di S. Em. za Card. Agostino Marchetto
Prima di affrontare il tema vorrei ricordare che per me la conoscenza di questo grande avvenimento ecclesiale, il Concilio Vaticano II, in sé e per il mondo (non dico “evento” per ragioni storiografiche che più volte ho già presentate nei miei libri), comprende tre gradini, nessuno dei quali può essere saltato. Si tratta della sua storia, la più obiettiva e fedele possibile, la corretta sua interpretazione (chiamiamola questione ermeneutica) e finalmente la ricezione (accoglienza, accettazione, realizzazione...).
Dirò poi subito che mi servo nel mio procedere di un’opera fondamentale per la presentazione post-conciliare di Joseph Ratzinger costituita dal vol. VII/2 della di lui Opera Omnia[1].
- “Il Cattolicesimo dopo il Concilio”.
Inizio con una Conferenza del Prof. Ratzinger dal titolo «Il Cattolicesimo dopo il Concilio», rilevando subito qui il mio interesse particolare per la dimensione propriamente cattolica della ermeneutica conciliare, per la mia profonda convinzione che, se essa mancasse, ne soffrirebbe non solo la Chiesa Cattolica stessa ma anche il movimento ecumenico.
Ma vengo subito a quello che secondo il prof. Ratzinger è il nocciolo della questione, e cioè il fatto che i fedeli sono meno uniti di prima: per alcuni, il Concilio ha fatto ancora troppo poco; si è arenato ovunque nel suo slancio; è risultato un conglomerato di prudenti compromessi, una vittoria della tattica diplomatica sull’impeto dello Spirito Santo che non vuole sintesi complicate ma la semplicità del vangelo; per altri, invece, è uno scandalo; un cedimento della Chiesa allo spirito malvagio di un’epoca in cui l’offuscamento del senso di Dio è conseguenza del suo selvaggio attaccamento a ciò che è terreno[2]. I suoi termini sono per me così delineati dal teologo Ratzinger già nel ’66. Egli aggiunge: «Qui si può solo cercare di cogliere un po’ più precisamente, in alcuni punti, quel malessere che abbiamo constatato come situazione presente della Chiesa dopo il Concilio, formulando così con maggiore chiarezza il compito impostoci dalla ora presente»[3].
Mi limito peraltro ad indicare solamente quelli che Ratzinger individua quali campi del “malessere”, vale a dire, per primo, “la situazione del rinnovamento liturgico”, divenuto per molti un segno di contraddizione, e mi occupo qui solo di alcune citazioni di critica che iniziano, in Ratzinger, con un «E chi potrebbe negare l’esistenza di esagerazione e unilateralità che sono scandalose e non appropriate? È proprio necessario che ogni Messa sia celebrata versus populum? È proprio così importante poter guardare in faccia il sacerdote, o non è più salutare spesso pensare che anche egli è un cristiano fra gli altri e ha tutti i motivi per rivolgersi a Dio insieme a loro e per dire con loro “Padre nostro?”»[4]. Non continuo con altre osservazioni degne almeno di essere conosciute, non tralasciando però un rigo di particolare importanza con l’esortazione a «non dimenticare che celebrare la cena del Signore, per natura sua, significa fare una festa»[5] e che «esiste una legge della continuità la quale non si può impunemente trasgredire», cosa che «richiede all’interno della Chiesa un alto grado di tolleranza […], il sopportarsi a vicenda, e la longanimità dell’amore, poiché la liturgia più autentica della cristianità è l’amore»[6].
