Luigi Codemo - © www.labussolaquotidiana.it - 30 luglio 2011La luce è regolata dal sole, dal grande luminare creato secondo la Genesi al quarto giorno (Gn 1,16-19). Ma la luce fu creata prima che il sole fosse: già al primo giorno della creazione «la luce fu» (Gn 1,3). A sua volta questa luce creata presuppone quella di Cristo. Luce non creata ma generata, luce da luce. Cristo è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). E solo questa luce rimarrà e splenderà alla fine dei tempi.
Nelle rappresentazioni del Giudizio universale a volte si vedono il sole, la luna e le stelle diventare piccoli e perdere luminosità davanti al fulgore di Cristo in trono: «non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 22,5).
Una cascata di luce colma lo spazio tra Dio e l’uomo. La chiesa è costruita sapientemente quando è capace di ospitarla: le misure che la delimitano, gli elementi che la costituiscono, gli intervalli che la cadenzano sono definiti e regolati dalla luce che solca il cielo durante i giorni e le stagioni. Le pietre della chiesa trovano la giusta collocazione e le corrette proporzioni rispettando lo spazio e il tempo della luce.
A lungo le chiese sono state costruite orientate verso il sole che sorge. Ad esempio, se si entra nel Duomo di Milano nella vetrata absidale si vede un grande sole. Ricorda che è orientata a est, verso il sole che sorgendo sconfigge le tenebre. Ricorda che è orientata verso Cristo che risorto ha vinto la morte.
Non si tratta di celebrare un qualche culto solare, ma è il cosmo intero che parla di Cristo. Già Tertulliano, nella sua opera l’Apologetico, metteva in guardia: «C’è chi ritiene che il Dio cristiano sia il sole, a dire il vero preghiamo orientati al sole che sorge per una ragione del tutto diversa dall’adorazione del sole». Camminare nella chiesa verso il sole che sorge, infatti, significa intraprendere in forza di Cristo il cammino di liberazione da ogni forma di schiavitù, dove «l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1Co 15,26).
Il popolo di Israele uscì dall’Egitto, terra della schiavitù, andando verso est. E fu un cammino notturno. Dove a guidare non era l’occhio umano, ma Dio. E fu un cammino rigeneratore. Come quello del sole, che di notte percorre non visto il tratto da ovest a est per sorgere, rinnovato, a oriente. All’aurora il popolo di Israele, che ormai calpestava terra asciutta e libera, vide gli Egiziani sconfitti e sopraffatti dalle acque.
Con un significato tutto nuovo, i cristiani compiono questo percorso. Nella veglia del Sabato Santo, durante il lucernario, si benedice il fuoco nuovo e si accende il cero pasquale che, inciso da una croce e dall’alfa e dall’omega, è configurato a Cristo, principio e fine di ogni cosa, Signore del tempo e della storia. Nella veglia che introduce nella notte della risurrezione, il fuoco e la luce del cero segnano che Gesù fende e divide le tenebre. La processione del popolo di fedeli entra in chiesa, dirigendosi, al buio della notte, a oriente. Davanti c’è il cero, come la colonna di fuoco dell’Esodo. Tre volte risuona forte nella navata «Lumen Christi, Cristo luce del mondo».
La salvezza, ora, non è più la terra asciutta degli ebrei, ma le tenebre vinte dalla luce, la colpa antica cancellata, la morte sconfitta da Cristo il vivente. Tra le volte della chiesa può levarsi l’Exultet che canta «la notte inondata di luce».
La luce dove abita Dio è inaccessibile. La luce divina è abbacinante, il suo fulgore è insostenibile dallo sguardo umano. La luce del sole rimanda per analogia a quella di Dio. Come un riflesso ne è immagine, anch’essa inguardabile direttamente. Per ospitarla, come segno e caparra di quella divina, è necessario attutirla. Uno dei primi modi fu lo sfarfallio dei raggi tra le fronde del bosco sacro. Poi, per dirla con Claudel, la foresta di colonne pagane si coprì con la pietra di volta cristiana. In alcune chiese più antiche, come a Ravenna, troviamo finestre di alabastro. La luce diventa così morbida e si presta alla vicinanza, alla confidenza, al colloquio col divino, anche se rimane ancora indifferenziata.
E’ la vetrata policroma istoriata, sviluppata nella stagione del gotico, che riesce a filtrare la luce indistinta e a diffonderla in forme riconoscibili. Pareti attraversate dai raggi del sole narrano la storia sacra, la vita dei santi e della chiesa tutta, e poi i mestieri, i giorni dell’anno, i cicli del cosmo. Nulla è escluso, perché la luce di Dio si rende visibile nella storia della salvezza.
Contemplare la luce delle vetrate non lascia spazio a spiritualismi e a meditazioni che diventano astratte, come disincarnate. Il vetro, infatti, è duro. E anche la luce, definita dai contorni, graduata dal colore, venata dall’ombra, prende corpo. Alla fine, ogni vetrata non è che una annunciazione dell’annunciazione. Restituisce l’evento del Verbo luce che si consegna alla storia. Mostra il ripetersi del prodigio dove il vetro duro è attraversato dalla luce, e lasciato intatto. Come lo Spirito ha lasciato intatto il grembo di Maria.