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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
san-pietro-celestino-ferentinodi FELICE ACCROCCA

Ancora su CelestinoV. Se l’anziano eremita chiamato al soglio di Pietro e poi volontariamente disceso da quella cattedra altissima attirò su di sé l’attenzione dei contemporanei sia da vivo che da morto, non minor interesse la sua figura ha destato nel corso dei secoli, quando immagini anche profondamente diverse ne sono state riproposte dalle fonti agiografiche, suscitando spesso, in anni a noi più vicini, motivi di vivaci discussioni tra gli studiosi. Che Celestino V si dimostri comunque capace di attirare l’i n t e re s s e degli storici è provato dal volume di Alessandra Bartolomei Romagnoli, pubblicato nella serie dei «Quaderni di “Hagiographica”» (Una memoria controversa.
Celestino V e le sue fonti, Firenze, Sismel - Edizioni del Galluzzo, 2013, pagine XXI-334, euro 48). Lo studio appare attento soprattutto a ricostruire le immagini di Celestino Vtrasmesse dall’agiografia, i processi di costruzione di una memoria difficile e impegnativa, generatrice di contrasti. «Rinunciando al tentativo di una ricostruzione cronologica lineare e di bilanci storiografici compiuti, si propone di rendere visibili i luoghi e gli attori di produzione delle scritture e delle testimonianze, e le particolarità dei materiali, dei metodi e delle concezioni che le ispiravano». La studiosa raccoglie in questa sede sette suoi studi, sei dei quali pubblicati in tempi e contesti diversi, ai quali aggiunge un ampio capitolo introduttivo con l’inquadramento completo del dossier relativo a san Pietro Celestino: dalla lettera di canonizzazione a un testo enigmatico qual è l’Au t o b i o g ra f i a , dalle fonti sorte precocemente nell’ambito del monachesimo morronese a un’op era complessa quale l’Opus metricumdel cardinale Jacopo Caetani Stefaneschi, fino alle fonti più tarde, evidenti derivazioni di quelle più antiche e sicure. Coerentemente, nel primo capitolo Bartolomei Romagnoli non analizza gli Atti del processo di canonizzazione, in quanto non si tratta di testi agiografici: in effetti, mentre quest’ultimi rappresentano una costruzione compiuta, le testimonianze raccolte nei processi costituiscono, per loro natura, i materiali per realizzarla. Non si può dire, però, che tale fonte sia rimasta al di fuori dell’interesse della studiosa, che agli At t i riserva anzi ampia attenzione. Proprio grazie a queste fonti è possibile infatti capire meglio il rapporto intercorso tra Pietro del Morrone e la mentalità popolare, e le modalità con le quali si avvicinava alle espressioni religiose dei più umili. La gente semplice voleva bene a Pietro poiché si sentiva da lui amata e compresa. Ed era molto spesso quest’umile gente a cercarlo per ottenere il miracolo: a partire dagli At -ti, Bartolomei Romagnoli analizza dunque la connotazione sociale e l’ambiente, la tipologia, la visione della malattia e del dolore che esprimono i miracoli operati da Pietro del Morrone, oltre che i mezzi e gli strumenti utilizzati per la guarigione. Di grande interesse, poi, si rivela l’ampio spoglio delle fonti cronachistiche attraverso cui si ricostruisce quella che potremmo definire la base iniziale di una raccolta di Te s t i m o n i a minora de sancto Petro Celestino. Il loro esame mostra come simili testi concentrino essenzialmente l’attenzione sul Pontefice — mentre restano invece inosservati il monaco e l’e re -mita — e su alcuni specifici suoi atti di governo, come la creazione cardinalizia: dalle cronache duecentesche, che riflettono differenti orientamenti politici e ideologici presenti in Italia, Inghilterra e Francia (esemplari, a riguardo, risultano le testimonianze di Jacopo da Varagine, Bartolomeo di Cotton e Guglielmo di Nangis) alla posizione di un testimone oculare come Tolomeo da Lucca, passando per le cronache del periodo avignonese, che drammatizzano fortemente il conflitto tra Celestino V e il suo successore, conflitto che finisce sì per coagulare una serie di accuse intorno alla persona e all’operato di Bonifacio VIII, ma incide profondamente anche sull’immagine del vecchio Papa, fornendone una visione indubbiamente riduttiva. Siamo certi che se l’indagine avviata da Bartolomei Romagnoli venisse allargata con la stessa sistematicità anche ad altri generi di fonti si potrebbero forse rinvenire tessere preziose per arricchire un mosaico altrimenti ancora difficile da ricomporre. Sarebbe utile, ad esempio, avere un census di testimonianze — quantitativamente e qualitativamente rappresentativo — relativo alle imagini di Celestino V maturate presso i francescani delXIV eXVsecolo: su di essi, infatti, doveva influire non solo la memoria del Pontefice, ma anche quella inquietante di Angelo Clareno e dei suoi compagni, che da Celestino Verano stati staccati dal resto dell’ordine e che proprio per questo s’erano in qualche modo appropriati della sua memoria. Peraltro non è da escludere che la ricerca possa pure apportare qualche elemento di interesse rispetto alla vicenda stessa di Celestino V, come testimonia un episodio riferito da Alvaro Pelagio, il quale nel De statu et planctu Ecclesiaefece un caloroso elogio dell’antinep otismo dell’anziano Pontefice: secondo Alvaro, infatti, mentre Celestino Vsi trovava a Napoli, avrebbe fatto cacciar via dalla curia il figlio del fratello, ovviamente in cerca di prebende. Del resto, come mostra Bartolomei Romagnoli analizzando un corpus di lettere celestiniane contenute nel Registro Vaticano 46a, Pietro del Morrone - CelestinoVera senz’a l t ro un uomo non esente da fermezze, financo da durezze. Certo, giunti al termine di un libro tanto interessante, che pone Celestino Va confronto anche con altre esperienze di santità, quali Nicola da Tolentino o Chiara da Montefalco, o con la visione ecclesiologica di un genio come Dante, che certo non fu tra gli ammiratori dell’eremita abruzzese, il lettore potrebbe chiedersi chi egli sia stato davvero. Possedeva le energie e le capacità per imporsi ai cardinali e operare quella riforma della Chiesa per la quale, forse, era stato eletto Papa? Si possono nutrire dubbi sul fatto che egli fosse in grado di assolvere fino in fondo, da solo, a tale compito, anche se i fatti dicono chiaramente che Celestino V non fu mai uno strumento docile nelle mani di abili burattinai e che, quando voleva, sapeva imporsi persino in decisioni di non poco conto. Sicuramente la morte di Latino Malabranca, suo amico e suo grande elettore, scomparso appena qualche settimana dopo l’elezione, accentuò sensibilmente la solitudine dell’anziano Pontefice, che si vedeva così privato dell’uomo più fidato, capace di muoversi con abilità nei complessi meccanismi della curia a lui sconosciuti. E forse — non è da escluderlo — quella morte cambiò in parte lo svolgersi degli eventi. Chiamato a sedere sulla cattedra più alta fra tutte, il fascino del potere non ebbe presa sull’eremita morronese: divenuto Papa Celestino Vrimase, sostanzialmente, l’uomo di prima. E fu questa, forse, tanto la sua grandezza quanto il suo limite.

© Osservatore Romano - 31 agosto 2014