Un altro campo di “malessere” il Prof. Ratzinger lo racchiude sotto il titolo “Chiesa e mondo”, «ambito in cui si avverte con chiarezza la nuova mentalità del Concilio»[7]. E qui si attesta che «contrariamente a ciò che l’ottimismo dell’idea di incarnazione aveva talvolta esplicitamente garantito, c’è nel Nuovo Testamento una chiara precedenza del tema della croce rispetto al tema dell’incarnazione, anzi, la tematica dell’incarnazione è nella Bibbia già di per sé teologia della croce, poiché l’incarnazione già significa darsi di Dio ed è dunque il primo e decisivo passo verso la croce»[8]. Vi fu qui una semplificazione che «conduce a una teologia della speranza che sembra quasi ai limiti di un ingenuo ottimismo», la quale divenne «una ragione fondamentale di confusione spirituale che conduce non di rado a un fraintendimento del Concilio»[9]. Una cosa comunque va detta – aggiunge Ratzinger – a tale proposito: un rivolgersi della Chiesa al mondo che dovesse rappresentare un suo allontanamento dalla croce non porterebbe a un rinnovamento della Chiesa, ma alla sua fine[10]. «Detto con altre parole: la fede cristiana è uno scandalo per l’uomo di ogni tempo, lo scandalo che il Dio eterno si occupi di noi uomini e ci conosca, che l’Inafferrabile sia divenuto percepibile nel uomo Gesù, che l’Immortale abbia patito sulla croce, che a noi mortali siano promesse risurrezione e vita eterna: credere questo è per l’uomo un’impresa sconcertante. Il Concilio non ha potuto e non ha voluto eliminare questo scandalo cristiano. Ma dobbiamo aggiungere: questo scandalo primario, che è ineliminabile se non si vuole eliminare il cristianesimo stesso»[11].
L’ultimo campo di malessere è “la svolta ecumenica”[12]. E pure in questo ambito Ratzinger si domanda «Chi avrebbe osato sperare che sarebbe sorta una ricerca così appassionata delle opportunità di prossimità e di comprensione, una così viva disponibilità a rivedere ciò che fino a quel momento era ovvio e sembrava l’unica cosa possibile, per trovare il modo di superare la pura e semplice richiesta di un ritorno e giungere così alla possibilità di un’unione che non significasse assorbimento, ma incontro reale nella verità e nel amore del Signore, che sta al di sopra di noi tutti e tutti abbraccia e sostiene?»[13]. Il Teologo così continua:
È naturale peraltro che nella realtà di tutti i giorni queste cose incontrino delle difficoltà […]. C’è da parte protestante […] una certa sfiducia. E c’è naturalmente anche quella fretta ingenua che dichiara esaurita la teologia controversista, che non vuole più vedere nessuna differenza, che banalizza tutto, riportando ogni cosa a puri e semplici malintesi dietro i quali emerge ora d’un tratto la grande intesa di fondo; questa fretta ingenua, troppo semplicisticamente, vede ormai solo il plurale “le Chiese” e dimentica di prendere sul serio l’ardua pretesa per cui la Chiesa cattolica, pur entro l’adozione del plurale, osa e deve osare tuttavia il paradosso di attribuirsi, in un modo unico nel suo genere, il singolare “la Chiesa”. E questo progressismo acritico ridesta poi a sua volta il contraltare, e cioè l’integrismo, che sospetta l’ecumenismo di non essere cattolico e trova tanto più facilmente aderenti quanto più superficialmente viene trattata qua e là la questione ecumenica. […] E così anche qui, la forma concreta della gratitudine deve restare la pazienza. Essa è la forma quotidiana del amore, in cui sono presenti al tempo stesso la fede e la speranza[14].
- Il Concilio Vaticano II… a che punto siamo?
Altro punto di coagulo significativo per la nostra questione è l’intervento di Ratzinger a partire da una affermazione dell’allora Card. Montini, questa: «A differenza di molti altri concili, il Vaticano II si riunisce in un momento di tranquillità e di fede ardente della vita della Chiesa». Ne è titolo «A dieci anni dall’inizio del Concilio: a che punto siamo?»[15]. Ratzinger si domanda invece cosa sia accaduto e si chiede altresì se non sia stato forse il Concilio a generare la crisi, dato che esso non ne aveva nessuna da superare, come Montini aveva attestato. Dopo aver fornito alcuni elementi da considerare, il futuro Cardinale e Papa delinea un cristallizzarsi di due modelli opposti di superamento della realtà: quello neo-positivista e quello neomarxista. In ogni caso il nuovo movimento significa distacco dalla storia e distacco dalla metafisica. Magari su sfondo di una concezione spirituale. Osserva Ratzinger che «le asserzioni ed attenzioni del Vaticano II sono potute [così] risultare superate, per essere sostituite prima dall’utopia di un prossimo Vaticano III e poi dai Sinodi, che del Vaticano II hanno accettato lo 'spirito' ma non i testi»[16].
