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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
eusebioaffrescodi MANLIO SIMONETTI

Primo vescovo della città di Vercelli negli anni centrali del IV secolo, Eusebio — di cui la Chiesa celebra la memoria liturgica il 2 agosto — è personalità che si dà a vedere di primo piano nel contesto della controversia ariana, pur sulla base di una documentazione piuttosto carente, a eccezione di alcuni fatti importanti sui quali ci soffermeremo, valendoci anche di importanti risultanze acquisite in un importante convegno di studi tenuto a Vercelli nel dicembre del 1995, i cui atti sono stati pubblicati due anni dopo, in Eusebio di Vercelli e il suo tempo, a cura di Enrico dal Covolo, Renato Uglione, Giovanni Maria Vian, per tipi della LAS di Roma (1997, pagine 500, lire 50.000).
Di origine sardo, fu lettore nella Chiesa di Roma, e poi vescovo di Vercelli, probabilmente per indicazione romana; l’inizio del suo episcopato si colloca tradizionalmente, ma senza serio fondamento, nel 344: in effetti la prima notizia sicura di Eusebio vescovo ci viene da una lettera che Papa Liberio gl’inviò tra il 353 e il 354. Siamo nella fase centrale della controversia ariana. Condannata nel concilio di Nicea (325), la dottrina di Ario, che affermava Cristo creato da Dio Padre perciò non coeterno con lui e non della stessa natura, era sta riproposta, in forma attenuata, dopo la morte di Costantino, provocando contrasti e disordini che dalle Chiese di oriente si erano estesi anche a quelle di occidente. Intorno al 350 la polemica si era concentrata sulla persona di Atanasio, vescovo di Alessandria, un antiariano radicale, che era stato condannato nel concilio di Tiro (335) per le violenze perpetrate a danno dei suoi avversari, ma che in occidente successivamente (341) era stato riabilitato. In effetti l’imperatore Costanzo, nel tentativo di mettere fine ai contrasti, intendeva sbarazzarsi di Atanasio, ritenendo, non a torto, che fosse una pietra d’inciampo sulla via della pace. Un concilio di vescovi occidentali, celebrato ad Arles (Gallia) nel 352, aveva ratificato, a danno di Atanasio, la lontana condanna del 335. Ma Liberio, convinto che la condanna di Atanasio potesse risuscitare il fantasma di Ario e deciso assertore della professione di fede nicena, aveva chiesto a Costanzo la convocazione di un altro, più rappresentativo concilio, che l’imperatore fissò per il 355 a Milano. Liberio si fece rappresentare da Lucifero, vescovo di Cagliari, di sicura fede antiariana ma conosciuto come più combattivo che riflessivo. Perciò Liberio, che evidentemente aveva buona stima di Eusebio, lo invitò a recarsi anche lui a Milano, per appoggiare e tenere sotto controllo l’azione di Lucifero. Eusebio, convinto che a Milano le cose si sarebbero messe male, inizialmente tergiversò ma poi, pressato da più parti, si presentò anche lui al concilio. Qui propose di riaffermare la validità della professione di fede nicena del 325, ma l’agguerrita minoranza filoariana, capeggiata da Valente di Mursa, rifiutò e, forte dell’appoggio dell’imperatore, impose a una maggioranza non disposta a eroismi la condanna di Atanasio. Eusebio, che insieme con Lucifero e due altri vescovi rifiutò di ratificare la condanna, fu condannato deposto ed esiliato, prima a Scitopoli in Palestina, poi in Cappadocia e infine nella Tebaide (Egitto). In un successivo grande concilio delle Chiese occidentali, celebrato a Rimini nel 359, la maggioranza antiariana fu costretta dall’autorità di Costanzo a sottoscrivere la condanna delle espressioni più qualificanti della fede di Nicea a beneficio di una formula di fede anodina, facilmente interpretabile anche in senso ariano. Subito dopo, un altro concilio, tenutosi nel 360 a Costantinopoli, confermò la validità della formula riminese per tutte le Chiese cristiane. In esilio Eusebio cercò di mantenere i contatti con la lontana Vercelli, e una superstite lettera, integrata da qualche altra notizia, ci fa conoscere qualcosa della sua vita di esule. Anche in relegazione egli aveva cercato di propagandare