di Sandro Barbagallo
Dopo l'articolo comparso su "L'Osservatore Romano" il 31 gennaio scorso a commento dell'architettura e dell'arte nelle nuove chiese approvate dalla Conferenza episcopale italiana, si è tornati a parlare dell'argomento in un seminario tenutosi presso la Biblioteca della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa. Il seminario è stato promosso dai firmatari di un "Appello al Santo Padre Benedetto XVI per il ritorno di un'arte sacra autenticamente cattolica". Ma dietro questo titolo cosa si nasconde?
Andiamo con ordine e ripercorriamo l'itinerario che questa proposta-progetto ha avuto dalla sua comparsa su un blog, fino al seminario. Un gruppo di amici si riuniva alla fine del 2008 a Bari per commentare il degrado che affligge l'arte e l'architettura religiosa. Da questi amici - è importante sottolineare che nessuno di loro è uno specialista di arte o di architettura - matura lentamente l'idea di far pervenire al Papa un documento che attesti lo scontento di un gruppo cattolico formato da laici per l'immagine estetica deteriore che la Chiesa contemporanea darebbe ai suoi fedeli.
Il blog ha avuto in questi mesi una funzione pilota, riuscendo ad aggregare duemila firme da tutto il mondo. Dove però non figurano, a tutt'oggi, nomi di prestigio internazionale competenti della materia che si vorrebbe trattare.
Pur non volendo mettere in dubbio il livello culturale dei firmatari, è pur vero che ogni disciplina ha i propri specialisti. Non si capisce quindi per quale ragione tutti si ritengono idonei a giudicare di arte e architettura quando per curarsi si rivolgono a specialisti, o addirittura a dei luminari per i casi più problematici.
Ci si chiede, poi, perché a un appello del genere manchino le firme di autorità indiscusse dell'architettura e dell'arte. Forse perché le conclusioni di questo accorato, ma troppo ingenuo, documento sono inaccettabili. Una sola citazione per tutte: "Sarebbe opportuno, anche in considerazione della dimensione giuridica della liturgia, valutare la possibilità che la Chiesa inizi un cammino che conduca alla definizione di canoni artistici e architettonici. In particolare questi ultimi, secondo una tradizione che si è vivamente conservata nella Chiesa orientale, definita naodomìa, cioè "scienza per la costruzione del Tempio"".
Nessuno discute dell'importanza della tradizione nella cultura in generale e nell'arte in particolare, ma - come ha giustamente ribadito l'arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento introduttivo al seminario - "bisogna avere il diritto e il dovere di vivere il proprio tempo e per quanto possibile lasciarne testimonianza". Quindi è inutile rifarsi a Michelangelo, Palladio o Bernini per giudicare l'architettura contemporanea, o prendere Caravaggio come esempio per la pittura di oggi. Tali paragoni risulteranno sempre anacronistici. Mentre sarebbe invece opportuno confrontarsi con quegli architetti innovativi e geniali come Le Corbusier, o per restare in ambito italiano Giovanni Michelucci, Gaetano Rapisardi, Enrico Pietro Galeazzi e Mario Redini, fra i tanti che si potrebbero citare tra coloro che nel primo Novecento hanno lasciato mirabili esempi di chiese moderne fedeli alla tradizione. Così come Matisse o Severini, Ferrazzi o Messina, Manzù o Fazzini hanno rinnovato la pittura e la scultura.
Inoltre, concludere l'appello rifacendosi all'arte bizantina diventa contraddittorio rispetto a quanto enunciato precedentemente. Se avessimo dovuto continuare a obbedire a regole ferree come quelle bizantine, non avremmo mai avuto la Cappella Sistina di Michelangelo, non avremmo goduto della magnificenza di tante chiese di Bernini, né tantomeno sarebbe mai esistito un artista come Caravaggio. Il quale a suo tempo fece scandalo andando contro tutti i canoni ufficiali, solo perché prendeva a modello gente comune, compresa una prostituta annegata per rappresentare la morte della Vergine. Senza parlare delle aspre critiche che subì Michelangelo per i suoi nudi nella Sistina, che Giulio ii aveva dal canto suo accettato.
