La santità è un dovere battesimale e per certi versi, a mo’ di præambulum, un dovere antropologico. In quanto creature fatte ad Immagine e Somiglianza di Dio siamo chiamati ed abilitati ad essere santi. Ora, e questo è un punto decisivo, Dio ama ed accoglie certamente tutti, anzi, ciascuno, così come siamo. Ma proprio perché ci ama infinitamente non vuole lasciarci lì dove siamo. E ciascuno ha un mirabile ed unico cammino, un ineludibile percorso che è legato strettamente al Noi trinitario e al Noi della Chiesa.
La Chiesa, dunque, non può che accogliere ogni uomo e ogni donna, dovunque egli sia, ma, se fedele e non immanentizzata, nel rispetto dell’Incarnazione, di ciò che essa è e della sua missione (Mt. 28,18-20), lo ama dell’amore di Cristo perché la Persona inizi un cammino che la porti oltre, al largo (Duc in altum, Lc. 5,4).
La Chiesa dunque è un “facilitatore” della Grazia, un “facilitatore della Santità”. E la santità è per ciascuno a beneficio di tutti. Ogni fratello e sorella non accolto o accolto male senza sostenere il suo unico e personale cammino di santità è un riverbero dannoso e grave che la Chiesa compie a sé stessa. La Chiesa che non accoglie o accoglie male, con superficialità e approssimazione, ogni Battezzato, tradisce la Grazia del suo Stato e del suo Mandato.
È bene ricordare che l’impedimento alla Grazia, che desidera far fruttificare il nostro unico e personalissimo talento, verso la santità, non è dato solo da chi si arrocca su “rigidismi” morali, armeggiati come una clava, ma anche da chi nega che l’incontro con Cristo non comporti un cambio di vita. Incarnazione comporta un et-et non un aut-aut; comporta discesa e trascendenza insieme, ineludibilmente unite. Proprio perché Dio ti ama scende lì dove tu sei per portarti oltre e compierti. La stima che Dio ha su di te è così grande e inenarrabile che ogni pastorale che non accolga o che accolga male non promuovendo a conversione e trascendenza, occultando l’esigenza del Vangelo, la penitenza e la maturazione nella donazione di sé, è un’offesa grave a Dio e alla Persona.
Quando il Signore incontra la donna sorpresa in flagrante adulterio, un peccato evidente, addirittura pubblico, non la condanna ma, nel contempo, non la esorta a continuare nell’essere adultera, per questo le dice: “Va’ e non peccare più!”[3] (Giov. 8,1-11).
Dio chiede ciò che dona e in quel momento, carico di accoglienza, Dio pone una richiesta sapendo che la richiesta porterà alla libertà e nel contempo ad una compagnia concreta di Dio stesso verso e con la donna. La donna non aveva chiesto nulla a Cristo ma è evidente il suo stato oggettivo di umiliazione e di pentimento, e lì Dio interviene generando nella Grazia, una vita rinnovata.
Occorre dunque stare severamente attenti a non essere mossi dalle mode del politicamente corretto diventando incapaci di credere veramente che Dio trasforma in ciò che chiede. Si scoprirebbe così che la mancanza di fede non è solo dei “rigidi” ma, paradossalmente, di chi pensa di leggere ed interpretare il Vangelo alla luce del “progresso” o del “cambio di paradigmi”. È così che chi gode e alimenta le divisioni[4] ha portato a compimento, tra le fazioni ideologiche, il suo progetto di denigrazione dell’uomo, della Persona. È assai grande l’illusione che un cambio di paradigmi possa sanare il vuoto e l’angoscia del cuore dell’uomo. Le ideologie forniscono questa obnubilante patinatura di rispondere ingannando al mistero del cuore dell’uomo. D’altronde il nemico non invita ad un cambio di paradigma proprio in Gen. 3?
Il vuoto e il mistero del cuore dell’uomo non si sazia con le pecette di alcune regole rigide o con il cambio di paradigmi, il cuore dell’uomo si sazia con quella Parola potente e trasformante, carica di stima e di compagnia che è: “Va’, e non peccare più!” (Giov. 8,11).
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