Digiuno dalle immagini, dalle parole e all’insegna della sobrietà. Sono queste le moderne forme di digiuno per l’uomo contemporaneo, da vivere in questa quaresima 2014. Lo ha spiegato il cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella sua prima predica di quaresima, tenuta nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, venerdì mattina, 14 marzo. Tornano in mente, ha detto il religioso, le parole di Isaia, quelle che la liturgia ci fa ascoltare all’inizio di ogni quaresima: il Signore vuole un digiuno fatto di condivisione, attenzione e carità verso i fratelli. Un digiuno all’insegna della sobrietà, ha specificato il predicatore, è anche una contestazione della mentalità consumistica. «In un mondo — ha aggiunto — che ha fatto della comodità superflua e inutile uno dei fini della propria attività, rinunciare al superfluo, saper fare a meno di qualcosa, frenarsi dal ricorrere sempre alla soluzione più comoda, dallo scegliere la cosa più facile, l’oggetto di maggior lusso, vivere, insomma con sobrietà, è più efficace che imporsi delle penitenze artificiali». Inoltre, tale forma di digiuno è anche giustizia «verso le generazioni che seguiranno la nostra che non devono essere ridotte a vivere delle ceneri di quello che abbiamo consumato e sprecato noi». La sobrietà, poi, ha detto ancora padre Raniero, ha anche «un valore ecologico, di rispetto del creato». Un’altra forma di digiuno per l’uomo contemporaneo è quella dalle immagini, molto più necessaria di quella dai cibi. «Viviamo in una civiltà dell’immagine — ha detto — siamo diventati divoratori di immagini». Una quantità enorme di immagini giunge dentro di noi. Molte sono «malsane, veicolano violenza e malizia, non fanno che aizzare i peggiori istinti che ci portiamo dentro», perché sono «confezionate espressamente per sedurre». Il peggio che possono fare, ha sottolineato il cappuccino, è che «danno un’idea falsa e irreale della vita, con tutte le conseguenze che ne derivano nell’impatto poi con la realtà, soprattutto per i giovani. Si pretende inconsciamente che la vita offra tutto ciò che la pubblicità p re s e n t a » . Per questo, è necessario creare un filtro, una sorta di sbarramento, altrimenti «riduciamo in breve tempo la nostra fantasia e la nostra anima a un immondezzaio». Infatti, le immagini cattive «non muoiono appena giunte dentro di noi, ma fermentano. Si trasformano in impulsi all’imitazione, condizionano la nostra libertà». Altro digiuno alternativo proposto dal predicatore per la quaresima è quello dalle parole cattive. «Parole cattive — ha spiegato — non sono solo le parolacce; sono anche le parole taglienti, negative che mettono in luce sistematicamente il lato debole del fratello, parole che seminano discordia e sosp etti». Nella vita di una famiglia o di una comunità, queste parole «hanno il potere di far chiudere ognuno in se stesso, di raggelare, creando amarezza e risentimento». Le parole, ha sottolineato, «mortificano, cioè danno la morte». San Giacomo diceva che «la lingua è piena di veleno mortale; con essa possiamo benedire Dio o maledirlo, risuscitare un fratello o ucciderlo. Una parola può fare più male di un pugno». Digiuni dunque che aiutano a interpretare la quaresima come occasione offerta dalla Chiesa per vivere «un tempo di deserto senza dovere per questo abbandonare le attività quotidiane». In questo periodo, siamo invitati a rientrare nel nostro cuore, intendendolo come quel luogo spirituale, dove «uno può contemplare la persona nella sua realtà più profonda e vera, senza veli e senza fermarsi ai suoi lati marginali». Tornare al cuore, quindi, significa «tornare a ciò che c’è di più personale e interiore in noi», anche se «purtroppo l’interiorità è un valore in crisi». Come fare, concretamente, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità? Mosè, ha detto il predicatore, era un uomo attivissimo, che «si era fatto costruire una tenda portatile e a ogni tappa dell’esodo fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Sig n o re » . Non sempre, però, ha fatto notare il predicatore, ci si può ritirare in una cappella o in un luogo solitario per ritrovare il contatto con Dio. San Francesco d’Assisi, ha detto, «suggerisce perciò un altro accorgimento più a portata di mano». Infatti, mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: «noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo». Qual è questo eremo se non «fratello corpo»? e qual è la sua anima se non «l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare?». In questo modo — ha concluso — è come avere «un deserto sempre “sotto casa” o meglio “dentro casa”, in cui potersi ritirare con il pensiero in ogni momento, anche andando per strada».
© Osservatore Romano - 15 marzo 2014