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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
icona-madre-di-Diodi MANUEL NIN

Giorgio Warda è uno dei principali innografi della tradizione liturgica siro-orientale, vissuto tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo ad Arbela, nell’attuale Iraq. Warda, che in siriaco significa “rosa”, è un soprannome legato alla raccolta delle sue composizioni poetiche.
Si tratta di poemi teologici molto spesso in forma di omelie metriche per le feste liturgiche del Signore, della Madre di Dio e dei santi. Due di questi poemi sono dedicati alla festa della Natività di Maria e, riletti oggi, vogliono essere anche una forma di preghiera e di vicinanza umana e cristiana a tanti cristiani della tradizione siro-orientale e delle altre tradizioni cristiane che soffrono e che sono martirizzati nel Vicino e nel Medio oriente sconvolti da atroci conflitti. Warda inizia questi due inni alla Vergine — che si trovano per intero oppure parzialmente nei libri liturgici siro-orientali — riconoscendo la propria indegnità a lodare sia Cristo sia sua Madre, consapevole che lodando Maria loda colui che da Lei è nato: «Eccomi sommerso dai flutti in fondo a un mare di iniquità, ma come Pietro, o Gesù, io ti supplico: spalma sugli occhi della mia mente la saliva pura della tua bocca vivificante. Chi racconterà i prodigi del Signore? Chi può narrare di questa castissima e pura, di questa santa e santificata, dimora, tempio e tabernacolo, torre, palazzo e trono del Dio sempre vivo?». In primo luogo l’innografo passa in rassegna i nomi dati a Maria nei testi veterotestamentari; e propone una lettura della Scrittura in chiave cristologica o soteriologica. È notevole l’accostamento che Warda stabilisce tra i primi capitoli della Genesi con Adamo ed Eva nel paradiso e l’inizio della redenzione in Maria: «Adamo è nato dalla terra e alla terra è ritornato; da Maria nacque il Signore di Adamo e divenne per amore figlio di Adamo. La potrei paragonare al giardino dei quattro fiumi? Ma da Maria è zampillata una fonte che inebriò tutta la terra. Lei è l’albero stupendo che produsse il frutto meraviglioso, lei è l’arca fatta di carne in cui riposò il vero Noè, lei è la roccia senza fessura, lei è il roveto che era arso dal fuoco, là dove abitò per nove mesi il fuoco incandescente». I testi dei profeti, specialmente quelli di Isaia e di Ezechiele, offrono all’autore delle immagini che egli, seguendo tutta la tradizione esegetica dei Padri, applica a Maria: «Lei è la vergine che Isaia predisse come Madre del Signore, il figlio dell’Altissimo, lei è la radice di Iesse, lei è quella porta del Signore, attraverso la quale nessun mortale entrò e per la quale entra ed esce solo il Signore». Warda procede poi delineando un ritratto quasi fisico di Maria, lodandone i diversi sensi e collegandoli al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio: «O seno che nessun uomo conobbe, diventato tempio per il figlio. O occhi semplici che guardavano il sole degli angeli, o orecchie beate che udirono le parole dell’arcangelo, o labbra dolcissime che baciarono la carne del Verbo, o sacro petto al quale il figlio dell’Altissimo attingeva il cibo, o mani e ginocchia fatte di carne invidiate dai serafini e dai carri dei cherubini». E con l’immagine evangelica del mercante di perle preziose (cfr. Ma t t e o , 13, 45) applicata a Cristo si conclude il primo inno: «O commerciante poverissima, e povera ricchissima, che hai comperato la perla che ha arricchito tutta la creazione». Nel secondo inno Warda riprende il parallelo tra i primi capitoli della Genesi e Maria, incentrandolo questa volta sulla figura di Eva della quale, secondo un’antica tradizione cristiana, la Vergine diventa il compimento: «Il frutto che Eva non ha trovato Maria l’ha portato e nutrito; per mezzo del frutto desiderato Maria trovò il frutto e lo donò a tutti. Eva non poté trovare il frutto che Maria trovò in se stessa, Eva non seppe fuggire il male e attirò la maledizione, Maria fu esente dalla colpa e meritò la liberazione per il mondo intero». E l’autore prosegue, proponendo una esegesi assai originale di ventidue salmi applicati a Maria, in una lista che presenta quasi senza commento. Si tratta quasi sicuramente di un unicum nell’esegesi siroorientale di testi veterotestamentari: «A lei convengono i ventidue salmi cantati da Davide. Il primo canta la sua perfezione e la sua purezza; il terzo la sua persecuzione; il quarto la sua pace; il quarantaseiesimo la proclama dimora di colui che tutto santifica; il quarantottesimo la dichiara tempio del figlio dell’Altissimo; il novantunesimo parla della veglia degli angeli sul suo corpo; poi il lungo salmo centodiciottesimo che, descrivendo le vie di perfezione con la divisione alfabetica è modello (tipo) della scala della perfezione. Tutti questi salmi, benché trattino dei giusti, possono essere applicati a lei e cantando di lei e su di lei». I nostri fratelli cristiani, siriaci orientali e occidentali, copti, armeni, melchiti, maroniti, latini, martiri perseguitati per la loro fede, fedeli a questa fede così oggi cantano la Natività della Vergine Maria. Per loro si innalza la nostra preghiera e a loro va la nostra vicinanza oggi e sempre.

© Osservatore Romano - 9 settembre 2014