di Paul Freeman
A volte ci sono dei termini sintetici che aiutano a sistematizzare un pensiero, anche complesso, per aiutarci nella comprensione della realtà. A volte sono intuitivi, altre volte vengono costruiti a tavolino ma con basi antropologiche fondate, altre volte ancora vengono creati ad-hoc con scopi di marketing ideologico. Purtroppo, sia il termine omofobia che il termine transfobia cadono tra quest’ultimi e sono un pessimo servizio antropologico specialmente per le Persone con omo-affettività o con difficoltà di identità di genere.
Il creare tali termini ha una funzione catalizzatrice del costante bisogno, individuale e collettivo, di “identità”. Sentirsi parte di una categoria particolare o proteggibile, rafforza il culto di sé e alimenta il consenso. E tale “rinforzo sociale” diventa per alcuni una vera e propria “febbre”. Febbre che, come ogni stato alterato di coscienza, personale o collettiva, crea un obnubilamento della ragione e della ragionevolezza.
Il termine “Omofobia” è stato coniato dallo psicologo George Weinberg negli anni ‘60. Il significato che si attribuisce correntemente a questo neologismo indica la paura o il disgusto nei confronti delle persone con omo-affettività. Non va dimenticato che l’introduzione di questo termine aveva il fine di sostenere una ideologia e normalizzare l’omosessualità.
Se dovessimo sostenere il significato di paura (razionale o irrazionale) del sesso uguale probabilmente potrebbe essere fobia propria di molte Persone con omo-affettività. Infatti tale paura, a differenza della omofobia-interiorizzata (teorizzata dalle correnti omo-file), che invece tratta la “paura” culturalmente radicata ed inconscia dell’omosessualità sia nelle Persone con omo-affettività sia nelle Persone con affettività “naturale” (cioè ordinata ai fini della sessualità, comunione e procreazione), l’omo-fobia potrebbe essere tranquillamente definita come la consapevolezza profonda che qualcosa dentro di sé è “rotto” e non funziona. Questa paura, propria della Persona con omo-affettività viene associata, per motivi profondi, alla “colpa”, creando così il “senso di colpa”. Occorre constatare, tuttavia, che la tensione omo-affettiva non è, in sé, una colpa né una deminutio della dignità della Persona.
Ed in tal senso, il vero omofobo, è la Persona con omo-affettività e non certo per pressione culturale (omofobia-interiorizzata) ma per intima e profonda consapevolezza in ordine al significato radicato ed ontologico della sessualità a cui si risponde in maniera inadeguata con una indebita simmetria, tensione omo-affettiva = colpa. Questa percezione profonda muove a reazioni inadeguate sia a livello personale che collettivo, sia nella creazione di “normalizzazioni” irragionevoli, sia in battaglie di tipo legislativo e culturale. E, in tal senso, tutte le correnti omo-file sono profondamente omofobiche per reazione profonda ad un disagio che vogliono negare dentro di sé.
Anzi tali correnti, sostenute da un grande battage comunicativo e legale (e non potrebbe essere altrimenti per salvaguardare un sé ferito), spingono per sostenere questo sguardo omeostatico. La vera omofobia è proprio presente qui, in queste correnti, in queste lobby organizzate, in queste parate di “orgoglio gay” che, purtroppo, non fanno in alcun modo il bene delle Persone con omo-affettività e delle Persone con difficoltà di identità di genere. E i cristiani hanno il dovere di dirlo con amore e rispetto, ma con chiarezza, e tenendo alto il volto (Gen. 4,6-7).
Come dunque definire correttamente l’avversione, in quanto paura razionale o irrazionale dell’omosessualità? Non è bene cercare una risposta sintetica o un termine sintetico davanti ad un problema complesso che tocca l’affettività umana e di ogni Persona. Sarebbe una comoda e terribile semplificazione, che non farebbe il bene di nessuno. C’è inoltre da considerare che esiste una sorta di auto-coscienza sedimentata dell’umanità verso qualcosa che la può danneggiare. Pertanto dietro l’avversione culturale (inestricabile dal dato genetico, relazionale e affettivo) verso l’omo-sessualità non c’è una “omo-fobia” una “paura liminale e sub-liminale” verso le relazioni omosessuali ma una coscienza profonda che l’umanità ha verso comportamenti lesivi al bene primario che è la famiglia, donna-uomo-figli, cellula fondante del nucleo della Persona e della custodia della Persona e modello naturale di Bene Comune. Il desiderio di ri-scrivere un dato culturale svincolandolo dal significato autentico ed antropologico della sessualità è lesivo da chiunque provenga, sia in ambito delle Istituzioni ed autorità civili che dalle Istituzioni ed autorità religiose. È una sorta di concessione ad ideologie sociali che spaccano la Persona dal di dentro ledendo gravemente il Bene Comune. Ciò su cui occorre invece puntare, con decisione e con vera educazione civica, è il rispetto, sempre e comunque, del Principio di Persona e della sua unica caratteristica. I comportamenti rimangono nella sfera non sostanziale ma accidentale, per quanto radicata.
Facciamo un esempio di paradosso: una Persona che vivesse una sessualità “naturale” ma compulsiva sarebbe da considerare un “malato”, proprio in ordine al significato intrinseco della sessualità. Orbene, non avrebbe molto senso che una eventuale aggregazione di persone che vivono una dimensione sessuale compulsiva e depauperante il significato intrinseco della sessualità possa definire chi non vive tale pulsione come sessuofobico. Questo inganno linguistico e logico si ritrova nel termine omofobia.
