Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
teofania4di VINCENZO BERTOLONE

Già nell’Antico testamento, nei Salmi, si esprimeva la speranza che Dio prendesse con sé il giusto; nel Nuovo testamento la vita nell’aldilà “è semplicemente” essere con Cristo. Dice Paolo: «E così saremo sempre col Signore» (1 Tessalonicesi, 4, 17) ed anche «desidero ardentemente essere con Cristo» (Filippesi, 1, 23). Alcuni anni dopo, Giovanni scriverà: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lo avrei detto io: vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via» (Giovanni, 14, 1-4). Questo testo ci presenta Gesù in un “discorso di addio” dalla marcata ispirazione deuteronomistica. Come già i primi versetti del capitolo lasciano intendere, un posto centrale è riservato al simbolismo spaziale, che rimanda, evidentemente, al simbolismo del tempio, che, nella teologia del Deuteronomio, esprimeva l’unicità di Dio e, al tempo stesso, l’unicità del popolo a lui legato nel patto. È mediante questo simbolismo che viene introdotta la dimensione sacerdotale di Gesù ed è in questa prospettiva che può essere colta la forte valenza cristologica del brano: è Gesù il mediatore tra Dio e l’uomo; in lui si sta per realizzare un’alleanza nuova, che giustifica e motiva l’insistenza sul “c u o re ” e l’invito a non essere turbati, in linea con la letteratura profetica. Il vertice cristologico non tarda, però, a tradursi, com’è tipico del quarto Vangelo, in un rimando escatologico, aprendo a un futuro che in Cristo è già rivelato come ricco di speranza. «Non sia turbato il vostro cuore»: secondo la prospettiva giovannea, Gesù vuole offrire ai suoi discepoli la dovuta serenità per il tempo futuro che si apre dal momento in cui egli ascende al Padre. Il turbamento, di cui egli parla in apertura, è il medesimo che per due volte Giovanni attribuisce al Maestro, contestualmente alla risurrezione di Lazzaro e al tradimento di Giuda. Inoltre, c’è un richiamo a Mosè, che nell’imminenza della morte, incoraggiava il popolo ad avere fede in Dio. Nel clima di un discorso di commiato, l’attenzione non deve concentrarsi sulla partenza, quanto piuttosto sulla fede lasciata in eredità: nel saluto di Gesù risaltano i suggerimenti, direi le raccomandazioni a chi non può seguirlo. Nonostante due millenni di cristianesimo, persiste una filosofia spicciola generalizzata, secondo la quale non bisogna perdere tempo. Lo dice anche un adagio popolare: chi ha tempo, non aspetti tempo. Da qui quella vana frenesia, quell’estenuante corsa verso chissà che cosa, che — di certo — non tiene conto che “ogni attimo è carico d’eterno”. «Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo mortale si vesta di immortalità » (1 Corinzi, 15, 51-53). Oltre a Giovanni, a fare da guida sicura, in questo particolare e interessante percorso tra la vita e l’“olt re t o m b a ”, non può che esserci Paolo, specialmente nelle due lettere ai cristiani di Corinto, con spunti non solo personali e di quella comunità, ma anche consigli pratici e risvolti teologici. Il tema delle realtà ultime è, a esempio, l’ultimo della prima lettera e si innesta nel grande tema, nonché problema, della risurrezione dei morti perché, a causa dello spiritualismo ellenistico, questo aspetto fondamentale della fede cristiana non veniva sempre interpretato in modo ortodosso. La prima lettera denuncia divisioni interne nella comunità: chi si appella a Pietro, chi a Paolo, chi a Cristo stesso. Paolo dice che unico è il Vangelo, unica la croce di Cristo, la cui parola «è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1 Corinzi, 1, 18). I temi affrontati sono vari: dalla fornicazione all’incesto, dall’atteggiamento da tenere nei tribunali, alla questione delle carni immolate agli idoli. Nel capitolo 11, cuore della lettera, c’è la descrizione dell’ultima cena di Cristo, da cui scaturisce una delle creazioni più liriche e più belle che mente umana abbia mai concepito: l’inno alla carità. Al versetto 23 Paolo