di NICOLA CIOLA È sembrato doveroso alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense soffermarsi a riflettere sul lascito del più importante concilio del medioevo e tra i più significativi della storia della Chiesa, riletto soprattutto in prospettiva teologica.
Questo peculiare angolo visuale non può prescindere però dalla storia e dai suoi significati. Per quanto riguarda l’evento storico in se stesso, le indagini storiografiche condotte durante il Novecento, oltre che consentire di disporre di un numero maggiore di fonti criticamente attendibili, hanno permesso di ricostruire in dettaglio le fasi e lo sviluppo delle sessioni del concilio Lateranense IV, convocato da Innocenzo III e celebrato in Laterano, dall’11 al 30 novembre 1215. Il valore del contributo delle ricerche non può essere sottaciuto, se si considera che il Lateranense IV è stato definito «il concilio dimenticato », sebbene sia stato rilevante il suo apporto sul piano teologico e canonistico, specialmente in relazione con l’impegno di riforma della Chiesa e di rinnovamento spirituale della vita dei fedeli. Con molta probabilità l’attenzione dei teologi, dei canonisti e degli storici si è soffermata maggiormente sul concilio di Trento, sui contenuti dogmatici dei suoi decreti e sull’afflato riformatore della disciplina dettata da quella assise conciliare. Eppure, malgrado i numerosi insuccessi dei suoi progetti di riforma, il Lateranense IV occupa un posto di grande rilievo nella storia dei concili generali del secondo millennio e si pose come punto di riferimento auditorevole dei concili papali celebrati nel corso del medioevo, sia per le sue decisioni dottrinali e la lotta alle eresie, sia per gli indirizzi dell’attività pastorale, come pure per la riforma del clero secolare, dei religiosi, della predicazione, della vita di pietà dei fedeli e dell’amministrazione degli affari ecclesiastici, compresa la nomina dei vescovi, il conferimento dei benefici e la prassi processuale. In quest’assise poi venne redatta una formula della professione di fede che non trova precedenti, se non nei primi concili ecumenici dell’antichità. Sul De fide catholica del Lateranense IV va rilevata la grande fecondità delle intuizioni che vanno ben al di là della mera formulazione avvenuta in quel contesto storico-eccclesiale specifico. Altrettanto originale e importante fu il vasto corpus di leggi ecclesiastiche universali promulgato dal Concilio. Esso — sebbene appaia carente di un’organicità articolata e definita — rispondeva alle reali urgenze della comunità ecclesiale e tentava d’introdurre un ordine maggiore e un controllo nell’osservanza della disciplina ecclesiastica, e comunque rappresentò un punto di riferimento autorevole per lo sviluppo del diritto canonico. Se si vuole operare una rilettura teologica del Lateranense IV si dovrà subito dire che dalla costituzione De fide catholica scaturiscono possibili sviluppi per una rilettura teologica odierna. Anzitutto occorre dire che tutto va ricondotto alla definizione trinitaria, la quale collega tra loro alcune verità imprescindibili: si parla della Trinità, cioè di Dio nella sua essenza, e si affermano le Persone divine e la loro comune opera salvifica e creatrice. Su questo punto la fede trinitaria è ulteriormente chiarita rispetto al simbolo niceno-costantinopolitano, attraverso la formula della creatio ex nihilo che viene utilizzata per la prima volta in una definizione dogmatica, anche se di fatto questa formula di fede era stata imPOSTA ai valdesi nel 1208 dallo stesso Innocenzo III. Anche l’articolo cristologico è tradizionale, ma fa vedere con più nettezza come l’incarnazione sia opera comune di tutta la Trinità. Qui, tra l’altro, ci si basa sul concilio XI di Toledo (675); il Lateranense IV non si pone la questione dogmatica del Filioque presente nella liturgia occidentale, ma di fatto la afferma. Riguardo all’escatologia, il De fide Catholica mostra tutta la sua ricchezza, soprattutto sui temi del Cristo glorioso che verrà a giudicare i vivi e i morti e la risurrezione individuale dei corpi in rapporto alla giusta retribuzione delle opere buone o cattive. Infine la Chiesa è vista in modo tradizionale e innovatore insieme. Qui il Lateranense IV precisa meglio che la Chiesa è centrata su Cristo sacerdote e vittima. Cosicché la vaaulenza sacrificale ed eucaristica della Chiesa la troviamo per la prima volta in una costituzione dogmatica. Quasi come conseguenza dell’impostazione ecclesiologica, il Lateranense IV è stato di certo non meno importante per la teologia sacramentaria, si pensi ad esempio all’espressione: il pane e il vino transustanziati nel corpo e sangue di Cristo per la potenza divina, o al ministero sacrificale del ministro ordinato, grazie al potere della chiavi della Chiesa. Anche sul battesimo, la penitenza e il matrimonio, come via di salvezza, il Concilio è stato innovatore e il suo influsso si è avvertito subito, come un crocevia, sulla Scolastica e su san Tommaso d’Aquino. La fecondità teologica del Lateranense IV la si può riscontrare, anche oggi, in alcune formule come: «Tra il Creatore e la creatura, per quanto grande sia la somiglianza, maggiore è la differenza». La fecondità teologica di questa formula ha attraversato la storia della teologia, è passata attraverso san Tommaso, la seconda Scolastica, la Neo-Scolastica fino al dibattito contemporaneo. Nel corso dei secoli è stata estrapolata dal contesto (trinitario) nel quale è nata, talvolta è stata isolata quasi fosse soltanto una dottrina filosofica, ma non ha perso mai la sua importanza perché, riletta in contesti storici differenti, ancora oggi è motivo di discernimento, purificazione e antidoto a ogni pretesa di catturare Dio. E che dire di un’altra formula del Lateranense IV che va al cuore del monoteismo trinitario? «Ciascuna delle tre Persone è quella Realtà, cioè sostanza, essenza o natura divina: (...) ora, questa realtà non genera, non è generata e non procede». Certo non si poteva allora immaginare che questa formula potesse assumere proprio oggi, in un clima di dialogo interreligioso, un’imp ortanza così eccezionale. Mi riferisco, per esempio, alla concezione del Dio cristiano rispetto all’islam. L’identità cristiana, fondata sulla rivelazione trinitaria di Gesù Cristo, professa il mistero d’amore in cui padre e figlio si donano vicendevolmente nello Spirito all’interno della loro unità divina. La formula lateranense, riletta oggi, ci fa comprendere ancora meglio che si tratta di un’unicità in senso qualitativo. Si potrebbe continuare ancora. Voglio solo segnalare in chiusura come la fecondità teologica del Lateranense IV per noi oggi, non si limita a ciò che riguarda quanto si può trarre dalla Professio fidei, ma si estende anche ad altri temi, come ad esempio l’approvazione degli ordini mendicanti o tutto ciò che riguarda la Riforma della Chiesa intrapresa da Innocenzo III. Proprio queste vicende hanno messo in rilievo che taluni eventi storici hanno riguardato un certo modo di fare, o non fare teologia, mostrando così, ancora una volta, che il vissuto ecclesiale è l’habitat naturale della riflessione teologica nel tempo. Anche per questo il Lateranense IV deve essere maggiormente studiato e valorizzato.
© Osservatore Romano - 28 novembre 2015