello scrittore inglese nel contesto italiano di quegli anni — è una lette-ra scritta il 18 marzo 1919 da Giuliot-ti all’amico Giovanni Papini (1881-1956) in cui il fondatore de La Torre. Organo della reazione spirituale italia-na (1913-1914) definiva Lord of the Wo rl d «il capolavoro dello scrittore inglese», aggiungendo, da par suo, «tanto più che (se non m’inganno) mi sembra, in questi giocondissimi tempi, di grande attualità»
© Osservatore Romano - 6-7 agosto 2012