Ne risultano vari orientamenti, ma faccio cenno qui solo
a quelle forze che hanno propriamente reso possibile e preparato il Vaticano II, ma sono state subito travolte da un’ondata di modernità con cui potevano esser confuse solo per un errore madornale. Si tratta di una teologia e di una pietà che si fondano essenzialmente sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa e sul grande patrimonio liturgico della Chiesa universale. Al Concilio, questa teologia si era adoperata perché la fede attingesse non solo al pensiero del ultimo secolo, ma alla grande corrente di tutta quanta la Tradizione, così da rendere quella fede più ricca e più viva, e al tempo stesso anche più semplice e più aperta. Per il momento questo tentativo sembra fallito; esso è rimasto impotente di fronte a più facili programmi che da allora gli si sono sostituiti. Malgrado ciò, crescenti indizi fanno pensare che l’impulso di questa teologia non sia andato a vuoto. Molti sono i sintomi che fanno sospettare una sua ripresa e qui, a mio giudizio, sta la speranza della nostra situazione presente[17].
Prima di giungere alla successiva questione, in continuità, con il tema della recezione a dieci anni dall’inizio del Concilio, desidero ricordare un bouquet di giudizi di valore del Prof. Ratzinger nel rapporto conciliare Chiesa – mondo, che sono: «il settarismo non può essere accettato, ma non deve nemmeno essere eluso quell’esame di coscienza necessario, specialmente nei riguardi di una sempre maggiore fusione con ciò che si denomina progresso»[18]. Continua Ratzinger:
Quando lo spirito del Concilio è rivolto contro la sua parola ed è solo vagamente distillato dal processo che va verso la Costituzione pastorale, quello spirito diventa un fantasma e porta all’assurdo. Le distruzioni che ha causato un tale atteggiamento sono talmente evidenti che non ci può essere seriamente discussione al riguardo. Allo stesso modo è divenuto chiaro che il mondo nella sua moderna configurazione non rappresenta più da lungo tempo una realtà unitaria. Il progresso della Chiesa – va detto una volta per tutte – non può consistere in un tardivo abbraccio della modernità: questo ci ha irrevocabilmente insegnato la teologia dell’America Latina, e in questo consiste il diritto al suo grido di liberazione. Se la descrizione critica degli ultimi dieci anni porta a queste conclusioni, se essa fa emergere con chiarezza come sia necessario leggere il Vaticano II per intero, vale a dire orientati ai suoi testi teologici centrali, e non viceversa, allora questa riflessione potrebbe essere fruttuosa per tutta la Chiesa e aiutare al consolidamento con una sobria riforma. Non è la Costituzione pastorale a rinunciare alla Costituzione sulla Chiesa, né questa tanto meno è l’intenzione, presa isolatamente, dei paragrafi iniziali, ma al contrario: spirito del Concilio è in realtà solo tutto l’insieme nella sua giusta centratura. Questo significa che va annullato il Concilio stesso? Assolutamente no. Significa solo che l’autentica recezione del Concilio non è ancora iniziata. […] Certo non possiamo tornare al passato, e nemmeno lo vogliamo. E tuttavia dobbiamo essere disposti a riflettere nuovamente su ciò che, nel mutare dei tempi, è quel che sostiene davvero. Cercarlo in modo fermo e osare senza sconti la follia del vero con cuore lieto mi sembra essere il compito per oggi e per domani: è l’autentico nocciolo del servizio della Chiesa al mondo, la sua risposta alle ‘gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi’[19].
- Un bilancio del post Concilio: fallimenti, compiti, speranze.
