Durante i rispettivi incarichi diplomatici, nel cuore dell'Europa in fiamme, i futuri Pio XI e Pio XII erano stati testimoni diretti del sorgere dei totalitarismi, causa dei mali che si preparavano. E, giunti entrambi alla guida della Santa Sede, nel corso degli anni Trenta videro con lucidità l'inesorabile procedere verso la guerra, che tentarono di contrastare con la diplomazia, la politica concordataria, la fermezza sulla dottrina cattolica, in una consonanza sostanziale non indebolita da personalità e temperamenti tra loro molto diversi. Non fu dunque un caso che la scelta del conclave, rapidissima, s'indirizzasse sul segretario di Stato di Pio XI. E subito Pio XII dovette fronteggiare una situazione che precipitava: "Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra" fu l'estremo inutile appello, alla cui stesura pose mano il sostituto Montini, stretto collaboratore del Papa anche nella tenace opera di soccorso presto avviata: in Vaticano, a Roma, in Italia e in molti altri Paesi, dove accanto a molti cattolici i rappresentanti pontifici - come Roncalli a Istanbul - si prodigarono in ogni modo per soccorrere i perseguitati, senza distinzioni.
Pio XII e coloro che gli sarebbero succeduti sulla sede romana con i nomi di Giovanni XXIII e Paolo VI furono così, nell'infuriare del conflitto, tanto difensori delle ragioni umane e della giustizia quanto testimoni della carità di Cristo. Con una predicazione di pace che Papa Pacelli non interruppe durante la guerra e negli anni successivi: sostenendo la scelta della democrazia, rifiutando l'attribuzione di una colpa collettiva al popolo tedesco, contrastando il totalitarismo sovietico - che impose regimi dittatoriali a molti Paesi e sparse nuovi mali - e appoggiando senza incertezze la faticosa costruzione di un progetto unitario per quella "vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano" e che tuttavia non era stata capace di ascoltare il radiomessaggio pontificio trasmesso la sera del 24 agosto 1939.
Se in molti modi alla ricostruzione e alla riconciliazione i cattolici hanno saputo dare contributi importanti, la Chiesa di Roma ha simbolicamente chiuso la seconda guerra mondiale con le elezioni papali di Karol Wojtyla - che nel 1989, a quasi cinquant'anni dal suo inizio, vi dedicò una lettera apostolica - e di Joseph Ratzinger, proprio a sessant'anni dalla conclusione del conflitto che i futuri Giovanni Paolo II e Benedetto XVI subirono in prima persona, figli di Nazioni allora contrapposte. Dal punto di vista storico, la duplice scelta del collegio dei cardinali ha dimostrato l'inconsistenza di molti pronostici basati su vecchie convinzioni di carattere politico secondo le quali le elezioni del 1978 e, soprattutto, del 2005 sarebbero state impossibili. La geopolitica della Chiesa, insomma, è diversa. E questo perché, assumendo il passato, guarda all'uomo e al futuro con occhi fissi su una promessa che non sarà delusa.
g. m. v.
(©L'Osservatore Romano - 24-25 agosto 2009)