Scelta sorprendente nel segno di una falsa accoglienza che non vuole il Bene delle Persone con omo-affettività e che conia il suo catechismo omo-filo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, sul tema, infatti, per Avvenire, è sorpassato
In Avvenire del 6 maggio leggiamo un contributo di Luciano Moia che, facendo un confuso miscuglio di cose buone e di cose inesatte, tra pastorale e dottrina, creando un neo magistero, travisando quello di Papa Francesco in una logica di discontinuità, arriva a scrivere testualmente:
“… Francesco non esprime alcuna condanna etica e non definisce più l’inclinazione delle persone gay (neologismo inventato dalla neo-antropologia di Avvenire) “oggettivamente disordinata” come aveva fatto il catechismo nel ’97. Non una “dimenticanza” da parte di Francesco, come ipotizzato da qualche osservatore, ma una precisa volontà di girare pagina, per ribadire che, anche nei confronti delle persone omosessuali “la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della Verità di Dio” (Al. 311)…”
il seguito di questa neo-interpretazione magisteriale ad opera di Avvenire la potete leggere nella copia cartacea di Avvenire del 6 maggio o a questo link del sito della Diocesi di Fano.

Bel modo di stravolgere la memoria di un Pontefice facendo un miscuglio tra atteggiamento pastorale, che ha i suoi ritmi, e la chiara dottrina sulle Persone con omo-affettività. Sì, si può stravolgere la memoria di un Pontefice parlandone male, magari alla luce del nuovo, ma anche usandolo per veicolare ideologie e neo-antropologie frutto di un sottobosco intenzionale con quella tipica e prepotente discontinuità alla luce di nuovi presunti paradigmi.
Ora, certamente, Papa Francesco ha sottolineato come il “principio di gradualità” (P. H. 8) debba essere sostenuto camminando ed accogliendo ogni persona (come tutti i pontefici che l’hanno preceduto e nel contempo con il suo personalissimo atteggiamento pastorale) ma questo non significa smettere di chiamare le cose con il proprio nome.
Già un nostro collaboratore in questo suo intervento, delicatamente, come è suo solito, ma con puntualità, ha aiutato i lettori a discernere tra atteggiamento pastorale, che può avere una sua gradualità nel camminare assieme, con la chiarezza che proprio le Persone, ciascuna Persona necessita e di cui ha diritto. Questo è il vero volto della Misericordia, e non la neo-interpretazione confusa e confondente di Avvenire sul tema, che spezza l’et-et comunionale e veicola l’out-out ideologico.
Ricorda Amoris Laetitia: “Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” (A. L. 3). Questo significa anche che l’atteggiamento pastorale personale di gradualità è, appunto, personale e non è generalizzabile per creare un neo-magistero che neghi, nella fattispecie, la dannosità di una inclinazione. Nel contempo questo significa che spostare l’asse dalla dottrina alla prassi nel definire un Magistero significa ingenerare caos e non rispettare la metodologia dei processi i quali sono graduali all’interno di una autocoscienza teologica ed illuminata dallo Spirito e non dalla contingenza della conquista degli spazi. La conquista degli spazi, in tal senso, specie con ri-letture articolistiche, è proprio di chi pensa di stare in guerra non di servire il Regno. Questo dev’essere ben chiaro, non risponde al pensiero di Papa Francesco e non è neanche progresso nella continuità ma risponde molto bene alle logiche bibliche di Gen. 11.
Se in un determinato contesto un pastore dice: “Dio ti ha creato così” non significa che quella inclinazione sia giusta o sia definitiva. Anche nelle contraddizioni la dimensione della prova, come ricorda il catechismo (e che è valida per ognuno di noi) c’è una Sapienza; magari una bellissima Sapienza da scoprire. E, talvolta, quella che si percepisce come inclinazione e come tendenza è solo una difficoltà transeunte dovuta ad una miriade di fattori esperienziali ed affettivi. Noi abbiamo il dovere di sostenere la coscienza davanti alla Verità che è Cristo e non di imbottigliarla in neologismi o neo-antropologie. Queste ultime, infatti, fanno lobby e, come i gruppi settari, non permettono alle Persone di cogliere la Grazia presente e di ri-significare alla Luce, sempre della Grazia, il loro cammino.
Rendere oggettivo un atteggiamento personale pastorale è delittuoso dal punto di vista morale e pedagogico e, nello specifico, significa non aver compreso nulla del Magistero e della prossimità a cui ha chiamato Papa Francesco in un cammino personale. Tutto il documento Amoris Laetitia è pervaso di questa prassi che non nega la dottrina e non diminuisce la dannosità di una tendenza ma la incanala in un cammino.
“Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle.” (A. L. 37)
Se da una parte l’insistere sulla dottrina rischia di non aprire alla Grazia, nel contempo c’è il rischio che rendere oggettiva una prassi graduale attuata verso una precisa situazione rischia di negare a tutte le altre situazioni personali la Grazia stessa che vorrebbe dispiegarsi nella chiarezza della dottrina. Omologare tutto come se la morale fosse un semaforo (prima era rosso ora è verde) significa proprio non avere compreso il principio di gradualità e l’approccio personale nella pastorale.
