Il 25 novembre, presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, si svolge la giornata di studio "La filosofia nella ricerca e nell'insegnamento di Sofia Vanni Rovighi" organizzata in occasione del centenario della nascita della studiosa. Pubblichiamo un estratto di una delle relazioni.
di Michele LenociPotrebbe apparire sorprendente che una studiosa, la quale ha rivolto agli autori medioevali un'attenzione privilegiata, trovando in essi risposte persuasive per i problemi fondamentali dell'esistenza umana, si sia poi impegnata, per tutto l'arco della sua esistenza, con interesse e simpatia, nei confronti di un pensiero come quello contemporaneo, almeno apparentemente così lontano, nell'impostazione e nelle soluzioni, dalla filosofia dell'età di mezzo. E, a differenza di molti studiosi di ispirazione cattolica, Sofia Vanni Rovighi non ha mai riservato alla filosofia contemporanea una considerazione esclusivamente critica e demolitrice, mirante a sottolinearne o l'apparente superficialità delle soluzioni rispetto alla profonda solidità delle indagini medioevali o la chiusura, spesso preconcetta e prevenuta, nei riguardi di ogni dimensione trascendente l'esperienza o la limitatezza dello sguardo di contro all'ampiezza della prospettiva classica: le demonizzazioni non appartenevano al suo stile, sempre critico e sorvegliato, così come non amava quelle considerazioni epocali o quegli anticipi di giudizio universale che, attraverso giustapposizioni ardite, o più spesso arbitrarie, e confusioni perniciose, pretendono di esprimere valutazioni obiettive e severe condanne, ma in effetti manifestano solo pregiudizi eguali e contrari a quelli propri delle concezioni così duramente criticate.
Fedele allieva di Tommaso, la Vanni Rovighi amava distinguere e si è rivolta agli autori del suo tempo senza diffidenza e prevenzione, ma con uno spirito che ben viene chiarito in due notizie riguardanti la sua formazione e il suo percorso di ricerca, redatte a distanza di quasi trent'anni l'una dall'altra, rispettivamente nel 1951 e nel 1980. Nella prima scrive: "Formatasi allo studio della scolastica e della filosofia medioevale alla scuola di A. Masnovo, S. Vanni Rovighi si propose, in sede storica, di approfondire lo studio della filosofia medioevale, e in sede teoretica di esaminare se ed entro quali limiti le teorie fondamentali della filosofia tradizionale rispondano ai problemi posti dal pensiero moderno e contemporaneo". A questo scopo, iniziato tra il 1931 e il 1932 lo studio di Husserl, si reca a Friburgo nel 1932, dove nel semestre estivo segue le lezioni di Heidegger, mentre nel semestre estivo del 1938 ascolta alcune lezioni di Nicolai Hartmann a Berlino. Nel secondo documento afferma: "Ero persuasa che un modesto studioso di filosofia dovesse fare innanzi tutto un paziente lavoro storico, ma i miei interessi erano per la filosofia, e poiché (lo confesso come una mancanza) ero allergica all'attualismo gentiliano che dominava allora la cultura filosofica italiana, cercai di guardare fuori d'Italia". Dagli studi così intrapresi, in particolare dalla lettura delle Logiche Untersuchungen di Husserl, si conferma nella persuasione che "i problemi della scolastica non erano affatto morti ma rinascevano, sia pure sotto diversa forma e in altro contesto, nella storia della filosofia".
Questi passi sono illuminanti per diversi aspetti: innanzi tutto, attestano che, anche qui sulle orme del suo Tommaso, la Vanni ritiene che Studium philosophiae non est ad hoc quod sciatur quid homines senserint, sed qualiter se habeat veritas rerum, e, quindi, si rivolge allo studio dei grandi maestri, anche contemporanei, per affrontare, prima o poi, alcune questioni filosofiche fondamentali, allo scopo di ricercare per esse risposte che, se certamente appaiono, e sono, sommesse, non per questo sono meno ferme e chiare. Inoltre, a differenza di altri studiosi formatisi all'Università Cattolica, come Gustavo Bontadini, non vede nella prospettiva neoidealistica di ispirazione gentiliana la via per condurre una ricerca filosofica che sia, insieme, rigorosa e adeguata alle effettive capacità dell'uomo, che rimangono pur sempre limitate e inficiate da molti condizionamenti. La Vanni, infatti, ritiene che la filosofia si costruisca procedendo dal basso, von unten, e, per questo motivo, non ama i sistemi che, muovendo dall'alto, von oben, pretendono di ingabbiare in uno schema, spesso artificioso e quindi coartante, la molteplicità differenziata del reale.
Volendo presentare i temi che, in modo particolare, nella filosofia contemporanea, hanno interessato la Vanni Rovighi, possiamo indicare tre grandi aree: la teoria della conoscenza, la concezione dell'uomo e una concezione della filosofia mirante a chiarificare termini e concetti, allo scopo di rendere ogni discorso significante quanto più possibile chiaro e univoco. Le correnti più familiari sono la fenomenologia, soprattutto di Husserl, ma anche di molti dei suoi altri esponenti, come Scheler, Edith Stein, Hartmann, e nelle sue origini brentaniane; l'esistenzialismo di Heidegger e Sartre; il neopositivismo e la filosofia analitica. Si tratta di indirizzi assai diversi e, per certi aspetti, addirittura opposti, eppure coerenti con l'iniziale interesse rivolto, fin dagli anni giovanili, alla filosofia della scienza e all'ontologia. E per meglio comprendere questi autori, che già al loro primo comparire si impongono subito all'attenzione come particolarmente acuti e profondi, la Vanni approfondisce pure il contesto in cui essi si sono formati e dedica tempo e attenzione anche a quelle figure che uno sguardo superficiale può considerare minori o meno rilevanti, come Wundt, Lipps, Schuppe, Külpe, e poi Holt, il neorealismo americano, e così via. E, in Italia, valorizza e apprezza filosofi come Juvalta e Felice Balbo che possono apparire del tutto marginali.
