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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Passata la tempesta mediatica provo­cata dalla sentenza del Tar del Lazio sulla presenza degli insegnanti di religio­ne cattolica negli scrutini della scuola di Stato e sulla rilevanza del loro parere nel­la valutazione globale degli alunni, mi pa­re giunto il momento opportuno per fare chiarezza intorno ad alcuni punti che la concitazione del momento aveva lascia­to in sospeso.

In primo luogo vorrei precisare una valu­tazione pacata del fenomeno illuminista, alla quale sono stato invitato da un cor­tese elzeviro di Giuliano Amato. L'illumi­nismo è un fenomeno complesso dalle molte facce e dai molteplici risvolti. Non ho difficoltà a riconoscerne il valore e la ricchezza di tante intuizioni che da tale fenomeno sono derivate all'umanità ne­gli ultimi secoli. Ma credo sia ragionevo­le sottoporre a critica severa gli esiti di u­na distorta interpretazione dei suoi prin­cipi ispiratori. Questo caso si verifica, per esempio, quando il fenomeno religioso in genere viene rigorosamente espulso dal­la rilevanza culturale e sociale per confi­narlo nell'intimità irrazionale e sog­gettiva. E si potreb­bero fare molti altri esempi. Come av­viene in tutte le realtà umane, co­munità cristiana compresa, si pos­sono determinare pessime e 'bieche' conclusioni e pes­simi comporta­menti anche dai principi più belli e ragionevoli. In questa critica sono, del resto, in buona compagnia. Horkheimer e Adorno non sono padri della Chiesa, né faziosi bigot­ti. Eppure ho letto delle pagine della co­siddetta scuola di Francoforte che non e­sito a definire feroci contro certe devia­zioni che hanno la loro radice in mal com­prese tesi illuministe. I veri illuministi dovrebbero essere grati di questa operazione razionale. Come lo so­no spesso vescovi, preti e cristiani di fron­te a serie e documentate critiche nei con­fronti delle Chiese. In secondo luogo, una parola a proposito della stima e del rispetto della magistra­tura. Per quanto mi riguarda l'una e l'al­tro sono fuori discussione. Ma proprio per questo non posso nascondere il ramma­rico che provo quando vedo qualche ma­gistrato o qualche insieme di magistrati, qualche politico o qualche uomo di cul­tura, che sembrano remare contro un be­ne così importante per la convivenza ci­vile come la diffusa stima e il confidente affidamento a coloro che amministrano la giustizia. Quando si emettono sentenze discutibili, è bene che vengano discusse, se ci sono argomenti non pretestuosi.

Mi domando: non è inquietante sentirsi dire pressappoco: 'È meglio non rivolgersi al tal tribunale o al tal magistrato, perché tanto si sa già prima come la pensa'? Un atteggiamento di questo genere va attri­buito solo ad un pregiudizio malevolo?

L'intenzione dovrebbe essere sempre quella di difendere l'onore e la credibilità della magistratura. Questa è, per lo meno, l'intenzione mia. Anche quando esprimo sofferenza per chi (chiunque sia) pone premesse, in buona o cattiva fede, per in­durre il sospetto sulla sua reale imparzia­lità.

Diego Coletti

© Avvenire - 22 agosto 2009