Siamo ancora «A dieci anni dal Vaticano II» con «Tesi sul tema»[20] e «Un bilancio del post Concilio: fallimenti, compiti, speranze»[21]. Per quell’unità dell’unico soggetto Chiesa – parte finale della formula di ermeneutica corretta di Ratzinger, pienamente dispiegata al suo giungere al sommo pontificato[22] – egli attestava che il Vaticano II oggi sta sotto una luce crepuscolare.
Dalla cosiddetta ala progressista, già da molto tempo, è ritenuto completamente superato e di conseguenza come un fatto del passato ormai non più rilevante. Dalla parte opposta, al contrario – come emerge in misura crescente, per esempio, da molti interventi dei lettori del “Deutsche Tagespost” – è ritenuto la causa prima dell’attuale decadimento della Chiesa cattolica ed è giudicato come un rinnegamento del Vaticano I e del Concilio di Trento: è sospettato di eresia. Di conseguenza si pretende la sua revoca o una revisione che equivale alla revoca.
Riguardo a entrambe le posizioni va precisato innanzitutto che il Vaticano II è supportato dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino, cioè dal papa e dal collegio dei vescovi in comunione con lui; e che, anche dal punto di vista dei contenuti, si pone strettamente in continuità con i due concili precedenti e in punti decisivi li riprende alla lettera, tanto che ne vengono ripetute proprio le formule particolarmente caratteristiche e acute: «pari pietatis affectu», «ex sese, non ex consensu ecclesiae». Da qui derivano due tesi:
- È impossibile schierarsi a favore del Vaticano II e contro il Tridentino e il Vaticano I. Chi dice sì al Vaticano II, così come esso ha chiaramente espresso e concepito se stesso, dice sì con ciò alla intera vincolante Tradizione della Chiesa cattolica, in particolare anche ai due precedenti Concili.
- Allo stesso modo è impossibile schierarsi a favore del Tridentino e del Vaticano I, ma contro il Vaticano II. Chi nega il Vaticano II nega l’autorità che supporta gli altri due concili e così li annulla a partire dal loro principio fondante. Ogni scelta, in questo caso, distrugge tutto l’insieme, che sussiste solo come unità indivisibile[23].
Ma riprendiamo l’analisi di «Un bilancio del post Concilio» con attenzione iniziale ai primi giorni conciliari in cui si fece esperienza della reale cattolicità con la sua speranza “pentecostale”, cosa non più caratterizzante il post Concilio sessant’anni dopo. Tralasciando noi il resto dell’analisi storica compiuta da Ratzinger, egli giunge alla critica evoluzione che è seguita al Vaticano II: la situazione di crisi nella quale comunque restano certamente gli effetti positivi del Magno Sinodo[24]. Essi non impediscono però la costatazione che «il clima nella Chiesa a tratti sia diventato non semplicemente più gelido, ma ormai solo velenoso ed aggressivo e che atteggiamenti di parte lacerino la comunità. […] Vedere i fatti non è pessimismo ma obbiettività»[25]. Orbene, quali le cause e quale la giusta risposta? E come si è giunti all’evoluzione postconciliare? La nostra crisi è anzitutto coincisa con quella globale dell’umanità per cui, con il Professore, osserviamo a conferma, che «senza il Concilio la cristianità evangelica ha affrontato una crisi simile». Inoltre, “l’esame di coscienza conciliare” fece giungere all’idea di «una Chiesa fondamentalmente e radicalmente peccatrice […] il che portò a un’insicurezza riguardo alla propria identità, mentre dovremmo sapere che il pentimento cristiano non significa negazione di se stessi, bensì ritrovarci»[26]. «Ora è necessario – conclude Ratzinger – che si risvegli nuovamente la gioia per l’ininterrotta realtà in essa della comunità di fede che proviene da Gesù Cristo»[27].