La ricerca dell'immediato non è, per la Vanni Rovighi, un compito banale e ripetitivo, poco consono alle profondità speculative che, secondo taluni, dovrebbero caratterizzare l'indagine filosofica; anzi, essa costituisce piuttosto la necessaria premessa che consente alle argomentazioni successive di non essere fondate sulla sabbia dei luoghi comuni e delle mode transeunti. "La filosofia non è altro, in fondo, che il mettere in chiaro certe verità primitive, direi, che tutti ammettono, ma che non hanno consapevolezza di ammettere".
Si è detto che di Husserl la Vanni apprezza l'atteggiamento filosofico, con cui affronta le questioni in modo estremamente minuzioso, esaminando e discutendo le teorie contrastanti e le obiezioni possibili, allo scopo di arrivare alle "cose stesse", così come si offrono all'evidenza immediata. E qui facilmente viene riconosciuta un'affinità, che già Brentano, maestro di Husserl, aveva rilevata, con l'approccio tipico di Aristotele e di molte dispute e quaestiones medioevali. Ma allo scopo di una progressiva chiarificazione linguistica e concettuale la Vanni ritiene che un contributo sostanziale sia stato offerto dal neopositivismo e dalla filosofia analitica, nonostante molti loro eccessi e unilateralità di impostazione. Per costoro la filosofia non si chiede che cosa sia il reale, quale sia il fondo dell'essere, ma piuttosto che cosa si intenda propriamente dire con certe espressioni e, così facendo, si è spesso aiutati a scoprire pseudoproblemi che talora si sono insinuati in riflessioni filosofiche, alle quali la profondità viene accreditata solo in virtù della loro oscurità. I risultati conseguiti dai filosofi analitici nell'esame del linguaggio religioso e del linguaggio morale mostrano, secondo la Vanni, come una corretta adesione al dato consenta spesso di pervenire a conclusioni accettabili anche da parte di chi condivide un'altra prospettiva metafisica o etica.
Parimenti, dalle riflessioni dedicate al principio di verificazione risulta qualcosa di inconfutabile, "perché una proposizione non ha significato se non hanno significato i termini dei quali è composta; ora un termine acquista significato o quando è definito o quando si mostra qualcosa a cui si applica quel termine". Poiché la definizione di un termine è la riconduzione a termini già noti, alla fine bisogna pervenire a qualcosa di dato, di presente o di sperimentato. D'altro lato, se il neopositivista fosse coerente, dovrebbe, secondo la Vanni Rovighi, delineare una teoria della conoscenza per determinare che cosa si intende per "dato", "verifica", "esperienza", cosa che invece non fa, limitandosi a una pregiudiziale avversione nei confronti di ogni discorso che, anche solo lontanamente, appaia metafisico. D'altronde, proprio a questo proposito la Vanni Rovighi sviluppa una riflessione che le era molto cara: "Le critiche neopositivistiche e analitiche ci rendono il prezioso servizio di richiamarci alla coscienza dei nostri limiti, di invitarci a riflettere sulle considerazioni razionali per avviare alla conoscenza di Dio, e a renderle sempre più criticamente fondate. Ma ci invitano anche a un'altra riflessione. È curioso vedere come questa critica neopositivistica, che dovrebbe essere la più flemmatica, per così dire, sia invece spesso così fortemente animata da toni emotivi. (...) Perché loro sono così aggressivi quando si tratta di Dio? (...) Vorrei riflettere sull'aspetto di difesa che può avere quella aggressività. Se l'affermazione dell'esistenza di Dio non ha, per neopositivisti e analisti, significato teoretico, essa ha un significato pratico: significa ai loro occhi una volontà di potenza, la volontà di imporre il proprio credo con la forza. E possiamo dire che i credenti siano stati e siano sempre immuni da volontà di potenza? Da un punto di vista pratico credo dunque che dalle critiche neopositivistiche dobbiamo imparare a non cercar di imporre la nostra fede in Dio con la forza, o la suggestione, o la retorica, ma piuttosto a testimoniarla".
La Vanni Rovighi è riuscita a trarre illuminanti interpretazioni dai pensatori contemporanei, facendoli meglio comprendere e valorizzandone l'apporto teoretico, grazie a una lettura sempre rigorosa, che li ha accostati direttamente nelle loro opere, collocandoli minuziosamente nel loro contesto storico, in modo che le loro proposte diventassero il più possibile perspicue e, quindi, comprensibili: giacché, per la Vanni, la chiarezza non è, come forse taluni ritengono, l'elegante succedaneo della mancanza di originalità, ma testimonia l'onestà professionale e umana di chi, pur sapendo che il mistero ci avvolge e ci abbraccia, sa anche che l'attività razionale deve esplicitare l'implicito, eliminare gli equivoci e ridurre le ambiguità, giacché la filosofia è ricerca appassionata della verità, più che preoccupazione dell'originalità; non è tanto la creazione geniale di un singolo pensatore, quanto un'opera collettiva alla quale il singolo pensatore deve portare il suo modesto, ma indispensabile contributo.
(©L'Osservatore Romano - 26 novembre 2008)