Tutta la vita della Chiesa trascorre nel ricordo di Cristo, nella sua "dolce memoria" - una memoria suavitatis, per usare un'espressione di san Bernardo - senza che il tempo,
passando, riesca mai a esaurirlo o ad attenuarlo. E, infatti, Gesù è contemporaneo alla distesa dei secoli, che si svolgono tutti alla sua presenza.In particolare, la Chiesa lo in-contra nella Scrittura, nata come rievocazione degli «avvenimenti» del Signore (cfr.Luca,1,1) e preziosa ai suoi occhi non tanto come libro, per quanto sacro, quanto perché vi in-contra Gesù Cristo vivente. Le ricerche scientifiche, le medi-tazioni bibliche, la lectio divina, valgono se alla fine si risolvo-no nell’incontro con il Verbo incarnato. Diversamente si fa-rebbe solo cultura, e forse questo va ricor-dato, contro il rischio di assolutizzare il te-sto, di fermarsi alle parole, a scapito di Colui che dal testo fa sentire personalmente la sua Parola. La Chiesa incon-tra, quindi, il suo Si-gnore nei segni sacra-mentali, che, a loro volta, sono validi ed efficaci grazie all’at-tuale presenza di co-lui che ne è stato e continua a esserne l’autore. Più ancora di Davide, essa può esclamare con gli ac-centi di sant’A m b ro -gio: «Ormai una chiara luce risplende, non adombrata, o prefigurata o simbo-leggiata, ma in tutto il suo reale fulgore. Ecco ormai ve-do la Verità. Cristo, ti mostri a me non per enigmi, come in uno spec-chio, ma faccia a faccia. Io ti strin-go a me nei tuoi sacramenti» (De apologia David, 12, 58). In varie altre forme i credenti ri-trovano il Signore, ma qui ci sof-fermiamo sulla forma sacramentale, appena richiamata, rilevando il ca-rattere di segno sacramentale dello stesso anno liturgico, dove a essere assunto quale santo segno è, in un certo modo, il tempo che celebra gli eventi salvifici; o meglio, il tem-po in cui la Chiesa ne ripone la memoria. Con le sue festività essa ha come riplasmato i giorni e le settimane; ha inclinato e piegato al servizio di Gesù i mesi e gli anni, conferendovi una forza e senso nuovi e inattesi. Essa ha come ri-fatto e riarchitettato il tempo cro-nologico, inserendovi le stagioni di Cristo, così che, se prima era ap-portatore di soli frutti naturali, poi, diventato simbolo del Signore, matura frutti di salvezza. Bernardo di Clairvaux definiva suggestivamente i giorni della li-turgia «giorni pieni di pietà e di grazia» e, mentre parlava dell’ener-gia (vis) dei misteri di Cristo in es-si commemorati, attribuiva al suo ministero di abate il compito di «aprire i sacramenti (a p e r i re mysteria)», e lo para-gonava a quello di una madre, intenta a rompere il guscio del-le noci per farne gu-stare il gheriglio ai propri figli (Sermo in cena Domini, 1). È esattamente il compi-to della Chiesa, che ha disposto gli avve-nimenti di Gesù, co-me trama nell’o rd i t o di un anno. Di festa in festa quegli avve-nimenti si rinnovano per noi; diciamo me-glio: la presenza stes-sa di Cristo li riac-cende, così che li possiamo riconsidera-re, approfondire e as-s i m i l a re . Ecco perché l’anno liturgico è un itinera-rio e un prolunga-mento di grazia: i suoi vari “sacramen-ti”, mentre ricordano questa grazia, non cessano di elargirla a una Chiesa intima-mente congiunta a Gesù Cristo. Siamo, così, oltre una pura evocazione o infor-mazione. La vita, la passione, la morte e la risurrezione del Signore, commemorate, conti-nuano a essere sorgente di reden-zione. Ma, a ben vedere, la trama del-l’anno liturgico, con la rievocazio-ne dei misteri di Cristo, ordina e dispiega tutto il dogma cristiano: a partire dalla Pasqua riproposta espressamente domenica dopo do-menica, nel giorno del Risorto, da cui è nato e si è esteso il tempo sa-cro. Ma in questo caso, l’esp osizio-ne del dogma non ha come