Dunque, che cosa bisogna fare? Ratzinger si limita ad indicare due aspetti importanti, e cioè anzitutto la corretta collocazione e valutazione dei Concilî che portano a considerarli «di tanto in tanto come una necessità», ma che rappresentano sempre una situazione eccezionale nella Chiesa e «non possono essere considerati in generale come il modello della sua vita, o addirittura come il contenuto ideale della sua esistenza. I Concilî sono una medicina, non un nutrimento»[28]. Il secondo aspetto poi è la questione fondamentale della giusta recezione del Vaticano II», che per il Prof. Ratzinger, nel 1975, non era ancora iniziata. Per semplificare, egli fa riferimento a due motivi di fondo del Concilio. Il primo è la collegialità, il procedere insieme, istituendo consessi[29]. L’idea di fondo è giusta, ma «la loro moltiplicazione incontrollata ha condotto a un eccesso di duplicazioni, a una insensata proliferazione di carte e a un girare a vuoto nel quale le forze migliori si consumano in discussioni infinite che in realtà nessuno vuole ma che, sulla base delle nuove forme, sembrano divenute ineludibili»[30]. È divenuto però evidente che se da un lato c’è la collegialità, dal altro c’è la responsabilità personale e l’intuizione personale che non può essere sostituita né soffocata[31]. Il secondo motivo, poi, è quello della semplicità: uno dei termini fondamentali della Costituzione sulla Liturgia. A questo riguardo l’Autore ricorda che «l’uomo non comprende solo con la ragione, ma anche con i sensi e con il cuore e che la potatura va distinta dal taglio»[32], ed inoltre «quando la fede si ribalta in un messianismo terreno si tradisce il cristianesimo e si tradisce l’uomo»[33]. Continua Ratzinger, notando che «dall’altra parte vediamo oggi sorgere un nuovo integralismo che solo apparentemente preserva quel che è rigorosamente cattolico, ma in realtà lo distrugge dalle fondamenta»[34].
Alla fin fine, «il giudizio definitivo sul valore storico del Concilio Vaticano II dipende dal fatto che degli uomini siano in grado di sopportare in se stessi il dramma della divisione di grano e zizzania, conferendo in tal modo a tutto l’insieme quella chiarezza che esso non può acquisire solo sulla base delle parole»[35]. Ratzinger conclude sostenendo che «l’ultima parola sul valore storico del Vaticano II, nonostante tutto il buono che si trova nei suoi testi, ancora non è stata detta. Se alla fine potrà essere annoverato fra i punti luminosi della storia della Chiesa dipende dagli uomini che tramutano la parola in vita»[36].
- Communio.
Altro punto di coagulo del volume si rivela nel successivo «Un programma: “Communio”» (riferendosi alla rivista), di cui appare il primo numero al principio del 1972[37].
A leggere oggi queste pagine di Hans Urs von Balthasar, si resta stupiti della loro intatta attualità: quanto lì viene detto mantiene tutta la sua forza anche nell’odierno panorama teologico, per cui Ratzinger ne rinfresca la memoria a tutti noi. Qui però non lo potremo seguire passo passo per i limiti di spazio che abbiamo, ricordando però che il nome della rivista racchiude in sé un programma. Mi permetto comunque di citare soltanto alcune forti espressioni ratzingeriane, le seguenti: «Le prime risultano essere una risposta a quanti pensano che il Vaticano II, con il concetto di ‘popolo di Dio’, ha eliminato l’ecclesiologia gerarchica del Vaticano I sostituendola con una di communio. Orbene una simile ermeneutica la può concepire unicamente chi si rifiuta di leggerne i testi, oppure chi li ripartisce fra testi progressisti accettabili e inaccettabili testi démodés. Infatti,
nel documento del Concilio sulla Chiesa, il Vaticano I e II sono indissolubilmente collegati l’uno al altro; non si può parlare di sostituzione di un’ecclesiologia anteriore errata grazie a un’ecclesiologia diversa e nuova […]. La Chiesa non ha il diritto di cambiare la fede e di pretendere nel contempo che i fedeli le restino a fianco. I Concili non possono quindi inventare o sconfessare ecclesiologie o altre dottrine. Giacché la Chiesa, come dice il Vaticano II, non sta sopra la Parola di Dio, ma la serve e insegna, quindi, soltanto ciò che è tramandato. L’intelligenza della Tradizione cresce, tuttavia, in ampiezza e profondità, perché lo Spirito Santo amplia e approfondisce la memoria della Chiesa, per «introdurla a tutta la verità» (Gv 16,13). Questa crescita nella “percezione” (perceptio) di quanto è custodito nella Tradizione avviene, secondo il Concilio, mediante la riforma e lo studio dei credenti; mediante interiore intelligenza derivante dalla esperienza spirituale; e mediante l’annuncio di coloro “che con la successione apostolica hanno ricevuto il sicuro carisma della verità[38].