la fede nicena, ma a Scitopoli la fazione filoariana, con a capo il vescovo Patrofilo, era molto forte, ed Eusebio aveva subìto anche maltrattamenti e infine era stato trasferito prima nella Cappadocia e poi nella Tebaide, meno accessibili della Palestina a chi giungesse dall’o ccidente. Possiamo comunque dare per certo che, durante gli anni di esilio, Eusebio fosse riuscito a entrare in contatto con Ilario, già vescovo di Poitiers, che nel 356, anche lui in quanto antiariano, era stato esiliato in Asia Minore. Nel 362 l’imperatore Costanzo, che dicemmo avere imposto una professione di fede generica e ambigua, venne a mancare, e il successore Giuliano, di sentimenti pagani, si disinteressò della controversia che travagliava allora le Chiese cristiane. Gli esiliati, riacquistata libertà di azione, ripresero la lotta. Atanasio riunì subito ad Alessandria un concilio i cui partecipanti erano tutti niceni di provata fede, ed Eusebio vi rappresentò le Chiese d’occidente. Il concilio riaffermò la validità del simbolo di fede niceno e la condanna delle principali proposizioni ariane, e favorì il recupero al nicenismo dei tanti vescovi che si erano piegati, per quieto vivere, a sottoscrivere la formula di fede di Rimini. Eusebio fu incaricato di far conoscere queste deliberazioni alla importante Chiesa di Antiochia, allora lacerata in varie fazioni, al fine di promuovervi il ristabilimento della pace e dell’unità. Ma Eusebio trovò ad Antiochia una situazione nel frattempo ancora più deteriorata a causa dell’incauta attività di Lucifero, che si era recato colà invece di partecipare al concilio di Alessandria. Falliti i tentativi di conciliazione, Eusebio non entrò in comunione con nessuna delle fazioni antiochene nemiche tra loro (scisma di Antiochia) e prese la via dell’o ccidente. Sappiamo per certo che, sulla via del ritorno, Eusebio passò per Sirmio, metropoli della Pannonia (più o meno odierna Ungheria), dove prima di lui era transitato anche Ilario, reduce pure lui dall’esilio. Sirmio è del tutto fuori mano a chi si rechi dall’oriente in occidente: se ci chiediamo perché ambedue i nostri eroi, per tornare a casa loro, avessero scelto una via tanto scomoda, la risposta è che, in evidente accordo tra loro, essi cercarono di far pressione su Germinio, il locale vescovo che era in occidente uno dei principali capiparte filoariani. Sappiamo che qualche anno dopo in effetti Germinio si staccò dagli ariani, che pure erano molto forti in quella regione, pur senza aderire allo schieramento antiariano. Questo in occidente recuperò rapidamente una posizione egemone, e la reazione antiariana fu capeggiata, oltre che da Ilario, anche da Eusebio. Tra le poche sedi rimaste qui in mano agli ariani di gran lunga la più importante era Milano, allora abituale sede dell’imp eratore in occidente, il cui vescovo, l’ariano Aussenzio, godeva di largo prestigio. Perciò nel 364 sia Eusebio sia Ilario si recarono a Milano per cercare di sobillare i fedeli contro Aussenzio. Ma questi si appellò all’imperatore Valentiniano, facendosi forte della sua lunga permanenza nella sede milanese, che occupava dal 355, e i due intrusi furono espulsi dalla città. Questo doloroso smacco è l’ultima notizia certa che conosciamo sia di Ilario sia di Eusebio, che vennero a mancare qualche anno dopo. La morte di Eusebio si colloca, senza consistenti pezze d’appoggio, nel 371. Quasi tutto quello che sappiamo di Eusebio concerne la controversia ariana. Di altro la notizia più importante concerne la fondazione di tipo approssimativamente monastico che egli istituì a Vercelli, presieduta da lui stesso, la più antica di cui abbiamo notizia in occidente. A differenza di Ilario non si illustrò in modo significativo nel campo delle lettere, e la sua traduzione in latino del Commento ai Salmidi Eusebio di Cesarea è andata perduta. In conclusione sappiamo troppo poco di lui, ma questo poco ci permette di affermare che il prestigio di cui fu circonfuso fin dal suo primo apparire sulla ribalta della storia appare pienamente giustificato.

© Osservatore Romano - 2 agosto 2014