Ma Avvenire, tramite la firma ben nota, non fa altro che creare un altro magistero con la semplificazione brutale di dire, in sostanza, prima era così ora invece è così. Dimostrando di non aver compreso né il Magistero né le preoccupazioni di Papa Francesco. Insomma un articolo che genera una confusione tremenda dannosa per i lettori, per i fedeli delle Diocesi, a cui alcuni Vescovi danno sponda.
E la confusione su questo tema non viene da Dio ma dal nemico dell’uomo, non prendiamoci in giro. E, visto il reiterare, temiamo che tale confusione sia, in alcuni, già struttura. Altro che omo-eresia qui siamo proprio nell’immersione totale di un delirio modaiolo che spinge, a cominciare da alcuni vertici ecclesiali, nel normalizzare l’inclinazione omo-affettiva. E che, con colpi di mano mondani, dall’apparenza pastorale, vuole cercare di dettare l’agenda alla Chiesa.
Basti ragionare però. Se Papa Francesco avesse voluto “sdoganare” l’omo-affettività come inclinazione non oggettivamente disordinata avrebbe mantenuto certamente una linea più accomodante nel discernimento che occorre operare con i futuri sacerdoti. Se uno è Persona Gay (come direbbe Avvenire nella creazione dei neologismi antropologici) perché non può essere sacerdote? In fin dei conti Dio lo ha creato così e certamente può aiutare molte Persone Gay nel loro cammino. Invece non è così, i criteri rimangono severi, sia per il bene della Persona che per il bene del Ministero (vedi Ratio Nationalis e lo stesso Avvenire):
“In coerenza con il proprio Magistero, la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”, si legge testualmente nelle Ratio “Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne”.
Ed ancora. Come mai il pur non chiaro Cardinal Fernandez nell’incontro della conferenza stampa di presentazione (8 aprile 2024) della Dichiarazione Dignitas infinita, circa la dignità umana” disse testualmente a proposito degli atti intrinsecamente disordinati:
“Sull’espressione intrinsecamente disordinati è vero che è una espressione molto forte e che bisogna spiegarla molto, magari potessimo trovare una espressione che sia ancora più chiara, per quello che vogliamo dire. Ma quello che vogliamo dire è che di fronte alla bellezza immensa dell’incontro tra un uomo e donna, con quella differenza che è la più grande che può esserci nel mondo. Tra uomo e donna. Che possano incontrarsi, essere insieme ed avere un rapporto così intimo. E che da questo incontro possa nascere una nuova vita. Questa non è una cosa che può essere comparata con un’altra. Allora di fronte a questa realtà gli atti omosessuali hanno questa caratteristica, che non può rispecchiare nemmeno da lontano questa bellezza immensa. È quello che si vuole dire. Però è vero che l’espressione potrebbe trovare altre parole più adatte per esprimere questo mistero.”.
Questo significa che la definizione dell’inclinazione e tanto più degli atti di cui si parla è tutt’altro che annullata dalla lettura neo-magisteriale, parziale e distorta, di Avvenire perché, è, appunto, difficilmente modificabile, proprio per il bene delle Persone (tutte) e che non si può trovare un modo diverso altrettanto corretto per definire sia l’inclinazione, cioè “oggettivamente disordinata”, sia gli atti omo-sessuali, cioè “intrinsecamente disordinati”. Un nostro collaboratore ne aveva parlato qui con dovizia, specificando meglio anche l’improprio esempio fatto dal Cardinal Fernandez e proponendo soluzioni per dei correttivi per Fiducia Supplicans che potessero rendere il documento veramente utile per le Persone con omo-affettività, per le comunità e per tutte le diocesi; ma tant’è.
Avvenire, nel delirio fobico (questo sì omofobico ed omo-ossessivo) e febbricitante di ri-creare una antropologia, forte di spinte ben note, smette di fare il Bene della Chiesa, il Bene delle Persone con omo-affettività e sposa lo slang da lobby inventato a tavolino dei termini omofobia e bitransfobia, sponsorizzando (la svolta pastorale!) addirittura una Veglia voluta da due diocesi.
Ora, come abbiamo ribadito su queste pagine con chiarezza più volte, le Persone con omo-affettività sono fratelli e sorelle che hanno una tendenza (con) più o meno radicata ma non sempre definitiva. Una Persona sperimenta l’omo-affettività, un’altra la sperimentava e poi scopre che si era sbagliato o sbagliata nella conoscenza affettiva di sé, un’altra Persona non vive in alcun modo questa inclinazione, in tutte queste situazioni parliamo di Persone, tutte degne di ricevere una parola chiara e non confusa che dispieghi un cammino di santità, ma nella verità dell’uomo, che è Cristo, il quale ricorda, a tutti, che al principio, Bereshit, Maschio e Femmina li creò; e questo illumina ogni condizione, persino quella dei vergini per il Regno nella sua dimensione simbolica.