Ogni epoca ha avuto una propria avanguardia da difendere, anche perché, come forse qualcuno sa, gli artisti sono sempre più avanti dei propri contemporanei di almeno cinquant'anni. Paragonare quindi la comprensibilità dell'arte del passato con la cripticità di quella di oggi rientra nei luoghi comuni che affliggono la storia dell'arte.
A questo proposito vale la pena citare un passo della prolusione di monsignor Ravasi: "Da una parte bisogna mantenere la tradizione, la nostra ricchezza, la nostra eredità. Da un'altra parte è importante mantenere l'audacia. L'audacia è stata sempre la norma fondamentale all'interno della storia della cristianità. Se proviamo per un momento a pensare al Cinquecento, con una liturgia accompagnata da una musica che per sua natura aveva dei procedimenti di tipo monodico, come il gregoriano, con la sua purezza assoluta, ecco che arriva Palestrina e introduce la polifonia. È una rivoluzione sconcertante (...) Ammettere questo scardinamento di un modulo liturgico codificato per secoli dimostra senza dubbio audacia. Se pensiamo a tutti i passaggi degli stili architettonici, dal romanico al gotico, sono esempi di audacia. Quando qui a Roma lasciano imperversare Borromini - che comincia a concepire la superficie come plastica, cioè l'elemento della facciata che diventa mobile, oppure della cupola che viene concepita in una maniera assolutamente trasformata e trasfigurata, quasi fosse materiale plastico - questo era indubbiamente qualcosa che sconcertava. Grande era dunque la sensibilità di chi capiva che, da un lato, bisognava ancora custodire la dimensione sacrale di quel luogo e dall'altro si doveva però esprimere un linguaggio che stava ormai mutando. Tradizione e audacia vanno di pari passo, ma questo naturalmente comporta che bisogna avere un continuo dialogo".
A conti fatti, questo seminario è stato molto utile perché ha messo sul tappeto una questione irrisolta, che non riguarda solo lo scontento dei fedeli di fronte a un certo tipo di architettura destinata alle chiese. Soprattutto ha fatto capire la confusione esistente tra arte sacra e arte religiosa.
Tale confusione nasce dal fatto che chi ha deciso di dettare le regole in materia di arte sacra e di beni culturali ecclesiastici, in deroga al canone 1216 del Codex iuris canonici, ha creato un grande equivoco. Infatti, da una parte pone le sue basi su una malintesa lettura della costituzione del Vaticano ii Sacrosanctum concilium e dall'altra non ha mai chiarito le differenze sostanziali tra chiesa come tempio e chiesa come aula assembleare.
Nonostante il documento del Vaticano ii dichiari che "eventuali variazioni - che non riguardano la natura immutabile della liturgia - debbano avvenire esclusivamente in continuità con la sana Tradizione", in questi ultimi trent'anni si sono perpetrati scempi ingiustificabili per trasformare forzatamente chiese da pianta basilicale a pianta centrale. Questa forzatura non solo ha inciso sulla perdita d'identità della chiesa tradizionale, ma ha condizionato i progetti di nuove chiese, al punto che queste vengono realizzate solo ed esclusivamente a pianta centrale. Tali aule, aspiranti chiese, sono inoltre caratterizzate dall'assenza delle tradizionali coordinate sacre, primo tra tutti il tabernacolo, che viene relegato in un luogo nascosto.
Per quale ragione è stato permesso fino a oggi tutto questo? Assodato che queste innovazioni non sono assolutamente fondate su precetti conciliari e che creano solo sconcerto e confusione tra i fedeli, perché sono state approvate?
Le intenzioni dell'appello al Papa hanno una loro legittima dignità, anche perché troppi errori sono stati commessi da chi ha autorizzato la costruzione di chiese spesso ai margini e non al centro di nuovi quartieri, andando quindi contro le necessità di aggregazione della comunità dei fedeli. Del resto lo stesso Benedetto XVI nei suoi scritti non fa che ribadire il concetto della chiesa concepita quale luogo della presenza di Dio, luogo terribilis della sua gloria dove questa si manifesta, e manifestandosi ci rende sua famiglia, dove si realizza la comunione tra i fedeli in Cristo. Se dunque si elimina la dimensione mistica, resta solo una chiesa svuotata dei suoi contenuti più sacri a favore di un mero funzionalismo.
(©L'Osservatore Romano - 29 luglio 2010)
Nella storia della Chiesa tradizione e audacia vanno di pari passo
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