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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
cv2-2di GILLES ROUTHIER

I testi del Vaticano II sono saturi dei termini collaborazione, cooperazio- ne, scambio, ascolto, dialogo. Il ver- bo collaborare o il sostantivo colla- b o ra t i o , di cui si trovano venticinque occorrenze negli Atti del Vaticano II , non si ritrovano in nessun altro testo dei venti concili precedenti. Quanto a esso, i termini cooperatio, cooperator, cooperor, sono usati rispettivamente 55, 29 e 55 volte contro solo 2, 5 e 10 volte negli atti di tutti gli altri concili. Potremmo proseguire così la dimostrazione e sempre verremmo a concludere che in que- sto il Vaticano II si distingue rispetto ai concili precedenti.
Certo, questi termini non sono sempre usati per descrivere le relazioni dei fedeli del Cristo tra loro, ma lo sono fre- quentemente nel quadro degli inse- gnamenti del concilio in questo am- bito. Così, i sacerdoti sono presenta- ti come i cooperatori dei vescovi (il termine è utilizzato in due riprese in Lumen gentium 28, prima di essere ripreso nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum ordinis ). Dove in pre- cedenza si trovavano rapporti d’ine- guaglianza e di subordinazione, più di frequente si trovano nei testi del Vaticano II rapporti più orizzontali. Si ritroverebbe lo stesso vocabolario quando è in gioco la trattazione dei rapporti tra i laici e i sacerdoti o tra i religiosi e gli altri membri della Chiesa. Inoltre, uno studio più approfon- dito mostrerebbe che questi termini formano un campo semantico e che la presenza dell’uno richiama la pre- senza degli altri. Per esempio il n. 7 di Presbyterorum ordinis , che presenta le relazioni tra i vescovi e i sacerdoti e dove ritroviamo il termine coope- razione, fa parimenti appello ai ter- mini consigliare, consiglio, ascolto, consultazione, dialogo. Inoltre, e ciò è ricorrente, si pone l’accento su quello che le persone messe in rela- zione hanno in comune: «Tutti i presbiteri, in unione con i vescovi, partecipano del medesimo e unico sacerdozio e ministero di Cristo», la «comune partecipazione nel medesi- mo sacerdozio e ministero» e l’unità di consacrazione, cioè il fondamento sacramentale di quel rapporto che, di fatto, si afferma esplicitamente nella celebrazione liturgica, median- te la concelebrazione. Alla fine, si ri- trova anche l’idea di partecipazione e di comunione. Per non lasciare l’impressione che questa prospettiva relazionale tocchi solo i rapporti tra i sacerdoti e i ve- scovi, dirò qualche parola sui rap- porti tra sacerdoti e laici i quali so- no anch’essi intesi a partire dalle no- zioni di dialogo, di scambio. Alla sezione II del capitolo II di Presbyterorum ordinis , dedicata alle relazioni dei sacerdoti con gli altri, dopo aver trattato le relazioni tra i vescovi e i sacerdoti (n. 7) e l’unione fraterna e la cooperazione tra i sacerdoti (n. 8), si affronta infine la questione dei rapporti tra i sacerdoti e i laici (n. 9). Cito copiosamente questo nume- ro 9: «I sacerdoti del Nuovo Testa- mento, anche se in virtù del sacra- mento dell’ordine svolgono la fun- zione eccelsa e insopprimibile di pa- dre e di maestro nel popolo di Dio e per il popolo di Dio, sono tuttavia discepoli del Signore, come gli altri fedeli, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio (cfr. 1 Tessalonicesi, 2, 12; coll. 1, 13). In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del battesimo, i presbiteri sono fratelli (cfr. Ma t t e o , 23, 8) membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edifica- zione è compito di tutti (cfr. Efesini , 4, 7 e 16). Perciò i presbiteri nello svolgimento della propria funzione di presiedere la comunità devono agire in modo tale che, non mirando ai propri interessi ma solo al servizio di Gesù Cristo (cfr. Filippesi , 2, 21) uniscano i loro sforzi a quelli dei fe- deli laici, comportandosi in mezzo a loro come il Maestro il quale fra gli uomini “non venne ad essere servito, ma a servire e a dar la propria vita per la redenzione della moltitudine” ( Ma t t e o , 20, 28). I presbiteri devono riconoscere e promuovere sincera- mente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa. Abbiano inol- tre il massimo rispetto per la giusta libertà che spetta a tutti nella città terrestre. Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, tenendo conto con interesse fraterno delle loro aspira- zioni e giovandosi della loro espe- rienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi. Provando gli spiriti per sapere se sono da Dio (cfr. 1 Gio- vanni , 4, 1), essi devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono rico- noscerli con gioia e fomentarli con diligenza [...]. Allo stesso modo, non esitino ad affidare ai laici degli incarichi al servizio della Chiesa, la- sciando loro libertà d’azione e un conveniente margine di autonomia, anzi invitandoli opportunamente a intraprendere con piena libertà an- che delle iniziative per proprio con- to (cfr. Lumen gentium , 37) [...]. I fe- deli, dal canto loro, abbiano co- scienza del debito che hanno nei confronti dei presbiteri, e li trattino perciò con amore filiale, come loro pastori e padri; condividendo le loro preoccupazioni, si sforzino, per quanto è possibile, di essere loro di aiuto con la preghiera e con l’azio- ne, in modo che essi possano supe- rare più agevolmente le eventuali difficoltà e assolvere con maggiore efficacia i propri compiti (cfr. Lumen gentium , 37)». Come vediamo, il decreto insiste qui anche sulla condizione comune e condivisa dagli uni e dagli altri: i sacerdoti sono collocati «nel» po- polo di Dio, «con tutti i cristiani», «fra tutti i battezzati» e «membri dell’unico Corpo di Cristo». Sono «discepoli del Signore», «fratelli tra i loro fratelli», partecipi degli stessi beni del Regno e «pronti a unire i loro sforzi a quelli dei laici cristia- ni». Certo, vi è distinzione di mini- stero, di funzione e di carisma, poi- ché essi sono «padri e dottori» e «a capo della comunità». Tuttavia, la relazione fraterna che troviamo ai numeri 7 e 89, è sempre quella mag- giormente valorizzata qui, dato che il concilio riprende a questo capitolo il linguaggio del Nuovo Testamento. Potrei, ripercorrendo l’insieme dei testi del Vaticano II , dare una dimo- strazione più esaustiva di questo ri- corso alle Scritture con la valorizza- zione del rapporto di fraternità nell’insegnamento del Vaticano II . Si tratta in tal caso, come ben com- prendiamo, di ben altro che una febbre egualitaria e una proposta di tipo ideologico, piuttosto qui ci si immerge in ciò che è tipicamente cristiano e questa relazione tipica con gli altri è innanzitutto di natura spirituale. Il vocabolario impiegato dal Vaticano II per descrivere le rela- zioni tra i membri della Chiesa cat- tolica è più egualitario e meno verti- cale. Certo, non si cancella il carat- tere gerarchico della Chiesa, ma la relazione gerarchica è fortemente temperata da un vocabolario più orizzontale, senza contare che non si presenta mai la Chiesa come una monarchia, ma come un popolo in- serito nella «famiglia umana», altro esempio della predilezione del con- cilio per un vocabolario più orizzon- tale. A mio parere, il Vaticano II con- verte o cristianizza la virtù naturale di obbedienza. Quest’ultima, tratta- ta nel n. 7 di Presbyterorum ordinis in quattro paragrafi, trova un quadro appropriato. Nei primi due paragrafi viene ricordato il dovere del vescovo di prendere consiglio, di ascoltare, di consultare e di scambiare pareri con i sacerdoti della sua diocesi, poi il testo richiama il dovere corrispon- dente dei sacerdoti di rispettare e di obbedire al loro vescovo. L’obb e- dienza non viene dunque mai da so- la o non è mai presentata in modo assoluto, ma è considerata nel conte- sto di una mutualità e di una reci- procità di rapporti tra fratelli, fon- data sulla partecipazione a un unico sacramento. E, come ricorda il testo, «pervasa dallo spirito di cooperazio- ne» e rispettosa delle funzioni che spettano a ognuno. Siamo dunque davanti a un rapporto di interdipen- denza più che dentro un sistema di assoluta dipendenza gerarchica. Oggi potremmo chiederci come questo fermento evangelico e conci- liare vivifichi ancora il corpo eccle- siale e determini i rapporti fra i cri- stiani nella Chiesa e a quale conver- sione siamo ancora chiamati dall’in- segnamento del Vaticano II sullo scambio, il dialogo, la consultazio- ne, la cooperazione e la collaborazione tra cristiani.

© Osservatore Romano - 3 settembre 2014