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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Hans Holbein the Younger, «Ritratto di Thomas More» (1527)

In una lettera datata 23 luglio 1519, diretta a Hurlich von Hutten, il celebre umanista tedesco sostenitore della riforma protestante, Erasmo da Rotterdam, figura centrale della cultura europea fra XV e XVI secolo, fa un vivace ritratto del grande Thomas More (1478-1535), scrivendo, tra l’altro: «Sembra nato e creato per l’amicizia di cui è il cultore più sincero e di gran lunga il più tenace. (...) Per lui non c’è persona con cui non sia pronto a stringere un legame d’amicizia. Per nulla esigente nella scelta delle amicizie, le alimenta con straordinaria generosità e le custodisce con immutabile fedeltà (...) Quando è in compagnia, la sua squisita gentilezza e la sua capacità di piacere agli altri sono tali da rasserenare chiunque, anche chi per temperamento sia incline alla malinconia, non essendovi situazione penosa di cui egli non riesca ad allontanare il disagio. Fin da ragazzo traeva un grande piacere da battute e motti di spirito che sembrava fatto apposta per quel tipo di divertimento, pur senza mai scadere nella buffoneria scurrile e nel sarcasmo».

In varie altre occasioni Erasmo, che di sir Thomas fu ospite, ebbe modo di elogiare il clima profondamente sereno e sobriamente gioioso che contraddistingueva la vita familiare di More. Ripetutamente egli decanta i pregi della personalità di sir Thomas, che possedette una cultura assai vasta, rivestì elevatissime cariche politiche e seppe persino affrontare la morte pur di non venir meno alla fede in Cristo e nella Chiesa, che lo canonizzò nel 1935 e che, dal 2000, per volontà di Giovanni Paolo II, lo venera quale patrono dei governanti e dei politici.

La testimonianza di Erasmo può risultare preziosa per comprendere un elemento alquanto originale della biografia moreana, quello costituito dalla stretta vicinanza che egli ebbe con Henry Patenson, una persona con evidenti carenze intellettive, al quale di recente ha dedicato un interessante volume Giuseppe Gangale (Henry Patenson, Il buffone di sir Thomas More, Roma, Studium Edizioni, 2018, pagine 214, euro 22,50).

Nell’introduzione, dopo aver ricordato che Patenson condivise una parte non secondaria della sua vita con More, l’autore pone subito una domanda cruciale: «Come mai un uomo apparentemente così integro e severo volle per sé e per la sua famiglia un servo di così evidente insanità mentale che risiedesse stabilmente nella sua casa e che lo accompagnasse in viaggi ufficiali di rilevanza strategica per il regno d’Inghilterra?».

Per tentare di offrire una risposta a tale interrogativo è opportuno tenere presenti due aspetti ugualmente significativi della questione. Sicuramente, lo spirito ludico di More giocò un ruolo decisivo: vivere accanto a un uomo come Patenson rispondeva a qualcosa di ben diverso dalla banale esigenza di disporre di un semplice trastullo: significava piuttosto — sostiene Gangale — soddisfare una forte inclinazione a rendere grazie per qualunque cosa. A questo punto, entra in gioco il secondo aspetto del rapporto che legò sir Thomas a Henry: More volle e seppe valorizzare la disabilità di Patenson perché comprese quale originale valore essa recasse con sé.

Gangale avverte il lettore che il materiale documentario sulla figura del buffone è veramente esiguo: ciò non toglie che fosse molto importante portare alla luce anche quel poco che c’è, dal momento che si è compreso che Henry Patenson non poteva e non doveva rimanere nell’ombra: sarebbe stato ingiusto confinarlo nell’oblio e non avrebbe permesso di gettare ulteriore luce sulla personalità del grande santo inglese.

Alcuni ricorderanno che Thomas More compose un’originalissima preghiera per invocare da Dio una buona digestione e soprattutto il buon umore, preghiera che termina con la seguente implorazione: «Signore, dammi il senso del ridicolo e concedimi la grazia di comprendere gli scherzi, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne partecipi anche gli altri».

Come non pensare che Henry Patenson possa rappresentare almeno una delle fonti di ispirazione di tali parole? E come non pensare che esse riecheggino quanto si legge nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Ciò che è stoltezza di Dio è più forte degli uomini ... quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti ... quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla tutte le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio».

di Maurizio Schoepflin

© Osservatore Romano - 28 marzo 2019