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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Lo gridiamo con entusiasmo e convinzione ogni qualvolta, nella celebrazione Eucaristica, proclamiamo la nostra fede. La Chiesa è una, oltre che Santa e cattolica e apostolica. La Chiesa è una: dunque essa non ha "sorelle". L'espressione di "Chiese sorelle" sarà dunque finalmente da evitare ad ogni costo se non si vuole scadere nella eterodossia. Proprio Domenica 29 Giugno, mentre assistevamo alla solenne cerimonia che ha avuto per teatro la Basilica Vaticana, mentre ammiravamo l'umiltà e la cortesia del Romano Pontefice verso l'ospite proveniente da Costantinopoli - leggi: Istanbul -, Papa Benedetto si rivolgeva, nel discorso tutto incentrato sulla necessità di onorare i Santi apostoli Pietro e Paolo, alla necessaria unità che è nota distintiva della unica Chiesa di Gesù. Il plurale di Chiesa appartiene unicamente alle comunità locali, rette da un successore degli apostoli nelle quali l'intera Chiesa universale sussiste e si realizza. Il titolo di Chiesa non può prescindere da queste caratteristiche distintive di una comunità che si richiama a Cristo: la comunione "cum Petro et sub Petro", la validità della Eucaristia e il ministero sacro. Tutte le altre aggregazioni cristiane dovrebbero essere chiamate opportunamente "confessioni". Solo con questa precauzione è salvaguardata la fedeltà al disegno istituzionale di Gesù. Tornando alla celebrazione del 29 Giugno scorso, abbiamo ascoltato l'illustre ospite del Papa, accolto con tutti gli onori, rifarsi per l'ennesima volta, nel suo breve intervento, a quella nomenclatura che, purtroppo, torna sempre sul labbro di chi insiste su alcuni luoghi comuni che possono far colpo sugli ignoranti, non già su chi conosce bene come sono andate le cose, e non giovano affatto alla causa della autentica unità. Abbiamo con disgusto dovuto ascoltare per l'ennesima volta la storiellina della "antica Roma" che sarebbe stata cancellata dalla "nuova Roma": Costantinopoli, appunto. Per chi non lo sapesse, il patriarcato di quella città ha sotto di sè poco più di mille fedeli cristiani immersi in un contorno di membri di altre religioni. Come è venuta fuori la storia, tutta artefatta, della "nuova Roma"? E' presto detto. Nel 451, quando il vastissimo Impero romano era da tempo diviso tra l'impero d'occidente e l'impero d'oriente, quest'ultimo, grazie agli intraprendenti imperatori che sedevano su quel trono, e grazie ai vari scricchiolii di cui l'Impero romano d'occidente dava segni evidenti - di li a poco sarebbe scomparso del tutto -, si celebrò il Concilio di Calcedonia, indetto dall'Imperatore d'oriente e accettato anche dal vescovo di Roma, San Leone I, che vi inviò i suoi plenipotenziari. Fu in quella occasione che gli intraprendenti rappresentanti delle Chiese d'oriente, compiendo un enorme scivolone teologico, legando cioè l'importanza della sede episcopale all'importanza della sede imperiale, osarono, nel famoso canone 28, proclamare Costantinopoli la "nuova Roma". Sottintendevano, come appare evidente, che venuta ormai meno la consistenza della Roma degli imperatori d'occidente, la stessa sorte dovesse subire quella che per comodo essi definirono, come detto, "antica Roma" nel suo aspetto episcopale e spirituale. Il vescovo di Roma protestò immediatamente per questo pronunciamento, che peraltro era avvenuto surrettiziamente quando i delegati papali avevano già fatto ritorno in sede. Il famoso canone 28, dunque, le sue parole, la piccola e furbastra intenzione terminologica, non hanno e non possono avere alcun valore conciliare e quindi teologico: ciò lo deve sapere ogni cattolico per non lasciarsi abbindolare da certe apparenze e da certe proclamazioni. Il patriarca di Costantinopoli non può in nessun modo ritenersi, come troppo spesso si sente dire per scopi ecumenici, capo di tutta l'ortodossia. I Patriarchi ortodossi, infatti - anche questo bisogna sapere -, sono ciascuno nel proprio territorio autocefali, capi escusivi della comunità cristiana direttamente a loro sottomessa. Tornando alla questione della "nuova Roma", non dimenticando che c'è stato persino chi ha indicato Mosca come "terza Roma". Il nostro Santo Padre Benedetto XVI, nell'occasione accennata, pur senza ricorrere ai termini in questione, ha dato, a nostro avviso, nella sua omelia chiarissima e comprensibilissima, come sempre, un vero colpo mortale alla presunzione di identificare la grandezza della Chiesa e della sua universalità con la grandezza geografica e politica in cui essa è inserita. Intanto diciamo che quel famigerato canone 28 è stato il primo colpo di piccone all'unità dell'unica Chiesa di Gesù che poi si sarebbe consumato nel secolo XI con il cosiddetto "scisma d'oriente". Esso ha dato origine alla così chiamata "ortodossia" e alle varie sedi autocefale che ne sono derivate e sono tuttora esistenti. Ascoltiamo allora le mirabili parole pronunziate da Benedetto XVI: "(...) Il cammino di San Pietro verso Roma, come rappresentante di popoli di Dio, sta soprattutto nella parola UNA: il suo compito è di creare l'unità della catholica, dalla Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l'umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti  e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell'unità interiore, che proviene dalla pace di Dio, unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla chiesa di Roma". L'antica Roma, dunque - sembra dire il Papa -, la Roma dei Cesari e delle conquiste, del diritto e della "pax augusta", è finita quando con la Croce di Cristo vi è approdato Pietro, che vi ha perciò instaurata quella "nuova Roma" fondata su lui che è la roccia destinata a durare nei secoli quale approdo di tutte le genti chiamate a formare il nuovo regno che ha per capo Gesù. Di questa "nuova Roma" noi cattolici, senza alcun nostro merito, facciamo parte con fierezza pari alla fortuna che ci è toccata.

 

Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Andrea Gemma

Fonte Petrus