Se la Persona con omo-affettività ha questa tendenza profondamente radicata è forse meno amata da Dio? Irrisa da Dio? Assolutamente no, ma è chiamata a vivere questo “con”, questa inclinazione, alla Luce della santità di Cristo. La porta stretta è per tutti. L’accoglienza e la Misericordia non è giustificazione, per nessuno, per nessuna variopinta inclinazione che produce l’abisso del nostro cuore (fatto per Dio), ma è ritmata dal “Va’ e non peccare più” (Gv. 8) di Cristo (vedi qui), carico di stima, di compagnia e di Misericordia e, pertanto, di Giustizia. Il giudizio etico al peccato e a ciò che lo veicola rimane; la condanna alla Persona e alle sue tendenze non c’è mai stata e quando il catechismo dice letteralmente “oggettivamente disordinata” non lede assolutamente la dignità intrinseca della Persona ma la sostiene nel cammino della prova ricordandole la Sua ineludibile dignità Personale amata da Cristo.
Il problema è che per vincere il senso di colpa di “sentirsi fallati” si tende a rafforzare la legittimazione delle ferite piuttosto che valorizzare la dignità. Questo è pedagogicamente un danno immenso oltre che un calpestamento della Grazia di Cristo presente nella Persona. E in ultimo un evidenziare di non avere compreso neanche di striscio il Magistero di Papa Francesco.
Sempre a proposito un nostro collaboratore, nel suo diffuso saggio scrive:
“Lo sforzo di avvicinarsi anche nel linguaggio è indice di buona intenzione e di sollecitudine ma il rischio è l’“impantanamento” e la "non-incarnazione” che sono alla base di una pessima pastorale. Certamente, come Gesù, siamo chiamati ad adattarci al linguaggio dell’interlocutore ma affinché scopra la Sua Dignità Personale e non perché venga confermato nelle deformazioni a cui ha aderito e la Sapienza sta anzitutto nel comprendere che non c’è affatto un “noi” e “loro” ma c’è un “noi” in cui tutti siamo grati e chiamati a crescere, come discepoli di colui che è “Via, Verità e Vita” (Giov. 14,6).
Detto per inciso, dietro “l’impantanamento” potrebbe celarsi quella forma sottile di clericalismo che è vanità. Vanità di sentirsi migliori, vanità di sentirsi avari possessori di un messaggio piuttosto che “servi inutili” (Lc. 7,10).” (Indicazioni teologico-pastorali per la Pastorale delle Persone con omo-affettività e Persone con difficoltà di identità di genere)
È ben noto d’altronde che le Persone con tendenza omo-affettiva che fanno un cammino di castità o di ri-armonizzazione delle proprie energie e talvolta anche di ripresa della loro dimensione etero-affettiva, vengono osteggiate, bullizzate, considerate omofobe proprio da quelle aggregazioni di indole lobbystica che i Vescovi della prossima Veglia, assumendo neologismi deliranti, probabilmente voluti dal politicamente corretto di altre confessioni cristiane, vogliono, senza averne coscienza, avallare.
Siamo immersi in una fobia diffusa, una fobia veramente omo-fila che non fa il Bene di nessuno. Non fa il Bene della Chiesa, non fa il Bene delle Persone con omo-affettività e con difficoltà di identità di genere, non fa il Bene delle loro famiglie. Fobia veicolata da alcuni Vescovi, da Avvenire e da altri, ben noti, che hanno legami significativi con le comunità composte da Persone con omo-affettività.
E questo è un vero scandalo, una vera e propria bullizzazione clericale verso ogni fedele, patinata dal termine Misericordia ma veicolata da una deficiente metafisica, una povera teologia e un selfismo deleterio degno di Gen. 11. Altro che mondanità spirituale e antropologica qui siamo in presenza di un cancro, di cellule impazzite che danneggiano sé stesse e chi hanno vicino.
A pastori così chi affidare? Si possono affidare Persone, fratelli e sorelle, che vivono sofferenze profonde e difficoltà identitarie delicatissime?
Anche noi, con Papa Francesco, vorremmo una Chiesa realmente povera e per i poveri che smette di assecondare le mode (e se ne frega dei like, dello slang populistico, degli spazi e degli equilibri economici che possano venire dai contribuenti) ma annuncia sempre e comunque che Cristo è risorto per tutti e che ci prende dove siamo ma anche per portarci oltre. Proprio perché, nella Sua Misericordia, ci ama. Come su queste pagine è stato scritto: “Dio ama ed accoglie certamente tutti, anzi, ciascuno, così come siamo. Ma proprio perché ci ama infinitamente non vuole lasciarci lì dove siamo” (https://www.ilcattolico.it/catechesi-e-formazione/indicazioni-pastorali-per-le-persone-con-omo-affettivita)
Questo moto di perenne conversione è sostenuto dalla Giustizia e dalla Misericordia assieme (vedi qui).
Insomma cari fratelli e sorelle di Avvenire, cari Vescovi che seguite questa fobia e cari omo-simpatizzanti con la mozzetta rossa, vi invitiamo, caldamente e fraternamente, ad avere un sentimento di autentica vergogna, perché dietro le buone intenzionalità state amando male, state confondendo voi stessi e chi vi è affidato e non state più servendo la Grazia di stato ricevuta.
Salvatore, per il sito ilcattolico.it