Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
concilio-vaticano-2Le trappole dell’ideologia

di MAURIZIO GRONCHI

Nei giorni in cui si ravviva la cara memoria del Papa Paolo VI—e per l’anniversario della Ecclesiam suam e per la sua morte — sembra di qualche utilità evidenziare la dimensione cristologica connessa all’interpretazione del concilio, quasi del tutto trascurata nel dibattito attuale, probabilmente a motivo della concentrazione sui temi ecclesiologici, da molti ritenuti l’interesse prioritario (se non esclusivo) del Vaticano II. In altre parole, si tratta di esplicitare quanto implicato nel titolo della costituzione dogmatica sulla Chiesa, «Cristo è la luce delle genti». Da cui consegue che la Chiesa «per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato» (Lumen gentium, 8).
Non si dimentichi che Papa Benedetto XVI, a fianco dei suoi decisivi interventi sull’ermeneutica conciliare, ha profuso non minore impegno nella trattazione cristologica, come appare dalla sua trilogia su Gesù di Nazaret, fondamentalmente ispirata alla coniugazione di esegesi storica e ermeneutica teologica. Ci sembra così opportuno mostrare la reciproca illuminazione tra l’urgenza di una corretta interpretazione cristologica e di quella ecclesiologica del Vaticano II. In altre parole, si tratta di indagare il rapporto tra il “fenomeno” conciliare e il suo “fondamento” cristologico. Il primo problema che emerge con evidenza dagli opposti estremismi interpretativi del Vaticano II — tradizionalista e progressista — è il carattere ideologico di tali approcci, in base al quale si tende a considerare l’evento e i documenti conciliari secondo una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Tesi che si vuol variamente sostenere a partire da presupposti storici, che diventano di conseguenza teologici. Per tale ragione, si può giustamente sostenere la sapiente via media proposta da Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana per il Natale — in linea con Giovanni XXIII e Paolo VI — secondo la quale si tratta piuttosto di «“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa», o di «processo di novità nella continuità». Oltre alle chiare intenzioni espresse da Giovanni XXIII nel discorso di apertura del concilio, Gaudet mater Ecclesia, dell’11 ottobre 1962, merita richiamare quanto affermato da Paolo VI, all’inizio della seconda sessione conciliare, il 29 settembre 1963, in cui il criterio decisivo del concilio è la «sostanziale fedeltà al suo divino Fondatore», che implica la sua approfondita scoperta insieme alla correzione delle imperfezioni da parte della Chiesa. «Sì, il concilio tende ad un rinnovamento. Facciamo attenzione: non è che, così dicendo e desiderando, Noi riconosciamo che la Chiesa cattolica di oggi possa essere accusata di sostanziale infedeltà al pensiero del suo divino Fondatore, ché anzi la approfondita scoperta della sua sostanziale fedeltà la riempie di gratitudine e di umiltà, e le infonde coraggio a correggere quelle imperfezioni, che sono proprie della debolezza umana. Non è dunque la riforma, a cui mira il concilio, un sovvertimento della vita presente della Chiesa, ovvero una rottura con la sua tradizione in ciò che essa ha di essenziale e di venerabile, ma piuttosto un omaggio a tale tradizione, nell’atto stesso che la vuole spogliare d’ogni caduca e difettosa manifestazione, per renderla genuina e feconda. (…) A Cristo vivo risponda la Chiesa viva». In questo testo, occorre notare come il criterio cristologico presieda alla retta interpretazione della tradizione ecclesiale, cui il concilio “rende omaggio” anziché mirare alla “ro t t u r a ”. Gli elementi che debbono mutare sono quelli caduchi e difettosi, le imperfezioni dovute alla debolezza umana. Ciò che permane è l’essenziale e il venerabile, in sostanziale fedeltà al divino Fondatore. A questo riguardo, non sembra che, nel dibattito attuale sul concilio, si tenga sufficientemente conto di questa relazione costitutiva tra Gesù Cristo e la Chiesa, che la dottrina cristiana esplicita in termini di indefettibilità. Questa, infatti, indica lo stato complessivo di vita della Chiesa — per cui possiamo ritenere che sia veramente quella di Gesù Cristo — nella fedeltà dottrinale all’interno della globale fedeltà apostolica. Ora, dal momento che non può darsi fede autentica senza vera espressione, esiste il versante linguistico e concettuale della sua formulazione, che si adatta ai tempi e cerca nelle culture la propria migliore enunciazione. Senza tenere presente questo elemento fondamentale è facile cedere a interpretazioni della tradizione che considerino più “i salti” — le rotture — che non la continuità; come se novità dovesse in ogni caso significare discontinuità con ciò che precede. Questo approccio riduce la lettura della tradizione al confronto con i suoi più o meno immediati antecedenti, trascurando il confronto essenziale con l’evento della rivelazione cristologica che ne costituisce la misura, in quanto in esso ha origine e fondamento. Il carattere ideologico della doppia discontinuità (tradizionalista e progressista) risulta evidente nel momento in cui si dubita della sostanziale fedeltà dell’unico soggetto Chiesa al suo Signore. In conclusione, dal punto di vista teologico è possibile sostenere il «processo di novità nella continuità» proprio grazie all’assunzione del criterio cristologico, attraverso il quale interpretare il concilio alla luce della indefettibilità ecclesiale. La Chiesa di Gesù Cristo, ieri, oggi e domani — per la grazia dello Spirito — permane nella sostanziale fedeltà al suo Signore, pur nel variare delle espressioni della sua fede. In tale direzione, infine, si muove Papa Francesco quando ci invita a considerare che tutte le verità rivelate procedono dalla stessa sorgente divina e sono da credere con la medesima fede, tuttavia, alcune di esse esprimono più direttamente il cuore del Vangelo. Tale nucleo — afferma il Papa — consiste nella «bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Evangelii gaudium,36). A questo centro vitale della fede si collegano i diversi contenuti da credere; ciò vale sia per i dogmi definiti solennemente come per gli insegnamenti della Chiesa, anche di carattere morale. In tal senso, come afferma il Vaticano II, esiste una “ger a rc h i a ” delle verità della dottrina cattolica (cfr. Unitatis redintegratio, 11), che non attribuisce la medesima importanza, in modo indistinto, alle varie verità di fede, il cui senso è attinto dal rapporto che hanno con il centro del Vangelo, che è l’evento pasquale di Gesù.

© Osservatore Romano - 13 agosto 2014