Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni tenute a San Marino in occasione del convegno "Pensiero classico e cristianesimo antico. A cinquant'anni dalla pubblicazione del volume di Werner Jaeger Cristianesimo primitivo e paideia greca (1961)" organizzato dalla Fondazione internazionale Giovanni Paolo II per il magistero sociale della Chiesa.
di Alfredo ValvoUniversità Cattolica del Sacro Cuore
Cinquant'anni or sono - nel 1961 a Cambridge in Massachusetts - veniva pubblicato il volume di Werner Jaeger Early Christianity and Greek Paideia edito nello stesso anno anche in lingua italiana col titolo Cristianesimo primitivo e paideia greca (Firenze, La Nuova Italia). Nel lavoro di Jaeger erano state raccolte le Carl Newell Jackson Lectures dell'anno 1960, sette lezioni magistrali tenute l'anno prima ad Harvard. Nello stesso anno (1961), che fu anche quello della sua scomparsa (Jaeger era nato nel 1888), veniva pubblicata nella traduzione italiana anche La teologia dei primi pensatori greci (Firenze, La Nuova Italia), giunta alla terza edizione.
Nessuno meglio di Jaeger, l'autore di Paideia. Die Formung des griechischen Menschen scritto fra il 1934 e il 1947, ha conosciuto il mondo greco classico, il suo pensiero, la sua grandezza e le sue debolezze, l'ansia perenne di conoscenza, la ricerca di verità e la fatica paziente che l'aveva sostenuta; nessuno meglio di lui lo ha interpretato sotto molteplici risvolti: filosofico - solo in apparenza quello prevalente - religioso, storico, antropologico. Suo intento, come dichiara egli stesso in Cristianesimo primitivo e paidèia greca, è di parlare "della cultura greca come essa fu al tempo in cui comparve la religione cristiana, e dell'incontro fra questi due mondi nei primi secoli della nostra era".Nel suo ultimo lavoro Jaeger sostiene che la novità di Cristo sostituisce la paidèia greca con la nuova paidèia cristiana, senza discontinuità. L'attualità e il perdurante valore del suo pensiero - nonostante il pericolo dell'oblio che incombe anche sulle opere grandi - sta nell'aver individuato, con lucidità e chiarezza, sostenuta dal metodo storico "come si addice a un filologo classico", le modalità della "ellenizzazione" del pensiero cristiano. Il contenuto del volume è quindi una implicita risposta a quanti credono che si possa "deellenizzare" il cristianesimo, tema affrontato anche da Benedetto XVI nell'ormai celebre discorso di Ratisbona il 12 settembre 2006.
Fu l'esigenza di diffondere il messaggio della Rivelazione a spingere i primi missionari a ricorrere ai generi letterari greci e alla lingua greca per rivolgersi ai giudei ellenizzati (hellenistài), primi destinatari del messaggio evangelico, presenti in tutte le città del Mediterraneo, e poi a tutti gli altri dopo che Paolo ebbe iniziato la sua missione fra i gentili ottenendo conversioni fra loro.
Jaeger arriva a dire che dall'incontro, decisivo, dei greci con i cristiani dipese l'avvenire del cristianesimo come religione del mondo.
Ma la lingua greca e il suo corredo di "concetti, categorie del pensiero, metafore ereditate, sottili sfumature di significato" erano necessari al ruolo che toccava al cristianesimo di svolgere. Esso, considerato inizialmente una "setta" giudaica, era per i greci una filosofia e filosofi erano giudicati coloro che la professavano e diffondevano. È questa una prospettiva tutt'altro che secondaria per interpretare il discorso di Paolo ai filosofi stoici ed epicurei nell'Areopago di Atene, la città più colta e religiosa dell'antichità (Atti, 17, 18-31).
L'episodio, al quale alcuni attribuiscono solo la verosimiglianza dell'evento senza riconoscerne la storicità, è comunque il punto culminante degli Atti degli Apostoli e il momento di passaggio dalla paidèia greca alla paidèia cristiana poiché Paolo sintetizza in sé il "nocciolo" esistenziale del cristianesimo delle origini. Così interpretava anche uno scrittore più tardo, autore degli Atti dell'apostolo Filippo, il quale faceva dire al suo protagonista, venuto ad Atene come Paolo: "Sono venuto ad Atene per rivelarvi la paideia di Cristo".
Nella formazione dell'uomo cristiano trovava spazio la parte più rappresentativa e più viva della cultura greca, dalla quale il pensiero cristiano traeva soprattutto le categorie del pensiero filosofico senza, tuttavia, che i contenuti lessicali e formali presi "a prestito" condizionassero il pensiero cristiano, rivelandosi invece strumenti insostituibili per la diffusione del cristianesimo. A essi sarebbe toccato di dare forma linguistica a concetti di difficile definizione (come, per esempio, homoùsios [consubstantialis] col Padre) cosicché si può dire che l'incontro fra il messaggio evangelico - come in precedenza quello biblico - e il pensiero greco non era un semplice caso ma piuttosto un segno della "maturità dei tempi" (Galati, 4, 4) che Jaeger coglie attraverso l'evoluzione del pensiero greco-ellenistico.
Nella seconda delle lezioni magistrali, interamente dedicata alla Lettera ai Corinzi di san Clemente romano, Jaeger analizza i contenuti presenti nella lettera che provengono dall'esperienza del mondo greco e che sono già stati assimilati dal pensiero cristiano sul finire del I secolo (Clemente scrive verso la fine del regno di Domiziano e quindi negli ultimi anni del I secolo) tanto da divenire centrali nelle argomentazioni di Clemente per riportare la pace nella comunità dei Corinzi.
Jaeger si sofferma particolarmente sul capitolo xx della lettera dove Clemente tratta l'armonia del mondo nella pace e nella concordia. L'ordine cosmico, il principio più alto stabilito dalla volontà di Dio come modello visibile per l'uomo e per la sua opera pacifica all'interno della comunità, è proiettato da Clemente sulla società civile. Jaeger coglie in tutto questo i principi della politèia cristiana che, dunque, è fondata anch'essa sul pensiero greco.
(©L'Osservatore Romano - 3 ottobre 2010)