Pietro Prini, uno dei maggiori filosofi italiani di ispirazione cattolica del Novecento, è morto nella notte tra sabato e domenica all'età di 93 anni a Belgirate, in provincia di Novara. Ne traccia un ricordo personale il direttore del Dipartimento di Filosofia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.
Fare memoria di Pietro Prini comporta il ripercorrere un lungo itinerario, che va dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento sino all'inizio del terzo millennio, periodo in cui ho avuto modo di incrociare la persona e gli scritti del maestro.
Il primo incontro avvenne da studente nelle aule della Cattolica, in occasione di dibattiti promossi da Gustavo Bontadini nel corso di Filosofia teoretica: Bontadini era amante del metodo dialettico, e a lezione ci aveva presentato Prini come un esponente dei quella corrente di pensiero cristiano che egli definiva "spiritualismo". Nel confronto diretto in aula venne meglio focalizzata la posizione di Prini, così come questi l'aveva espressa nella prolusione su Cristianesimo e filosofia: la filosofia moderna ha negato la metafisica tradizionale, così come ha respinto il percorso della fede religiosa, concludendo nell'immanentismo; la filosofia contemporanea ha contestato l'immanentismo, aprendo al problematicismo e ridando così via libera alla fede. Il priniano "filosofare nella fede" era da Bontadini qualificato come spiritualismo, perché non ancorato a una difesa forte della metafisica. Prini dal canto suo riteneva che la metafisica corresse il rischio di elevare la ragione a criterio esplicativo dell'intera realtà, per cui preferiva parlare di una "ontologia del sacro", da connettere con la centralità del fatto di essere cristiano, ossia con la necessità per un pensatore di porre tematicamente la religione a fondamento della visione unitaria del reale e del senso dell'esistenza.Nel mio intendimento di quegli anni mi sentivo attratto maggiormente dalla posizione bontadiniana, che non rinunciava a tenere insieme fede e metafisica, assegnando a questa una autonomia fondativa ed esplicativa del logos filosofico. Negli anni successivi tuttavia continuai a restare in contatto con il pensiero di Prini, poiché ritenevo che le sue analisi fossero arricchenti e integrative della mia formazione di metafisico neoscolastico; delle mie letture restano testimonianza due recensioni che feci sulla rivista "Humanitas" nel 1971.
La prima analizzava il volume Esistenzialismo e filosofia contemporanea (Roma, 1970), in cui Prini offriva una approfondita analisi della filosofia contemporanea, svolta con impegno teoretico, soprattutto nella prima parte del libro dedicata al rapporto fra esistenza e filosofia. Dopo avere tracciato un quadro storico delle tre tappe in cui l'esistenzialismo si è sviluppato, e cioè il momento romantico (con Kierkegaard), quello metafisico (con Marcel e Heidegger), e quello dell'umanesimo ateo (Sartre), esplorando il significato delle tematiche fondamentali dei filosofi esistenzialisti Prini evidenziava le caratteristiche della libertà dell'uomo, che per un verso si scopre al di là di tutte le possibilità finite, essendo egli responsabile delle proprie scelte, ma che per un altro verso è condizionato dall'esperienza intramondana, legato alla corporeità e vincolato dalla cogenza dell'accadere. Per il filosofo è pertanto necessaria una lettura del mondo per ricavare il significato della propria esistenza, e ciò può avvenire solamente a livello della coscienza storica, assumendo una coerenza razionale che s'imponga nel tempo irrazionale, e attivando una scelta che "fonda le proprie ragioni in un piano ontologico al di là delle vicissitudini delle genesi e delle distruzioni". Su questo punto Prini riconosceva che l'esistenzialismo era stato insufficiente, e che occorreva dare una risposta esauriente alle istanze di cui si era fatto portatore, ossia al recupero del senso dell'essere e all'originaria apertura della coscienza alla totalità della presenza del mondo; occorreva una interrogazione radicale sulle "ultime cose", lasciando spazio alla fede e al mistero.
L'elevato grado di approfondimento e il contributo organico offerto dagli studi priniani dedicati all'esistenzialismo risaltano anche dalla seconda opera che presentai, la Storia dell'esistenzialismo (Roma 1971); richiamo sinteticamente alcuni temi che sono risultati poi centrali lungo tutto il percorso speculativo di Prini, a cominciare dalla rigorosa lettura della concezione del cristianesimo in Kierkegaard: contro le frequenti riduzioni storiografiche di Kierkegaard a un mistico sprezzante la ragione ("l'hegeliano scontento che si rifugia nella religione"), il nostro filosofo mostrava come Kierkegaard per primo abbia affermato che, dopo l'avvento del cristianesimo, non si può fare filosofia come se il cristianesimo non ci fosse stato. Inoltre Prini evidenziava come l'esistenzialismo abbia posto come dato centrale di tutte le riflessioni quella che Hegel chiamava "l'immane potenza del negativo", ossia il problema del male, della crisi, dell'inquietudine in tutti i suoi aspetti, e, così facendo, abbia attivato la stringenza logica di ricercare la positività, che ogni negativo, per essere percepito come tale, immancabilmente postula.
Il tema del male, altra cifra importante della speculazione priniana, mi dà modo di richiamare gli altri incontri più ravvicinati, sul piano personale, che ebbi con Pietro Prini nelle ultime decadi del Novecento e che sono collegati alla partecipazione alle iniziative del Centro di studi filosofici di Gallarate e del Centro di studi bonaventuriani di Bagnoregio, istituzioni delle quale egli fu per molti anni presidente.
A partire dai suoi fondamentali studi su Plotino (Plotino e la genesi dell'umanesimo interiore, Roma 1968) e giungendo sino al dialogo filosofico su L'ambiguità dell'essere (Genova 1989), la domanda circa l'origine del male è stata al centro della discussione ontologica priniana, domanda non facilmente eludibile mediante l'affermazione che l'essere è in sé bonum, ossia che il positivo come tale esclude il negativo: ma allora perché il male, ossia la negazione violenta, il rifiuto, la distruzione? Si può dire che la teoresi di Pietro Prini ha sempre ispezionato temi come necessità, libertà, finalità, sofferenza, amore, trascendenza, ha rischiarato "coloro che soffrono nell'infinita sofferenza del mondo", e ha proiettato squarci di luce stimolando l'adesione all'Evento Amore, al Dio che eternamente viene.
(©L'Osservatore Romano - 31 dicembre 2008)