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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
evangeliario-siriaco-nascita-di-Cristodi MANUEL NIN

La trentaseiesima omelia di Severo di Antiochia fu predicata il giorno di Natale del 513, secondo anno del suo episcopato nella sede dell’O ronte, esattamente millecinquecento anni fa. Si tratta di una delle 125 “omelie cattedrali” che il vescovo predicò dal 512 al 518, quando fu patriarca di Antiochia. L’omelia porta come titolo «Sulla natività secondo la carne del grande Dio e salvatore nostro Gesù Cristo». Severo, come è solito fare, inizia con una sorta di captatio benevolentiae presentandosi al suo uditorio con animo diviso tra il rimanere in silenzio di fronte al mistero che si celebra in questo giorno e lo slancio come pastore del gregge a parlarne a coloro che l’ascoltano.
In diverse omelie, infatti, Severo accenna alla grande quantità di popolo e di monaci accorsi per ascoltarlo: «Ammirando la grande meraviglia di questa festa, mi sento con l’animo diviso: da una parte mi sento spinto a un totale silenzio, e dall’altra a parlare in modo abbondante. Chi, sentendo che celebriamo il giorno della natività di colui che è increato e scrutando questo fatto meraviglioso, non sentirebbe le vertigini e onorerebbe col silenzio ciò che non si può comprendere? Chi invece, accorgendosi del motivo per cui il Verbo, che è al di sopra di tutto, è disceso fino ad abbassarsi dal tutto e ha accettato una nascita carnale per noi che eravamo caduti nelle cose carnali (…) non innalzerebbe il suo spirito e si desterebbe per farne l’elogio, e non sarebbe spinto e mosso dalla grandezza dell’amore di Dio per gli uomini?». In un lungo paragrafo Severo si sofferma parlando della vera incarnazione del Verbo di Dio, e lo fa giocando coi termini creatore e creatura, fabbricatore e opera fatta: «Veramente tutta la creazione è onorata dal divino farsi uomo, e noi in primo luogo, perché il Verbo ha partecipato, eccetto il peccato, alla nostra creazione. E non è diventato uomo dopo il rifiuto di quello che egli è, cioè Dio. E anche il resto delle creature è onorato per il fatto che il creatore ha accettato di essere creato e il fabbricatore di essere tra le sue stesse opere». E prosegue presentando la creazione stessa come un’opera frutto della provvidenza divina verso l’uomo: «Ma è per un altro fatto che questo mondo visibile prende giovamento da questa bella opera, per il fatto che è stata compiuta per servizio e utilità nostra. Per me infatti il sole è stato creato, la luna e le stelle per mostrare la luce, il cielo per far piovere, e l’aria per dare vita, e la terra per produrre frutti». Severo prosegue la sua omelia commentando il secondo capitolo della lettera ai Filipp esi, l’annientarsi del Verbo di Dio prendendo la condizione di servo, e il terzo del libro di Baruc, il conversare di Dio con gli uomini, e presenta i due brani come testimoni della benevolenza e dell’amore di Dio nella creazione e nell’incarnazione, che dovrebbero portare alla lode, al pentimento e alla conversione. Qui si serve dei termini “v e rg i n i t à ” e “condotta angelica” che rimandano anche a un linguaggio e a un contesto monastici: «Lui che per noi si è fatto povero per poter incarnarsi, lui che annienta il peccato, che fa dalla terra un cielo, e la fa fertile per la verginità, per una vita non corporale e per una condotta angelica». Lungo tutta l’omelia, Severo parla dell’incarnazione anche della ricerca amorosa di Dio verso tutti coloro che gli sono lontani sia a causa del peccato sia a causa dell’errore nella professione di fede. L’annuncio della nascita di Cristo fatto ai pastori che erano nei campi, viene letto in chiave ecclesiologica: costoro debbono essere modello di quegli altri pastori messi a reggere le comunità cristiane: «È evidente che colui che è stato lodato dagli angeli è stato manifestato per primo ai pastori, che sono il modello di coloro che debbono proprio pascolare le Chiese. E per primi dovevano sentire questa parola: “Sulla terra pace”, perché essi dovevano annunciare la pace a tutte le Chiese. È a causa di questo gregge che era errante che il buon pastore è venuto. Perché niente rallegra tanto i pastori che il ritrovare una pecora smarrita; e nessun altro poteva ritrovarla se non Cristo, il capo dei pastori». L’annuncio ai pastori e il loro correre verso Betlemme sono modello della Chiesa stessa che custodisce i santi misteri e dei vescovi veri pastori nel vegliare sul gregge e nel pascolarlo: «Dissero: “Andiamo fino a Betlemme, e vediamo quello che è accaduto e che il Signore ci ha fatto c o n o s c e re ”. Ecco l’immagine del mistero degno di Dio! Perché Betlemme si traduce come “casa del pane”. Allora dove i pastori dovevano correre dopo l’annuncio della pace, se non alla casa spirituale del pane celeste, cioè la Chiesa? Perché Cristo è “il pane vivente disceso dal cielo, che è dato per la vita del mondo”». Nell’ultima parte dell’omelia Severo introduce la figura della Madre di Dio: «Alla Vergine invece offro un discorso a parte, e da sola sarebbe origine di molti discorsi; oltre al fatto che quello che adesso diciamo le appartiene da buona fonte, perché giustamente ha sentito di Elisabetta: “Benedetta sei tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno”. Colui che benedice il frutto, benedice anche il seno che lo produce». E Severo prosegue il discorso in chiave cristologica, anche polemica, soprattutto antidoceta. A conclusione dell’omelia, Severo riprende ancora una volta il carattere ecclesiologico del suo discorso: per il cristiano Maria diventa modello, specialmente per le donne, nella sua verginità, nella sua fedeltà all’amore di Dio: «E se tu vai alla sua santa casa rivestita di splendore spirituale, quando rientrerai da tuo marito e dai tuoi figli porterai loro una grande benedizione. Vedete le cose che ci fa dire la Madre di Dio, quando all’inizio avevamo scelto di non parlarne, ma anche per coloro che non hanno né sapienza né conoscenza, non ha voluto che io lasciassi in silenzio che lei è la Madre del Dio Verbo e della Sapienza».

© Osservatore Romano - 23-24 dicembre 2013