dice: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Vi è qui tutto il messaggio escatologico — eterno nel tempo — che non può che partire dall’istituzione dell’Eucaristia, che illumina la vita di ogni cristiano. Nei successivi capitoli 12 e 13, l’apostolo presenta la Chiesa come un corpo il cui capo è Cristo, e ogni credente è un membro con specifici carismi. Importante, soprattutto, l’invito ad aspirare al carisma più grande: la carità. Quanto compiuto nella quotidianità, troverà ogni spiegazione nel momento della risurrezione finale. L’impostazione e l’argomentazione, che Paolo offre a coloro che non credono nella risurrezione, sono stringenti e vincenti nei confronti di una fede vacillante: «Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!» (1 Corinzi, 15,1- 2). Il punto di partenza è l’annuncio della buona novella, che deve essere “conforme” a quanto ricevuto, pena la sua non validità, ma il cuore del messaggio cristiano resta il kerygma: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai dodici (...) Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1 Corinzi, 15, 3-5.8). Da queste premesse deriva la certezza della fede: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste la risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dei morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede» (1 Corinzi, 15, 12-14). La deduzione è ineccepibile: Cristo è risuscitato dai morti, come testimoniato dagli apostoli e ribadito dallo stesso Paolo. Dunque, la risurrezione non è una farneticazione, ma un “evento metastorico, con valenza storica”. Se non fosse così, non avrebbe senso il credere dei cristiani, e la predicazione stessa. Ma Paolo incalza, corroborando l’argomentazione con delle spiegazioni sulla questione, spinosissima già allora, su «come avviene la risurrezione dei morti» e «con quale corpo » (cfr. 1 Corinzi, 15, 35). La sua spiegazione è degna delle parole di Cristo e di Aristotele (non dimentichiamo che Paolo sta parlando alla comunità ellenica di Corinto, dove la filosofia era coltivata): «Stolto, tu non pensi che quello che semini non diventa vivo se prima non muore? E quando getti un seme nella terra, tu non semini il corpo che deve nascere, ma un semplice chicco, per esempio di grano o di qualche altro genere» (1 Corinzi, 15, 36-37). Spiega, per via analogica, che il chicco di grano è solo in potenza una forma di ciò che sarà in atto, cioè quando cresciuto assumerà quella di una spiga. Dunque, per ciascuno è stabilito il proprio “corp o”, la propria veste. Altro, continua Paolo, è lo splendore del sole, altro quello della luna, altro ancora quello delle stelle, le quali non differiscono nella sostanza, ma nella accidentalità, ossia nello splendore, nella luminosità. In modo analogo avverrà la risurrezione dei morti: viene seminato un corpo corruttibile e risorge incorruttibile; debole e risorge vigoroso; materiale e risorge spirituale. L’a p p ro - do di Paolo è tipicamente escatologico perché guarda l’attimo oltre il tempo e lo spazio, oltre il limite fisico della morte, che apre all’illimitato e all’eternità. Egli rivela ai Corinzi un “m istero”, cioè una verità fino ad allora tenuta segreta, oltre la quale mai nessuno aveva osato avventurarsi, ma che a lui, per grazia divina, è stato concesso di varcare: «Ecco che ora io vi rivelo un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati. Ciò avverrà in un attimo, in un batter d’occhio, al suon dell’ultima tromba; squillerà, infatti, la tromba e i morti risorgeranno per non più morire e noi saremo trasformati ». Per lui l’oltre-vita è una “trasformazione” e non una “morte definitiva”. È certo dell’assunzione di una nuova forma, di una nuova corporeità incorruttibile. Il tutto avverrà en atómo (in un attimo), in un batter d’o cchio, la natura umana corruttibile si rivestirà di incorruttibilità. In quell’átomos la morte assumerà una nuova esistenza e nell’átomos il peccato, il suo pungiglione, sarà ingoiato e, da mortale, l’uomo diverrà immortale.

© Osservatore Romano - 2-3 novembre 2015