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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
S. Eusebio di VercelliFu commissionato da Eusebio l’evangeliario di Vercelli

L’evangeliario di Vercelli è il testimone più antico dei quattro vangeli nel testo latino detto europeo, anteriore alla Volgata di Girolamo; indicato con la siglaA, viene attribuito a sant’Eusebio di Vercelli, morto intorno al 371. Il codice è molto malandato e in buona parte di fatto mutilo; prodotto librario tardoantico di altissimo livello, è oggi costituito da 634 pagine in pergamena sottile, bianchissima dal lato carne e preparata con cura. La grafia, una splendida onciale, è sorvegliatissima e proporzionata, con abbreviazioni rare, secondo l’uso antico. L’impaginazione, attenta ed elegante, è su due colonne con titoli correnti su ogni pagina e un uso molto sobrio d’inchiostro rosso.
L’ordine dei vangeli è quello detto occidentale, che premette i due apostoli ai due discepoli (Matteo, Giovanni, Luca, Marco). È laVita antiqua, del VII-VIIIsecolo, ad attribuire il manoscritto a Eusebio: cacciato da Vercelli dagli ariani, il vescovo giunse a Crea e vi «copiò di sua mano il vangelo di Cristo. E un potere miracoloso è proprio in quel codice dei quattro vangeli, non solo per le parole di Cristo, ma anche perché splende il grande potere dello stesso padre, al punto che se qualcuno indotto dal diavolo vi facesse un falso giuramento, subito apparirebbe una piaga sul suo corpo, fino a punirlo con la morte o fargli perdere, accecato, la luce dello spirito e quella del corpo, o divenire, disseccate le membra, monco o zoppo, da essere tormentato, invaso dai demoni, quasi fino alla morte». Insomma, nell’alto medioevo l’evangeliario era usato anche per solenni giuramenti e il racconto vuole accreditarne il potere miracoloso e deterrente nei confronti degli spergiuri. Il codice viene assegnato al IV secolo, con una datazione compatibile con l’attribuzione a Eusebio, che dal punto di vista paleografico è plausibile, come nei casi del Salterio parigino e dei vangeli di Ancona, entrambi del VI secolo e attribuiti rispettivamente a san Germano e a san Marcellino. Anzi, Elias Avery Lowe non solo cita il caso del manoscritto vercellese come esempio per la seconda delle sue sette regole («Quando una tradizione locale mette in relazione un dato manoscritto con una persona particolare, la tradizione è accettabile purché non vi sia incongruenza tra l’ep o ca nella quale la persona visse e la data suggerita dalla paleografia del manoscritto»), ma considera l’evangeliario come il primo dei nove codici che possono servire da «guide affidabili» nella datazione degli onciali italiani. Insieme alla datazione del codice, altri elementi rafforzano l’attribuzione tradizionale. Girolamo, nel De viris inlustribus, un ventennio dopo la morte di Eusebio, afferma che il vescovo di Vercelli era stato lettore della Chiesa romana e gli attribuisce la traduzione in latino (ora perduta) del commento ai Salmi di Eusebio di Cesarea: la notizia presenta cioè un personaggio culturalmente preparato e sensibile al problema delle traduzioni. Al di là della formazione e dei contatti con l’oriente, l’apertura culturale del vescovo di Vercelli è poi attestata da Ambrogio, che in una lettera del 396 descrive come Eusebio avesse organizzato il clero secondo lo stile monastico, riservando quindi molto probabilmente un certo spazio anche ai libri, soprattutto i testi sacri, con evidenza necessari in un simile ambiente. Il quadro è quindi sufficiente per poter ragionevolmente concludere che non vi sono motivi per dubitare dell’attribuzione tradizionale del codice al vescovo di Vercelli, da intendere almeno come committenza. L’evangeliario, uno splendido prodotto librario, sarebbe stato trascritto da copisti professionisti su incarico di Eusebio, e il vescovo potrebbe essere intervenuto di persona nella revisione del testo, tradotto dal greco o più probabilmente copiato da un altro modello latino raffrontato con un esemplare greco. Segue, forse già in età tardoantica e certo dal VII-VIIIsecolo, una fase liturgica attestata da notazioni marginali. All’anno 885 risale la legatura in argento e oro voluta da Berengario per salvaguardare il codice, deteriorato per la continua utilizzazione liturgica e soprattutto per quella fuori della liturgia (giuramenti se non addirittura ordalie) attestata dalla Vita antiqua. Per l’evangeliario lo slittamento da libro liturgico a reliquia, con tratti quasi magici, è ormai avvenuto, favorito dal progressivo decadimento del manoscritto e poi dall’affermarsi, tra il IX e il XIIsecolo, del testo biblico geronimiano. Tra Seicento e Settecento il manoscritto entra nella stagione filologica, e a introdurvelo è la visita a Vercelli dei due più celebri maurini, Jean Mabillon e Bernard de Montfaucon. Il primo a giungervi, nel 1685, è Mabillon, che nel suo Iter Italicum litterarium descrive lo stato già miserando del codice, mentre nel 1701 è la volta di Montfaucon, e allo studioso basta sfogliarlo per rendersi conto che il testo si distingue nettamente dalla Volgata. Così l’evangeliario entra a pieno titolo nel progetto di Giuseppe Bianchini di recuperare da antichissimi codici la traduzione detta Itala e il suo testo viene edito nei due enormi e splendidi volumi dell’Evangeliarium quadruplex(1749). Qui il testo del codice vercellese è affiancato a quelli degli evangeliari di Verona, Corbie e Brescia, in una sinossi di quattro dei più antichi testimoni delle versioni latine pregeronimiane (ristampata da Jacques-Paul Migne nel 1845 nel dodicesimo tomo del diffusissimo Patrologiae cursus completus). Nel 1909 il codice è restaurato in Biblioteca Vaticana (come poi avverrà nel 1996) e nel 1914 viene edito dal benedettino Aidan Gasquet. In attesa delle novità che, esattamente un secolo dopo, annuncia il Lazarus Project. (g. m. v.)