Resta pacifico, e vale la pena ribadirlo, che chi vive una sessualità “naturale”, non ossessiva e pulsionale, è comunque chiamato a rispettare la Persona che vive una sessualità disordinata in quanto Persona, capace di diritti e di doveri e di un unico e prezioso percorso vocazionale. La Persona è più importante in dignità e sostanza di ogni sua tensione e comportamento.
Come già sottolineato, l’assunzione del termine “omofobia” e del più recente termine “transfobia” (dall’Oxford dictionary del 2013), veicola la ghettizzazione della Persona che vive una determinata tendenza o difficoltà identitaria e non aiuta di certo questi fratelli e queste sorelle. Né aiuta la comunità a vivere corretti principi di accoglienza Personalistica e cristiana.
Pertanto è veramente errato che la comunità cristiana si allinei nell’uso di questi termini perché tradirebbe sia i fratelli e le sorelle che vivono una certa tensione e, nel contempo, rafforzerebbe pressioni ideologiche che di cristiano e di evangelico non hanno nulla: Sarebbe omo-fila volendo non essere omo-fobica.
Ma come siamo arrivati a questo punto?
È noto che siamo giunti a questo grazie a pressioni sociologiche e scarsa formazione antropologica di cui sono venate vaste correnti della psicologia e della sociologia moderna. È noto anche che vi sono state sollecitazioni “politiche” prima sull’APA e poi sull’OMS per derubricare l’omosessualità dall’essere una malattia[21]. Tuttavia l’omo-affettività è e rimane una “condizione particolarmente distonica vocazionalmente” che rimanda oggettivamente ad un disagio per ciò che la sessualità è e per come interessa il bene della Persona. Il sospetto è che alla psicologia ed alla medicina odierna manchino proprio le categorie antropologiche indispensabili ad affrontare il problema del sé, in questa dimensione fondante.
Semplificando, e purtroppo qui non possiamo fare altrimenti, noi sappiamo che tale disordine affettivo, come ogni disordine affettivo, parimenti disastroso nei confronti della Vita in Cristo, è non diagnosticabile alla luce degli elementi della medicina moderna e della psichiatria e che la risposta che possiamo dare, al bene di questi fratelli e di queste sorelle, come credenti, è che si tratta di una conseguenza della ferita di origine.
Tuttavia tale risposta necessita di un cammino personalizzato, unico, attento e carico di rispetto, non affettato e, soprattutto, carico di Speranza nel Risorto che ha vinto la morte, ogni morte[22].
Solo la Speranza, scoperta e fatta germogliare nel cuore può portare a vincere un profondo senso di angoscia e di “distonia vocazionale”.
Ogni Persona, ogni sé, merita tutta l’attenzione e la personalizzazione del proprio cammino. Non si gioca e non si scherza con le dimensioni profonde della vita affettiva, pena l’effetto reattivo dovuto alle negazioni e alla sottolineatura impropria di diritti distonici il bene della Persona e il Bene sociale. Non si può fare a meno di notare che i gruppi di pressione di tipo omo-filo adottano un atteggiamento tipico di chi sta negando la difficoltà antropologica e sessuale e preferiscono dirottare le loro rivendicazioni in battaglie di “diritti”. Ma il terreno dei diritti è un campo talmente ristretto che difficilmente riuscirà a sanare il dolore profondo che vive la Persona con omo-affettività. O al massimo sanerà in forma di parvenza, come distrattore non centrando mai la vera e profonda domanda che la Persona con omo-affettività si porta dentro.
In sintesi potremmo rilevare i passaggi di tale neo-linguaggio:
→ È stata innanzitutto creata una nuova classificazione a sostegno di una ideologia e che impedisca ogni forma di critica, di espressione legittima usando il neo-termine come progresso.
→ Si cerca un appoggio nei Classici greci a sostegno della nobiltà culturale dell’amore omosessuale, come “amore puro”[23].
→ Automaticamente gli oppositori a questi neo-termini sono stati relegati nel campo dei malati o dei soggetti da rieducare o addirittura da perseguire penalmente.
→ In questa cornice di neo-linguaggio, gli interlocutori sono stati ridotti al silenzio: sarà omofobo chi critica le “unioni omo-affettive”, chi condanna “l’utero-in-affitto” e chiunque non sia allineato con tale visione. In sostanza è stata creata una forma patinata di neo-razzismo che è in sé antitetica al concetto di inclusione, se vogliamo parlare di società civile, e di comunità fraterna se ci spostiamo nell’ambito della cristianità.
→ In questa opera di riscrittura del linguaggio sono stati utilizzati tutti i canali di comunicazione, specie quelli immediati e rapidi per ri-educare attraverso la televisione, le pubblicità, le serie TV, inquinando le fonti di informazione (talvolta enciclopediche) online.
→ Si è dunque sostenuto un clima di sentire comune a sostegno normalizzante dell’omo-affettività cosicché chiunque la pensi diversamente si deve trovare al di fuori della “normalità”.
→ In contesto ecclesiale si è sovente commutato i fatti di pederastia efebofila in pedofilia in modo da non entrare in contrasto con il sentire comune (dentro e fuori la Chiesa)[24].
→ Non basta trovare (arbitrariamente) il sostegno dei classici greci per sostenere il neo-linguaggio ma si è cercato di sostenere spiritualmente l’omo-affettività connotando personaggi biblici e fatti biblici in questa chiave.