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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
evangelizzazione 294x220di NICOLA GORI

Un “laboratorio” dove confrontare le esperienze già in atto e individuare nuovi linguaggi e progetti pastorali per annunciare Cristo nell’era digitale. È questo, nelle intenzioni dei promotori, l’incontro internazionale in programma in Vaticano dal 18 al 20 settembre sul tema «Il progetto pastorale di Evangelii gaudium». Ce ne anticipa contenuti e obiettivi l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

Perché avete scelto la formula dell’incontro e non del convegno?
Il convegno dà l’idea di essere qualcosa di teorico. Desideriamo, invece, far diventare spirito e azione pastorale l’esortazione apostolica del Papa. Questo incontro è nato dalla lettura del documento, che sintetizza molti aspetti del dibattito del Sinodo dei vescovi del 2012 su nuova evangelizzazione e trasmissione della fede. Il Pontefice afferma che questa esortazione apostolica è il programma del suo pontificato.
Egli ci ha provocato ad accogliere qui tutti gli operatori della pastorale che insieme con noi desiderano creare quella reale conversione pastorale per immettere la comunità cristiana in una via di evangelizzazione e di missionarietà in grado di risvegliare i cuori e le menti all’annuncio di Cristo.

Si potrebbe definire un “laboratorio”?
Direi che rende bene l’idea, perché nel laboratorio si realizza quel desiderio di presentare alcuni contenuti che più direttamente coinvolgono l’azione pastorale dell’ Evangelii gaudium e ascoltare anche le esperienze già in atto. Abbiamo un grande interesse verso quanto è stato fatto in America latina, dove da molti anni la missione continentale ha prodotto una dinamica e un risveglio nell’op era di evangelizzazione. Questo incontro prevede, oltre a momenti di ascolto, anche interventi e dibattito. Per noi è molto importante per esprimere un progetto pastorale concreto che abbia un denominatore comune, andando incontro alle diverse esigenze delle Chiese sparse nel mondo. Dobbiamo cercare di proporre l’unità — che non vuol dire uniformità — di un’azione, perché la gioia di annunciare il Vangelo possa essere realmente vissuta dalle nostre comunità.

Dai lavori quindi scaturiranno delle indicazioni concrete?
Il secondo passaggio dovrebbe essere quello di come vivere la vita quotidiana della pastorale ordinaria, in modo che possa essere genuinamente missionaria e andare incontro agli altri. Il Papa ci dice in prima istanza di andare incontro a quelli che sono gli ultimi.

Tra questi ci sono gli immigrati. Come portare loro l’annuncio evangelico?
Uno degli aspetti della nuova evangelizzazione è la testimonianza della carità che si coniuga poi con la dimensione della preghiera, della vita liturgica e della formazione nella Chiesa. L’annuncio che viene dato attraverso la testimonianza mi sembra che sia già il più eloquente e il primo. Penso che la Chiesa sia — non solo in Italia ma, per la mia esperienza, anche in nord America — veramente in prima linea nell’accoglienza. Le nostre comunità, le parrocchie, i laici e i religiosi sono i primi collaboratori che danno il segno del benvenuto agli immigrati e il più delle volte lo fanno nel silenzio e nel nascondimento. La testimonianza di bene che viene data da tanti operatori volontari, e anche da famiglie, non diviene notizia. È forse anche bene che sia così, perché la testimonianza cristiana parla da se stessa.

È possibile annunciare il Vangelo in un mondo sempre più secolarizzato?
In molti Paesi dell’Europa questa è una grande sfida. Nel testo dell’esortazione apostolica ci sono delle pagine molto significative a proposito, perché si parla del primato dell’annuncio. Questo per noi significa una vera conversione pastorale. Non dimentichiamo che in molti Paesi le nostre comunità si sono burocratizzate a tal punto da non essere più evangelizzatrici: sono soltanto il più delle volte una erogazione di servizi anche nella carità. La carità, invece, è innanzitutto l’accoglienza della persona, la convinzione di trovarci davanti a un essere umano che richiede aiuto, e questo può essere materiale o spirituale. Bisogna essere capaci quindi di andare incontro nell’accoglienza, ma anche nella convinzione che stiamo portando Gesù Cristo, non noi stessi. Bisogna liberarci da quella forma sterile di autorefenzialità che non porta da nessuna parte: è sterile perché non genera, non è feconda, mentre invece la testimonianza lo è. Qui mi sembra che giochiamo la nostra credibilità. Non dimentichiamo che in diversi Paesi dell’Europa e del nord America, le cui culture sono impregnate di cristianesimo, molte persone sentono il nome di Cristo per la prima volta. Questa è una sfida. Dobbiamo dialogare con delle culture impregnate da duemila anni di cristianesimo, dove Gesù Cristo non è conosciuto.

Il mondo di internet è pronto a ricevere il Vangelo?
Il primo annuncio diventa ancora una volta una sfida in una situazione come la nostra che vive di una nuova cultura. La Chiesa sembra ancora non rendersi conto fino in fondo che si tratta della cultura della comunicazione. Vivere in internet significa confrontrarsi con una cultura diversa. Per venti anni ho insegnato alla Pontificia università Gregoriana, dove avevo studenti che venivano da 160 Paesi diversi del mondo. Il linguaggio è fondamentale: quello di internet è una grande sfida per il Vangelo sotto tutti gli aspetti, perché ha modificato e modifica i comportamenti. Non a caso oggi siamo di fronte a delle patologie nell’uso di internet, perché si tratta di una nuova cultura. Occorre essere presenti in internet, ma l’imp ortante non è questo. È piuttosto chiedersi: come annunciare Gesù Cristo alle persone che vivono di internet? Oggi per cercare una parola in rete è sufficiente digitare le prime lettere e il computer mi dà già la risposta che vuole, non quella che io stavo cercando: se per esempio inserisco «go» per cercare «God», Dio, il computer mi risponde con altre parole. Questo cambia la mentalità. Il giovane che vive di quella cultura riceve risposte in continuazione. Ma dalla comunità che annuncia Gesù Cristo desidera qualcosa di radicalmente differente.

Certo non è facile parlare ai giovani di Cristo.
Questo fa anche capire come non abbiamo più un’attrattiva comunicativa. Il grande esame di coscienza da fare è questo: in che modo noi riusciamo a trovare un linguaggio che sia significativo per i giovani di oggi? Non dimentichiamo, d’altra parte, che questo tema ci tocca in prima persona, perché in mezzo a questi giovani di oggi ci sono anche quelli che sentono la vocazione al sacerdozio, alla vita religiosa. In che modo questi giovani che vivono nello spirito del loro tempo sono aiutati a crescere nella consapevolezza di rendere partecipi i loro coetanei dell’esperienza di fede? È una sfida che ci chiede di non vivere teoricamente nel passato, ma di partecipare direttamente alla vita dei giovani di oggi. Occorre capire realmente qual è la loro cultura, che possiede anche molti limiti e non dà la vera libertà, che li porta a non riflettere su se stessi, ma a disgregarsi in tante forme di effimero e non consente loro di compiere delle scelte significative e durevoli. Questa però è la cultura con la quale dobbiamo confrontarci. In tale contesto, limitarsi a una visione teorica del cristianesimo è una tentazione da lasciare in disparte.

© Osservatore Romano - 17 settembre 2014