fine soltanto la comprensione intelletti-va, come avviene nella scuola; essa si accompagna con la preghiera: si tratta di una professione orante del Credo, di un magistero inteso a su-scitare e ad alimentare il rendimen-to di grazie e la lode, l’affetto e la comunione, in un intreccio di lex supplicandi edi lex credendi, di ac-centi imploranti e di confessione della fede. Da qui l’importanza dell’anno li-turgico, con il ciclo che irraggia dalla Pasqua e va dalla Quaresima alla Pentecoste; il ciclo della nativi-tà e manifestazione del Signore, che si apre con l’Avvento e si chiu-de col Battesimo di Gesù; e il tem-po «durante l’anno», dove a risal-tare sono le singole domeniche e il tempo ordinario, non segnato da un particolare mistero, ma pure sempre tempo sacro. Abbiamo parlato del dogma di-stribuito nell’anno liturgico; ma col dogma vi si trova la morale ossia le norme che devono ispirare e con-trassegnare la condotta dei cristia-ni; di conseguenza, l’anno liturgico fonte della spiritualità e della stes-sa mistica cristiana: pensiamo alla mirabile mistica liturgica di Ger-trude di Helfta. Non abbiamo an-cora parlato dell’anno della Chiesa come luogo per eccellenza della proclamazione della Parola di Dio con la lettura del Libro sacro. La liturgia è tutta intessuta di Sacra Scrittura, non solo perché gli avve-nimenti della salvezza sono attesta-ti nei due Testamenti, ma perché le pagine bibliche, saggiamente scelte e raccolte nei Lezionari, sono spie-gate in connessione con la festività celebrata. È indubbiamente auspicabile che i fedeli accostino e studino personalmente la Bibbia nelle loro case; ma saranno sempre pochi quelli che lo potranno fare, senza dire delle molte difficoltà in cui si imbatteranno, dal momento che il Libro sacro non è un libro di im-mediata e facile comprensione. I più lo ascolteranno dalla lettura ri-corrente nel corso dell’anno liturgi-co, nelle pagine più rilevanti e più significative, con l’esegesi, che illu-strerà il loro senso e la loro appli-cazione. E a questo punto risaltano l’im-prescindibile compito e la grave re-sponsabilità del pastore d’anime. Lui per primo deve essere anzitut-to persuaso che l’educazione nor-male e più comune dei fedeli alla mentalità e allo spirito cristiano av-viene proprio attraverso il percorso dell’anno liturgico, con i ricorrenti appuntamenti delle domeniche e delle feste. Tornando e ritornando con gradualità e benefica monoto-nia, esse riusciranno a comunicare i preziosi e inesausti tesori che cu-sto discono. Ecco perché l’«apertura dei sa-cramenti», come affermava san Bernardo, deve rappresentare la cura e l’occupazione più attenta e più sollecita di chi sia alla guida di una comunità. Questa, infatti, si raccoglie non per risentire argo-menti mondani e ovvi, o per essere impressionata e soprattutto spaesa-ta dalle idee originali dell’ultimo teologo in passerella, o gravata dalle dissertazioni degli specialisti, che si compiacciono a snocciolare eruditi riferimenti, o annoiata dall’ermetico linguaggio da ini-ziati. Si raccoglie, invece, per essere introdotta con discorso semplice e chiaro al mistero sorprendente e sempre nuovo della Trinità, dell’in-carnazione del Figlio di Dio, del dono dello Spirito Santo, del mira-bile destino soprannaturale dell’uo-mo, dei “novissimi” (morte, giudi-zio inferno e paradiso), della mise-ricordia, capace di riparare anche la colpa più grave del peccatore pentito. Verità difficili per la gen-te? Ma, se così fosse, per quale motivo Gesù Cristo le avrebbe ri-velate, e per chi? In realtà esse so-no la sostanza del Vangelo da pre-dicare a tutti, e in chiesa si va per sentire il Vangelo, col suo com-mento intelligente, paziente e per-severante.
(©L'Osservatore Romano 2 dicembre 2012)