Allora, «se il Concilio Vaticano II ha posto al centro il concetto di communio, non l’ha fatto per creare un’altra ecclesiologia o addirittura un’altra Chiesa, ma perché lo studio e l’intelligenza spirituale dei fedeli proveniente dalla esperienza rendono possibile esprimere la Tradizione in questo o quel punto in modo più completo e comprensivo»[39].
Prima della Parte G di questo volume dell’Opera Omnia, composta di recensioni e prefazioni, in cui segnalo con pietra bianca quella sul volume di Leo Scheffczyk dal titolo «La Chiesa. Aspetti della crisi postconciliare e corretta interpretazione del Concilio Vaticano II»[40] – dove si esprime la posizione ermeneutica con la quale mi identifico di più[41] – troviamo un omaggio al Card. König, per il suo novantesimo genetliaco, intitolato «La responsabilità della Chiesa e il mondo in questo tempo» (si tratta di un’omelia sul cristocentrismo del Concilio Vaticano II e sull’attualità del Cristianesimo, con bellissimo “apologo” finale) e «L’appello alla giustizia», pure di genere omiletico, sull’eredità della Gaudium et Spes quarant’anni dopo.
[1] Cfr. J. Ratzinegr, L’insegnamento del Concilio Vaticano II, L.E.V., Città del Vaticano 2019, nella sua III Parte (F) dedicata alla “Recezione”, pp. 431-586.
[2] Cfr. Ibid., p. 433.
[3] Ibid., p. 434.
[4] Ibid., p. 442.
[5] Ibid., p. 444.
[6] Ibid., p. 445.
[7] Ivi.
[8] Ibid., p. 449.
[9] Ibid., p. 451.
[10] Cfr. Ivi.
[11] Ibid., p. 452.
[12] Cfr. Ibid., p. 454.
[13] Ivi.
[14] Ibid., pp. 455-456.
[15] Cfr. Ibid., pp. 467-504.
[16] Ibid., pp. 469-470.
[17] Ibid., pp. 473-474.
[18] Ibid., pp. 495-496.
[19] Ibid., p. 500.
[20] Cfr. Ibid., pp. 501-504.
[21] Cfr. Ibid., pp. 505-522.
[22] Cfr. Benedetto XVI, discorso alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2005, in AAS 98 (2006), pp. 40-53.
[23] J. Ratzinegr, L’insegnamento del Concilio Vaticano II, op. cit., pp. 501-502.
[24] Cfr. Ibid., p. 509.
[25] Ibid., p. 511.
[26] Ibid., p. 513.
[27] Ibid., p. 514.
[28] Ibid., p. 516.
[29] Cfr. Ibid., p. 517.
[30] Ibid., p. 518.
[31] Cfr. Ivi.
[32] Ibid., p. 519.
[33] Ivi.
[34] Ibid., p. 520.
[35] Ivi.
[36] Ibid., p. 522.
[37] Ibid., pp. 555-570.
[38] Ibid., p. 563.
[39] Ibid., p. 564.
[40] Cfr. Ibid., p. 615-618.
[41] Cfr. A. Marchetto, Per una corretta interpretazione del Concilio Vaticano II. A proposito di un recente volume (di Leo Scheffczyk) in A. Marchetto (a cura di), Chiesa e Papato, nella storia e nel diritto. 25 anni di studi critici, L.E.V., Città del Vaticano 2002, pp. 325-330.